Ricomincio da Kyoto

Il 16 febbraio di sette anni fa il primo (e finora unico) trattato per salvare il clima entrava in vigore. Quest’anno i suoi vincoli scadono. Ma il Protocollo di Kyoto non finisce qui.

Questo non è l’ultimo compleanno del
Protocollo di Kyoto
. O almeno non dovrebbe esserlo se i paesi
che ne fanno parte metteranno in pratica quanto promesso durante
l’ultima Conferenza delle parti (Cop 17) che si è svolta a
Durban, in Sudafrica, a fine 2011.

 

Il secondo periodo di impegni

Nonostante la maggior parte dei mezzi d’informazione abbia
dato maggior risalto agli insuccessi del passato e all’incertezza
del presente, i delegati si sono espressi in modo chiaro: Kyoto
avrà un secondo periodo di impegni vincolanti che i paesi
industrializzati saranno tenuti a rispettare.

 

Non tutti gli stati che finora avevano sottoscritto e
ratificato i target di riduzione della CO2 da raggiungere nel
periodo 2008-2012 si sono detti disposti a partecipare alla seconda
tranche. Questa è la vera notizia. Il fronte si è
spaccato tra chi ha compreso l’importanza di evitare un vuoto
giuridico e chi invece si è impuntato sulla necessità
di coinvolgere anche i paesi emergenti che oggi causano gran parte
delle emissioni globali.

 

I documenti approvati alla Cop 17, dopo una lunga maratona,
affermano che i paesi industrializzati “mirano ad assicurare una
riduzione delle emissioni aggregate di gas serra tra il 25 e il 40
per cento entro il 2020 rispetto ai livelli registrati nel 1990″.
Per farlo, devono inviare volontariamente entro il 1° maggio
2012 una stima delle loro emissioni attuali e un possibile impegno.
Sarà poi la Conferenza che si terrà alla fine di
quest’anno in Qatar a decidere effettivamente gli obiettivi di
riduzione (complessivo e per paese) che dovrebbero entrare in
vigore il 1° gennaio 2013 e decadere il 31 dicembre 2017, anche
se molti rappresentanti hanno chiesto che la “data di scadenza”
venga spostata al 2020.

 

Un nuovo trattato in meno di dieci anni

Parallelamente, infatti, la Conferenza di Durban ha stabilito
anche le tappe da rispettare per l’entrata in vigore di un trattato
legalmente vincolante per tutti i paesi della comunità
internazionale, compresi Cina e Stati Uniti. La sua stesura
dovrà essere pronta per il 2015 in modo tale che i paesi
abbiano il tempo di firmarlo e ratificarlo proprio entro il 2020.
Da qui la richiesta dell’Unione europea, sostenuta anche dal
Brasile, di uniformare l’anno dell’uscita di scena del Protocollo
di Kyoto con quella di ingresso del nuovo accordo.

 

Ad avere accettato
questo schema
ci sono, in primis, i paesi del Vecchio
continente. Sulla stessa lunghezza d’onda si sono posizionate
Australia, Svizzera e Norvegia. Sull’altro fronte, invece, Canada,
Russia e Giappone che hanno bollato il Protocollo come “inutile”
senza l’impegno immediato e diretto di quei paesi che ad oggi sono
responsabili di una fetta significativa delle emissioni: Cina,
India, Brasile. Senza dimenticare gli Stati Uniti che non lo hanno
mai ratificato.

 

Questa dunque la realtà dei fatti a quindici anni di
distanza dalla Cop 3, quella che portò una modesta
città giapponese a diventare famosa in tutto il mondo.
Citata e urlata, cliccata e googlata, elogiata e criticata, Kyoto
è entrata di prepotenza in ogni aula, sala o redazione
interessata alla questione climatica. Buon compleanno Kyoto. Cento
di questi giorni.

2012, 2015…
2020

Questi gli anni da tenere d’occhio per capire
se le promesse fatte a
Durban
verranno rispettate. Nel frattempo proseguono gli
accordi su scala regionale che vedono associazioni e imprese
proseguire spedite nel cammino della green economy. In attesa che
la lenta macchina composta da governi e organizzazioni acceleri il
passo e raggiunga i progressi messi a disposizione dalla
tecnologia..

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