Un messaggio sulla sicurezza dalle guide alpine

Un messaggio sulla sicurezza fondata nella cultura piuttosto che nella sola conoscenza nozionistica e tecnica diffuso dalle Guide Alpine della Lombardia e dalle Guide Alpine Italiane.

Lorenzo Merlo
Responsabile ufficio stampa Guide Alpine Lombardia

Quando “Andersen”, il primo uomo che si mise due legni sotto i
piedi per muoversi meglio nella neve, ad un certo punto
incontrò un pendio eccessivo, si cavò i legni e
proseguì a piedi. L’idea d’aver rischiato di rompersi un
femore non la conobbe mai. Non aveva bisogno di conoscenze tecniche
per adattare il suo comportamento allo scopo della sicurezza. Aveva
solo “sentito” l’eccesso. Quel “sentire” passa attraverso le
orecchie della relazione con l’ambiente, sé incluso.

Quando un Tuareg si avvia alla traversata insieme alla sua
carovana, non ripassa il manuale di deserto, di tempesta di sabbia
o di sopravvivenza sahariana. La cultura con la quale è
cresciuto e nella quale si identifica è la sede della sua
sicurezza. Una cultura forzatamente coniugata, scaturita e formata
dalla relazione con l’ambiente.
Per lo stesso motivo un camoscio sente quando poter attraversare
una colata ghiacciata e quando no. E’ per questo nocciolo che
l’alpinismo è atto culturale, non sportivo.

Con le stesse modalità del tuareg ogni giorno guidiamo la
macchina e conduciamo la vita. Davanti ad una curva ghiacciata
adottiamo un comportamento utile solo se determinato dalla
relazione con “tutti” gli elementi in gioco, colti, intuiti,
razionalizzati, consci e inconsci. La Tecnica, la Conoscenza
stessa, se l’atteggiamento è tarato sull’ascolto, diviene
elemento pari agli altri e con essi coniugato, quindi sfruttata al
meglio. Non è certo ripetendo pedestremente quanto dice il
cartello stradale che realizziamo la massima sicurezza. Ognuno di
noi può condividere che davanti ad un passo pedonale oltre
al verde del semaforo è opportuno dare un’occhiata in giro,
ovvero, privilegiare le informazioni scaturite dalla relazione
piuttosto che quelle preconfezionate.

Una prevaricazione della dimensione razionale e una cultura
intellettualistica, quale è la nostra, non favorisce il
recupero di una identità corporea, del valore dell’ascolto,
della relazione come principio delle cose. Siamo intossicati dalle
idee, con la respirazione spesso superficiale. E’ definitivamente
passato il concetto di sport anche per le attività che si
svolgono in ambienti aperti. Entro questa apparente innocua
estensione dell’accezione, dal campo da tennis alla parete nord,
convive simbioticamente una proposta d’atteggiamento inadeguata e
contraddittoria per alzare la sicurezza. La sportivizzazione, il
prestazionismo, l’attenzione alla “Quantità” delle cose,
materiali ultima generazione, equipaggiamento come da
pubblicità, “ce l’ha fatta mia sorella devo farcela
anch’io”, le tecniche concepite come il fondamento per frequentare
le montagne non fanno che spingerci lontano dal centro: la nostra
motivazione, la nostra dimensione, la nostra libertà
gratificata.

Che morale dunque? Parlare di sicurezza in questi termini è
più efficace che citare il famigerato “rispetto per la
montagna” o l’alter ego di “natura amica”. La natura è la
natura, per cavalcarla bisogna sentirla. Accedere a se stesso prima
che alle tecniche, permette ad ognuno di riconoscere la sede del
problema.

 

 

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