Albertina D’Urso racconta i profughi Tibetani

Reduce dall’ultimo dei suoi dodici viaggi sul confine e in procinto di partire per il prossimo, Albertina D’Urso, fotografa professionista, racconta

Ho letto il vostro editoriale su Cina e Tibet. Io sto seguendo i
profughi tibetani per un progetto personale da tanti anni e ho
passato mesi interi con loro, quindi posso ribadire che quello che
è stato fatto ed è ancora in corso può essere
considerato un vero e proprio genocidio. A partire da un dato
oggettivo: almeno 1/6 dei tibetani è stato già
ucciso, erano sei milioni quando iniziò l’invasione, ora
sono quattro milioni e mezzo.

Circa 150.000 tibetani vivono da rifugiati in India e in giro
per il mondo; e quelli rimasti in Tibet praticamente vivono agli
arresti domiciliari. Non possono neanche studiare nella loro
lingua, e basta una foto del Dalai Lama nel portafoglio per finire
in prigione.

Perciò c’è un continuo esodo di tibetani che pur
di fuggire in India ed esser quindi liberi affrontano la morte per
attraversare – a piedi – la catena dell’Himalaya. Molti muoiono di
stenti o, se visti da qualche poliziotto cinese, freddati senza
neanche una domanda. Poco prima che scoppiassero i disordini hanno
ucciso una giovane monaca di 17 anni che tentava di raggiungere il
Nepal…

Ma queste cose non arrivano mai sui giornali. Il governo cinese
impedisce alla stampa l’accesso in quelle zone, in Tibet tutti i
siti Internet sono sotto controllo e appena qualcuno scrive
qualcosa che non va viene bannato.

Ma la situazione resta in realtà raccapricciante.
Parlando coi profughi si ascoltano continuamente storie di amici o
parenti appena uccisi in Tibet.

I cinesi considerano i tibetani una razza inferiore. Quando
arrestano le donne e le monache (colpevoli solo di avere detto
“lunga vita al Dalai Lama”) provano anche schifo di violentarle
personalmente, le violentano con una sorta di bastone che dà
anche la scossa elettrica.

In più, nessuno sa che fine abbia fatto il Panchen Lama,
prigioniero politico da quando aveva 6 anni.

Per questo ritengo impensabile che il Tibet possa rimanere
“cinese”.

Forse, sarebbe possibile solo se si cominciasse a rispettare i
tibetani, lasciandoli liberi di parlare la loro lingua ed essere
Buddhisti; se rilasciassero tutti i prigionieri arrestati senza
motivo, specialmente il Panchen Lama.

I tibetani, dal canto loro, sono ormai del tutto anticinesi. In
ogni famiglia c’è almeno un membro ucciso o torturato dai
cinesi, quasi tutti hanno subito delle ingiustizie, quindi pare
difficile che accettino di diventare “cinesi”. Molti sono ridotti a
delle ità, non hanno più a da perdere. Vivere come li
costringono a fare i cinesi o morire… forse non è che
cambi molto.

Per questi motivi temo che ci sia il rischio di un bagno di
sangue. Ho parlato con uno dei monaci che stava per partire per la
marcia da Delhi a Lhasa. Sanno che probabilmente se tentano di
attraversare il confine per tornare a casa vengono uccisi, e non
gli interessa.

Mi ha proprio detto che, tanto, “vivere da prigioniero o morire
è lo stesso”.

Ho proprio paura che la via di mezzo non sia più
possibile: o la Cina libera il Tibet o ci sarà un massacro.
Un Tibet cinese, dopo tutto quello che è successo, non
può esistere.

Albertina D’Urso

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