Volontariato: un dono d’amore

Tra i tanti possibili gesti d’amore che si scambiano gli individui, acquista un particolare valore il volontariato, l’offerta di servizi donata a chi si trova in difficoltà

Un dono di tempo e di energie, il volontariato coinvolge un numero crescente di persone e rappresenta una tendenza antagonista all’impoverimento dei rapporti umani dell’attuale contesto sociale.

Il volontariato non costituisce, di solito, un’azione spontanea. Si distingue dal “buon vicinato” per l’organizzazione e la formazione specifica che richiede, a fronte della complessità dei problemi che affronta; e tuttavia si giustifica solo in virtù della carica di attenzione all’altro, disponibilità all’ascolto e capacità di sentire insieme (“empatia”), qualità che differenziano il volontario dall’operatore socio-sanitario.

Recenti studi di psicologia sociale asseriscono che la motivazione che spinge l’individuo a farsi volontario si fonda spesso sulla forza di problematiche interiori, derivanti anche dalle esperienze della vita. Ad esempio, la perdita di una persona cara, in seguito a grave malattia, può spingere ad interessarsi del mondo dei malati cronici, o dei terminali, quasi a continuazione del rapporto con chi ci ha lasciati; oppure, ed è il caso di molti giovani, si coglie nel volontariato la possibilità di sperimentare una propria iniziativa autonoma, di “diventare grande” assumendo per la prima volta un ruolo sociale al di fuori dell’asse famiglia-scuola-lavoro. Tuttavia, altri studi illustrano come la pratica del volontariato possa sviluppare le abilità sociali di chi lo pratica; e ciò risulta intuitivo, se pensiamo che il contesto dell’azione di volontariato è sempre fondato sull’incontro di individui, sovente con scambi tutt’altro che superficiali.

La carica emotiva che sostiene il volontario nel proprio intervento lo aiuta a prendersi cura delle persone che assiste, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che deve affrontare. La relazione che intesse con l’assistito fa sì che questi possa esprimergli riconoscimento, gratitudine e, in non pochi casi, affetto; questo “ritorno” gratifica ed incentiva, a sua volta, il dono del volontario.

La relazione di cura ricorda in parte quello speciale scambio esistente tra madre e bambino nelle prime fasi della vita: un rapporto asimmetrico, ma sostenuto attivamente da entrambi, e decisivo per lo sviluppo mentale del bambino. E, così come la madre deve avvertire una preoccupazione interna per mantenere l’attenzione al bambino ed entrare in sintonia con lui, avvertendone i bisogni prima che questi riesca a parlare, allo stesso modo il volontario dev’essere animato da una stimolo interno, la motivazione, sul quale costruire le competenze necessarie a svolgere il proprio prezioso dono, che resta dispiegato nell’area dell’amore prima che in quella dell’operatività sociale.

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