Tamikrest – Toumastin

Rock del deserto, sulla scia dei Tinariwen, questa volta senza Chris Eckman. Toumastin è soprattutto un grido di libertà.

Toumastin è il secondo lavoro dei Tamikrest, giovane band
tuareg che, sulla scia di quanto hanno già fatto i
Tinariwen, utilizza la musica a fine politico-sociale. Etico,
direbbero loro, vista la condizione drammatica in cui sono
costretti dai governi centrali che li vogliono imbrigliare,
costringere alla stanzialità e alle regole statali.
Più importante della musica che suonano è il proclama
che appare in doppia lingua (francese e inglese) in apertura del
libretto che accompagna il disco. Lo scrive il leader della band
Ousmane Ag Mossa: «Dobbiamo tutti prendere coscienza che
apparteniamo a una comunità e a una cultura che sono la
nostra forza agli occhi degli altri. Un popolo senza terra come il
nostro che fino a ora ha sempre goduto di spazi e libertà
soffrirà di questa mancanza di possesso per
l’eternità».

Parole dure ed essenziali che come il suono delle loro chitarre
penetra rapido e doloroso anche tra chi è lontano da quella
realtà. La musica dei Tamikrest è un tam tam che
serve a raccogliere intorno al fuoco della consapevolezza
soprattutto le giovani generazioni, a istillare loro dignità
e a promuovere l’orgoglio. Il contrasto tra i loro turbanti e le
chitarre elettriche è stridente: ancora una volta il rock si
schiera dalla parte di chi combatte a prescindere dal colore e
dalla nazionalità. Il rock si presta facilmente a
trasformarsi, a coniugarsi con chi gli chiede aiuto e in questo
caso l’sos arriva da una tribù nomade che vuole salvare la
propria storia potenziando il grido di rivolta.

Proprio come nel precedente Adagh, i Tamikrest scrivono le loro
canzoni su ritmi tradizionali che poi amplificano grazie alla
strumentazione elettrica e quello che ne risulta è un
incedere cantilenante, quasi ipnotico, però energetico,
vitaminico, molto personale capace di essere attuale senza
dimenticare le radici. Significativo è il tamburo tribale a
cui sono state appoggiate chitarra e basso elettrico che figura in
seconda di copertina. È la lezione dei più anziani
Tinariwen che rifacendosi al blues e al rock classico hanno aperto
la strada ai musicisti più giovani nelle cui orecchie
ronzavano già echi post punk.

I testi parlano di cieli stellati e bellezze naturali mozzafiato
che hanno sempre accompagnato lo sguardo dei tuareg, o meglio dei
tamashek come preferiscono essere chiamati, di amore e naturalmente
della coscienza che deve essere svegliata. Un lavoro pieno di forza
che si schiera dalla parte della libertà e della
felicità che ne può derivare, scandito dalle
caratteristiche urla femminili di gioia che sull’onda del rock
superano di slancio deserti e oceani fino ad arrivare alle orecchie
di tutti coloro che la libertà ce l’hanno a cuore per
davvero.

Roberto Caselli

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