Un’insalata di pesticidi

Pesticidi su frutta e verdura: un rischio per la salute.

Insalate, pomodori, ravanelli conditi con captàno, diazinon
e vinclozolin. È il menù offertoci dai banconi
dell’ortofrutta. Lo dicono le indagini italiane ed europee.

Dai risultati delle analisi svolte per il 2001 dalle Agenzie
Ambientali e dalle ASL in tutta Italia risulta che il 21,5% dei
prodotti ortofrutticoli conteneva residui di un fitofarmaco, che a
contenere residui di più sostanze era il 9,2% dei campioni,
mentre il 2% presentava residui in misura superiore al limite di
legge. I veleni più frequentemente rinvenuti: Imazalil,
Procimidone, Clorpirifos, Clorpirifos etile, Endosulfan, Captano,
Procloraz, Metidation, Tiabendazolo, Difenilammina, Clorprofam,
Ortofenilfenol E231.

Un prodotto con residui superiori al limite di legge, ovviamente,
non è idoneo all’alimentazione in generale; più
rigorosamente, in base al DPR 7 aprile 1999 n. 128, il prodotto che
presenti residui superiori a 0.01 mg/kg (lo zero strumentale) non
è idoneo all’alimentazione dei lattanti e dei bambini.
Quindi l’anno scorso un quinto degli ortaggi e metà della
frutta in Italia non possedevano le caratteristiche sanitarie per
essere utilizzabili nelle mense degli asili nido e delle scuole
elementari e medie (e neppure nell’alimentazione domestica dei
bambini)!

E quest’anno? Sono appena stati pubblicati i dati del Rapporto
“Pesticidi nel piatto 2003” di Legambiente. Il 20% dei campioni
esaminati è risultato contaminato da almeno un pesticida, e
nel 5% ne sono stati trovati più d’uno. Tre pesticidi
trovati su una sola ciliegia, un peperone su quattro è
fuorilegge e i controlli non sempre sono efficaci e sufficienti.
Anche adesso la metà della frutta infatti, stando ai
campioni – quasi 11.000 – analizzati nel 2002 dalle agenzie
ambientali e dalle Asl è contaminata da almeno un tipo di
pesticida. In un prodotto su quattro si trova addirittura traccia
di più d’un principio attivo. Migliore – ma non buona – la
situazione della verdura: il 20% dei campioni è risultato
contaminato da almeno un pesticida, e nel 5% ne sono stati trovati
più d’uno. E poi ci sono pure i campioni fuorilegge, dove
non solo i pesticidi ci sono, ma superano le concentrazioni imposte
per legge o sono addirittura vietati: sono il 2% del totale; un
dato tutt’altro che rassicurante, visto l’aumento rispetto all’anno
passato (nel 2001 erano l’1,3%).

In Europa il trend non è diverso. Non solo non ci sono stati
cali nell’uso di pesticidi in agricoltura, ma la percentuale di
campioni contenenti residui multipli è aumentata
notevolmente ed i cocktail che ne derivano risultano essere assai
pericolosi per la salute, secondo uno studio della Commissione
Europea. Sono stati trovati residui nel 40,2% dei campioni, e ben
il 4,2% superava i limiti di legge. Nel ’99 la percentuale era pari
al 36%: quindi nelle ultime due rilevazioni il trend di diminuzione
riscontrato negli anni 1996-1998 si è invertito!

Si deve mettere a punto una strategia per ridurre i rischi per la
salute e per l’ambiente causati dall’impiego di pesticidi in
agricoltura, come ha richiesto il Parlamento europeo a tutti gli
stati membri. I pesticidi producono conseguenze a livello
immunologico ed endocrino, possono contribuire allo sviluppo di
alcune forme tumorali e contaminano delle falde dalle quali si trae
gran parte dell’acqua potabile. Per questo il parlamento di
Strasburgo ha approvato lo scorso 12 maggio un piano d’azione nel
quale raccomanda l’adozione di interventi nazionali finalizzati a
conseguire l’obiettivo di ridurre del 50% l’uso degli additivi
chimici impiegati in agricoltura, con campagne di informazione,
servizi di consulenza agli agricoltori e incentivi per
l’agricoltura biologica e sostenibile.

Quindi, se dai controlli di frutta e verdura normali in vendita nei
supermarket di tutta Europa ogni tanto emerge che i residui di
pesticidi ci sono eccome, e “preoccupano”, che in un’insalata su
tre la soglia di fitofarmaci è fuorilegge, o addirittura
sono state usate sostanze proibite… i dubbi ci assalgono. Nel
biologico, invece, tolleranza zero. Basta una piccola infrazione,
il produttore perde la certificazione. Non c’è dubbio e,
forse, solo di questo ci si può fidare.

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