Referendum: elettrodotti e sviluppo sostenibile

Nel referendum del 15 giugno non si voter

Si tratta di un regio decreto del 1933, n. 1775, che stabilisce che
“ogni proprietario è tenuto a dare passaggio per i suoi
fondi alle condutture elettriche aeree e sotterranee che esegua chi
ne abbia ottenuto permanentemente o temporaneamente
l’autorizzazione dall’autorità competente” e nell’articolo
1056 del codice civile “ogni proprietario è tenuto a dare
passaggio per i suoi fondi alle condutture elettriche, in
conformità delle leggi attuali”.
Silvia Perdichizzi ha parlato con Livio Giuliani, presidente del
Comitato promotore per questa parte del referendum:

Quello dell’inquinamento elettromagnetico è un problema
che da tempo attende una soluzione.

In passato non si è riusciti a contenere l’inquinamento
elettromagnetico, né ad effettuare il risanamento degli
elettrodotti pericolosi che dovrebbero essere risanati, adesso, dal
decreto Marzano, con una spesa che ammonta ad un miliardo
cinquecento milioni di euro. Il problema, però, va risolto
alla fonte, rendendo difficile la costruzione degli elettrodotti,
anche da un punto di vista economico.

In che senso?
Abolendo l’elettrodotto coattivo si elimina anche il vantaggio
economico che questa liberalizzazione comporta, e ci crea un
equilibrio che non può che favorire le energie alternative,
oggi penalizzate dal basso costo del trasporto dell’energia
elettrica.
Mi spiego meglio. Il trasporto dell’energia è la condizione
fondamentale per il suo sfruttamento. Noi dobbiamo prefigurare un
futuro dove l’energia, anziché trasportata, venga
distribuita, ovvero prodotta in loco e consumata. Questo referendum
favorisce questa svolta perché, abrogando il sussidio
statale occulto all’industria del trasporto di energia, che avviene
grazie al mancato costo del terreno, si creano condizioni di
competitività economica tra le diverse fonti
energetiche.

Questo vuol dire che nel caso dovesse vincere il Sì
cambierebbero molte cose?

Questo referendum ha un’importanza vitale e un impatto economico e
industriale ancora più grande di quello sul nucleare. Se
dovesse vincere il Sì, ci sarebbe uno stravolgimento delle
politiche energetiche nazionali. Si dovrebbero cambiare i piani
energetici, si agirebbe sul 90 per cento dell’energia prodotta nel
paese, s’imboccherebbe la strada dello sviluppo sostenibile.

Questa l’opinione di chi ha lanciato il referendum. Due
associazioni ambientaliste, Legambiente e Amici della Terra, la
pensano diversamente. Legambiente parte dal concetto che vada
salvaguardata innanzitutto la salute dei cittadini, e l’unico modo
per farlo è, secondo loro, mettere i giusti limiti per
l’inquinamento da elettrosmog e adottare le vie necessarie per
poterli rispettare. Secondo gli Amici della Terra “l’effetto del
referendum costituirebbe un privilegio ingiustificato per alcuni
proprietari di fondi e metterebbe a rischio i diritti della
collettività.” Nel senso che se un proprietario di terreno
decide di far passare gli elettrodotti, magari dietro un compenso,
i vicini subiscono l’inquinamento e non possono interferire.

Rita
Imwinkelried

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