Sfruttamento minerario raccontato camminando

La montagna conserva ancora testimonianze tangibili dello sfruttamento minerario protrattosi per secoli e si racconta attraverso i passi del nostro trekking

Lo sfruttamento minerario della media Val Camonica è
iniziato ad opera dei Romani e si è protratto fino agli anni
Cinquanta del secolo scorso. In seguito le nuove tecniche
estrattive non potevano essere applicate a questi ambienti e la
costruzione di strade accessibili ai mezzi a motore avrebbe
comportato spese superiori ai guadagni. Le miniere e le relative
strutture vennero dismesse e ci si dimenticò di queste
vallate e del loro sottosuolo.

Ci troviamo in una zona di confine fra le province di Brescia e
Bergamo, al limite delle Orobie Orientali.
Il percorso parte dall’abitato di Loveno (Bs, 1300 m) e raggiunge
il Passo del Sellerino (2412 m) con una camminata di 5,30 ore.

Poco prima di entrare nell’abitato di Loveno, si incontra un
grosso crocefisso nei pressi una mulattiera acciottolata che sale
alla nostra destra. Seguiamo i segnavia C.A.I. bianco-rossi
e in 20 minuti ci portiamo presso un gruppo di malghe
ristrutturate. Vicino al Bait del Chich spicca un antico
masso erratico impreziosito da incisioni rupestri preistoriche. Il
sentiero incontra poi un bivio, noi ci manteniamo a sinistra e
proseguiamo in lieve salita. Poco oltre eccoci dinanzi ad un’altra
biforcazione; le segnalazioni ci introducono in un bosco di abeti
rossi aggrappato al versante sinistro della valletta che scende a
Loveno. La zona è ricca di sentieri secondari e deviazioni
in virtù della densa attività pastorizia svolta dai
locali nei secoli. Negli ultimi decenni la montagna è stata
gradatamente abbandonata, le abetaie hanno sostituito i pascoli ma
sono rimasti innumerevoli solchi creati dal lungo cammino di
animali e uomini.
La pendenza del tracciato inizia a farsi sentire, la salita diviene
più impervia e si raggiunge la suggestiva cascata sul
torrente Largone e quindi l’omonima Malga e Conca (1762 m, 1
ora da Loveno) con un po’ di fiatone. D’altronde dobbiamo
guadagnare quota, uscire dalla fascia boschiva e portarci nel
tipico ambiente orobico d’altura.

Eccoci infatti, il nostro orizzonte ormai è occupato da
crinali che si rincorrono a perdita d’occhio fra costoloni erbosi,
ghiaioni e pennacchi di roccia incupiti dal cielo terso che spesso
a queste altitudini la primavera ci regala. Abeti e larici escono
di scena e gli arbusti di rododendro restano protagonisti
incontrastati della vegetazione. Il segnavia attraversa
il torrente e risale su traccia fra i cespugli in direzione sud.
Qui alcuni muraglioni di sasso e discariche di minerale ferroso
anticipano gli inghiottitoi cadenti di alcune vecchie miniere di
ferro (1,40 ore). L’atmosfera è rarefatta e pregna di
emozioni; fa impressione pensare che in questi stessi luoghi in cui
noi camminiamo per sport e passione per la montagna, si siano
consumate vite durissime ai limiti della sopportazione.
Qualcuno, nei paesi sottostanti si ricorda ancora degli ultimi
minatori. A lavorare ovviamente andavano a piedi per la nostra
stessa strada, con la differenza che la percorrevano più e
più volte anche dopo ore di miniera.
Dormivano in edifici di sasso e lamiere collegati tramite cunicoli
sotterranei direttamente con i filoni di minerale. Il materiale
veniva portato a valle con slitte trainate da muli e, dove le
mulattiere lo consentivano, con carretti. Solo negli ultimi anni di
attività subentrarono le teleferiche. D’inverno la neve
obbligava all’isolamento, tagliava i collegamenti con i paesi e gli
operai tornavano a casa solo a primavera. Il nostro sentiero
continua a risalire il fianco della montagna e si intrufola in una
valletta cosparsa di materiale detritico e di chiazze di neve fino
a stagione inoltrata.

Si esce sulla sommità di un dosso presso alcuni grossi
massi; pieghiamo a sinistra e dopo un passetto appare la Piana
dell’Uomo
(2,40 ore). Si tratta di un pianoro erboso costellato
da numerosi laghetti alimentati dalle acque del disgelo. Anche qui
troviamo resti di altre miniere, discariche e costruzioni. Il
nostro cammino continua fra i cespugli di rododendro; prima di un
ruscello si abbandona la vecchia traccia per un nuovo percorso alla
nostra destra. Ci alziamo verso una forcellina incisa nella cresta
di fronte e ci si affaccia su una conca pascoliva disseminata di
grossi macigni. Siamo in Valbona e lo specchio d’acqua ai
nostri piedi è il laghetto omonimo. Lo raggiungiamo in
discesa, poi l’itinerario dopo alcuni minuti di risalita inizia a
scendere, costeggia un laghetto intorbato, supera il torrente
Sellero
e ci conduce all’incrocio con il segnavia n. 129,
presso la Malga Sellerino (4 ore). Le segnalazioni rosse e
bianche si arrampicano decise sul versante destro della vallata fra
pascoli e rododendri. Si fiancheggiano due laghetti adagiati ormai
alle falde del Monte Tre Confini fino ad incontrare la ripida
serpentina diretta alla nostra mèta, il Passo del
Sellerino
(2412 m 5,30 ore).

Ci accoglie un panorama gratificante che spazia dalle Orobie
Bergamasche (in primo piano vediamo la Conca del Venerocolo, i suoi
tanti laghetti e il gruppo del Pizzo Camino), alle Alpi del
bresciano con i ghiacciai dell’Adamello, Blumone e
Carè Alto; nelle giornate più terse lo sguardo si
spinge in Valtellina sulle vette dell’Ortles-Cevedale e persino in
Svizzera sul Bernina.
Chi poi volesse camminare ancora, potrebbe raggiungere in altri 45
minuti la cima del Monte 3 Confini (2590 m), interessante sempre
per i panorami ma soprattutto per le fioriture primaverili che
ammantano i suoi fianchi. In alternativa al percorso a ritroso,
ripartendo dal Passo del Sellerino si possono ridurre i tempi di
discesa a 2 ore di cammino. In questo caso si ridiscende lungo la
Valle del Sellero con il segnavia n. 161, fino ad immettersi sulla
mulattiera comunicante con la Strada Statale del Vivione.

Yalmar Tuan

 

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