Resistiamo alla comunicazione fotocopiata!

Viviamo in un’epoca quanto mai chiassosa, fatta di linguaggi che comunicano idee fotocopiate e conformismo degli affetti: occorre, quindi, il dissenso concettuale ed emozionale.

Come ricorda Gilles Deleuze, non è certo la comunicazione
che oggi ci manca, anzi ne siamo sovraccarichi, quello che difetta
è la creazione, la resistenza.

La nostra, infatti, è
un’epoca
“ciarliera”, che ha cercato di scandagliare
l’anima
in tutta la sua ampiezza e profondità e che, di conseguenza,
ha violato, spettacolarizzandola, ogni intimità, ogni
risonanza interiore, smarrendo pudore, giusta distanza e
silenzio.

Lo stesso è avvenuto con il corpo, che è stato ed
è oggetto di continue manipolazioni, aggiustamenti,
rimodellamenti, in vista di un Corpo Identico, uniformato,
omologato alle richieste di un mondo che ci vuole efficienti,
snelli, iperattivi,
sempre in perfetta salute
e con un corpo più da
esibire che da vivere.

Vengono, allora, alla mente le parole di
Eraclito
: “Qual è la mente e l’intelligenza
degli uomini? I più prestano attenzione agli aedi popolari,
si avvalgono del volgo come di maestro, e non sanno che i molti
sono cattivi, e pochi i buoni”. (frammento 104).

Sostituite “aedi popolari” con imposizioni del Mercato
tecnologico e ritroverete tutta la freschezza, l?attualità
della saggezza greca, fermo restando, ovviamente, il preciso
contesto
storico e culturale
del frammento eracliteo.

Insomma, c’è un mormorio esistenziale sempre più
diffuso, un conformismo del “sentire” sempre più desolante,
una difficoltà sempre più corposa a reperire un
senso, una dinamica di vita alternativa al Sistema sociale, che
impone indifferenza emotiva, calcolo quasi manageriale dei
sentimenti, pochi, misurati e asserviti al proprio utile, forme di
comunicazione dove gli uomini non si scambiano più diverse
esperienze del mondo, ma idee in fotocopia attinte alla catena di
montaggio della Piazza tecnologica, con tutto il suo potente
apparato di strumenti.

Nel prossimo intervento cercheremo di suggerire alcuni linguaggi
alternativi, sui quali innestare grammatiche esistenziali
più intime, più identificative di sé stessi e
del proprio stare al mondo, insomma più umane.

Fabio Gabrielli

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