Resistiamo alla comunicazione fotocopiata!(seconda parte)

Il silenzio, la scelta, il dubbio, con la loro carica rivoluzionaria, costituiscono i linguaggi alternativi al conformismo dell’uomo artificiale, omologato.

Il silenzio si prepara con “l’esercizio della distanza” dalla
parola consueta, usuale, reclamizzata: il silenzio è vero
farmaco contro i monologhi collettivi, la tautologia del
linguaggio, la parola banale o abusata; la carica rivoluzionaria o,
perlomeno, diversiva del silenzio consiste nell’ascoltare.

L?ascolto presuppone la sospensione del dire per lasciare
apparire non solo l’altro – e le cose del mondo – nella sua
irripetibile biografia, ma anche noi stessi per quello che siamo,
nella nostra identità più genuina, non filtrata
attraverso i prismi deformatori dell’uomo pubblico o, come
preferiamo definirlo, dell'”uomo-vetrina”.

L'”uomo vetrina”, come un simulacro pubblicitario vivente,
è segno carnale delle merci prodotte, esibizione del potere
tecnologico, personaggio e non più persona, funzionario del
Mercato, per perpetuare e trasmettere agli altri le ultime
novità, che poi sono novità già vecchie.

E chi non consuma, chi non contribuisce a perpetuare la legge
del mercato, finisce per ingrossare le fila dei nuovi poveri,
cioè gli esclusi dalla “vetrina” economica, pubblicitaria e
sociale.

La persona, a differenza del personaggio, che scolpisce,
uniforma la sua esistenza sulla base dei linguaggi omologanti del
Mercato, rivendica la propria originalità ed è
abitato dalle metafore del coraggio, come arte guerriera contro
ogni forma d’esistenza eterodiretta, e del caos, come dirompente
forza creatrice (esistenziale, professionale, culturale).

Il silenzio, vera scuola di formazione/plasmazione della
personalità della persona, cioè del luogo
d’inclusione e rielaborazione delle modalità essenziali con
cui stiamo autenticamente al mondo, non opera aggressive
amputazioni della parola, non fa dell’accanimento terapeutico sul
nostro dire per sopprimerne il suono e il senso, bensì
sospende la grammatica abituale del “si dice” anonimo e
impersonale, del rumore condizionante e alienante dell'”ora”
pubblicitaria.

In altri termini, rifugge da ciò che appare consolidato,
indubitabile, perché così vogliono i più,
perché così impone il Mercato tecnologico, che
livella i vissuti, uniforma le coscienze, anestetizza l’ideazione,
allo scopo di impedire il possibile articolarsi di discorsi di
senso capaci di dare corpo e sostanza alle cose ultime,
all’essenziale, alle voci e alle inesprimibili vibrazioni
dell’anima.

Fabio Gabrielli

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