Sean Rowe – Magic

Uno spirito libero, una voce baritonale che viaggia sulle frequenze di Cohen. Sean Rowe incanta in Magic.

La prima cosa che colpisce di Magic è la voce. Il barbuto canadese
è dotato di un timbro come pochi: basso, rauco e morbido,
tra un giovane Tom Waits, Micah P. Hinson e William Elliott
Whitmore, con lo spirito di Johnny Cash che aleggia su tutti e
Leonard Cohen nel cuore. Magic è il suo terzo album.
Atmosfere scure e minimali, in cui testi ad effetto sono
accompagnati da abili arpeggi alla chitarra acustica: il tutto sa
di onestà e sincerità. Non stupisce scoprire il suo
forte spirito naturalista, il suo amore per la terra e tutto
ciò che di genuino ha da offrire. Appena possibile Rowe
intraprende escursioni nei boschi, costruisce capanne e rifugi con
ciò che trova e tiene seminari sulla raccolta di frutta e
cibo. Niente a che fare con lo spirito bucolico e buonista di certo
folk. Brani come Time To Think, Night o l’affascinante Old Black
Dodge sanno di terra grezza e aria fresca, semplicità e
disillusione. In Jonathan e Wrong Side Of The Bed troviamo anche
sonorità elettriche, Wet è punteggiato da accordi di
chitarra che pian piano vengono arricchiti da interventi d’archi,
mentre American è una specie di inno personale in cui il
già citato Cohen fa da maestro. «Ciò che siamo
portati a credere non è vero», racconta in un mini
documentario. «Ognuno lo deve scoprire da sé, io lo
faccio attraverso la natura. In essa trovo un senso di
libertà universale e di connessione con ciò che
veramente siamo».

Silvia Pellizzon

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