Tommaso d’Aquino, felicità come contemplazione

San Tommaso, nella Summa theologica, il suo capolavoro speculativo, sottolinea come la vera e perfetta felicità si realizzi solo nell’aldilà, assumendo la forma della contemplazione di Dio.

Il pensiero tomistico, com’è noto, s’impone come uno dei
vertici assoluti della speculazione occidentale. Nel passo che
riportiamo dalla “Somma teologica”, l’Aquinate s’interroga sulla
felicità umana, disegnandone un profilo ambiguo: da un lato,
infatti, la finitezza umana non ci permette di esaudire il nostro
struggente desiderio di perfetta felicità, dall’altro questa
insopprimibile esigenza esistenziale trova il proprio metafisico
compimento nella “contemplazione della divina Essenza”.

È interessante notare come San Tommaso, con il suo consueto
realismo, descriva l’uomo come un essere perennemente desiderante,
un inquieto esploratore delle terre abitate dalla felicità
e, nello stesso tempo, come un essere insoddisfatto, nella misura
in cui si scontra con “il male”, la contingenza, la strutturale
limitatezza cui la sua vita soggiace.
Ecco le precise parole del Nostro: “Ma nella vita presente non
è possibile essere esenti totalmente dal male, dato che la
nostra esistenza soggiace a molti mali inevitabili: siano, questi,
le lacune intellettuali o le disordinate affezioni appetitive o le
molteplici penalità che scontiamo nel corpo. D’altronde,
neppure può in questa vita essere pienamente appagato il
nostro anelito al bene; infatti, per natura, l’uomo desidera la
stabile permanenza del bene che gode, e invece i beni della vita
sono labili e caduchi, mentre fugge la stessa vita, a cui pur siamo
naturalmente attaccati e che vorremmo durasse sempre…”.

L’uomo cerca, dunque, la stabilità dei suoi beni, che,
tuttavia, sono continuamente insidiati dalla presenza ineludibile
della morte, e finiscono, così, per essere solo momentanei,
frammentati, acquisiti e smarriti in un ciclo esistenziale da
riconoscere con un vivo senso della vulnerabilità, della
fragilità con cui abitiamo il mondo.
Di conseguenza, conclude San Tommaso, la suprema beatitudine,
incorruttibile e inattaccabile, risiede solamente nella
contemplazione ultraterrena di Dio.

Fabio Gabrielli

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