Una guerra diversa in un mondo che cambia

La lotta contro le grandi catastrofi ambientali, ormai estese su scala globale, sta diventando una sorta di guerra mondiale.

Cosa c’entrano le piccole vittime del recente terremoto del Molise
con le 145 persone rimaste sotto le colate di fango a Sarno del
1998, o con le 20.000 rimaste uccise durante il terremoto di Izmit
in Turchia, nel 1999 o con le 15.000 decedute sotto la furia del
ciclone tropicale che si è abbattuto ad Orissa, in India,
durante quello stesso anno?

Sembrano i numeri dei caduti di una guerra mondiale, dove cambiano
i fronti o i campi di battaglia, ma nella quale le vittime sono
soprattutto “i civili”: donne, vecchi e bambini in particolare, in
un drammatico scenario che coinvolge l’intero pianeta. Un pianeta
che sta cambiando con una velocità nuova e per molti aspetti
sconosciuta, sulla spinta dei poderosi fenomeni naturali che da
sempre regolano la vita sulla Terra ma anche attraverso la
pressione sempre maggiore esercitata da un’unica specie anomala e
per certi aspetti quasi invasiva: la nostra. Una specie che dagli
albori della sua storia è impegnata a sopravvivere alle
grandi catastrofi ma che oggi, complice anche il fatto di una
popolazione passata in circa 10.000 anni da 5 milioni ad oltre 6
miliardi di individui (ma il vero boom demografico è
avvenuto nell’ultimo millennio), per questa sopravvivenza sembra
dover pagare un tributo sempre più alto e frequente.

Il “sistema-Terra”, soprattutto nelle zone più densamente
abitate, sembra rivelare una fragilità nuova, dove eventi
normali diventano eccezionali nella loro drammaticità. E non
solo per l’aumentato numero di persone, ma anche per un uso
antropico del territorio che, più o meno ovunque nel mondo,
è poco attento a mantenere quel delicato, a volte
impalpabile equilibrio con la Natura che ancora, bene o male, ci
circonda.

Soluzioni.
Eppure basterebbe poco, in termini globali, per limitare certi
danni: usando le parole dello studioso Marcel Roubalut (Le
catastrofi naturali sono prevedibili. Einaudi 1973), “se l’uomo non
può impedire tutto, può prevedere molto”. A patto di
usare la testa con intelligenza e umiltà.

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