Una prospettiva di benessere nello Shiatsu

“Medicina della Comprensione” lo Shiatsu lavora, in stretta collaborazione con l’antica Arte Medica cinese, su di un delicato territorio di frontiera, dove si giocano le carte pi

In una prospettiva di benessere, una volta reimpostato, grazie al pensiero olistico, il rapporto tra
essere umano e salute – intendendo cioè l’uomo come essere
complesso, calato in un mondo che gli procura gioia e sofferenza e
dal quale non può sottrarsi nei meccanismi di dissidio e di
collaborazione – sicuramente oggi non basta più definire
quest’ultima come l’assenza di una sintomatologia fisica e
biologica. Quante persone, pur non accusando problemi fisici o non
riscontrando alterazioni significative dagli esami di laboratorio,
non riescono tuttavia a dire “sto bene”? Cos’è che non
quadra? Dov’è che dobbiamo cercare? E perché mai
tante volte un problema sembra “uscire dalla porta per poi
rientrare dalla finestra”?

Pur lasciando alla medicina ufficiale la possibilità – la
necessità, a volte – di intervenire coi suoi mezzi e i suoi
strumenti nella riparazione dei “guasti meccanici” che l’organismo,
come qualunque sistema organicamente strutturato, di tanto in tanto
manifesta, l’intervento dello Shiatsu si esprime proprio su quella
“tessera”, o filo sottile, che coniuga le diverse profondità
dell’essere, spesso così magmatiche, dalle quali emerge lo
squilibrio ed il malessere così come, non dimentichiamo,
l’armonia e la salute. Il ritrovare quel filo sottile (il file dei
perché) permette il più delle volte di evitare
interventi spesso violenti e lesivi o, quando questi sono
inevitabili, di confermare una guarigione più completa e
autentica.

A questi livelli così interni, così diversi da
soggetto a soggetto – che non sono né fisici né
psichici, ma “energetici” – non ha senso contrapporre buono a
cattivo, come “sano” a “malato”: l’obiettivo non può essere
che quello di ripristinare la completezza del sistema.
Lo Shiatsu agisce infatti con l’intento di “comprendere” – nel
senso di riportare alla “sua” interezza, in quanto cum-preheso – il
sistema con cui interagisce, la sfericità della persona con
la sua coerenza di pensiero e salute.
Nessun modello di normalità dunque, o di benessere
preconfezionato, ma solo e unicamente l’equilibrio della persona,
valido per “quella” persona. La salute fisica in relazione costante
col proprio personale, unico, equilibrio.

Giano bifronte, lo Shiatsu “non è” una terapia in quanto non
si propone di intervenire per allontanare il pathos, la sofferenza,
nella sua unica espressione di negatività da esorcizzare (o
“il patologico” con cui oggi si misura tanto del reale), ma
è altamente “terapeutico” in quanto si propone di
“comprenderlo”. Lo Shiatsu insomma, non muove nessuna guerra,
né al sintomo né alla malattia ma cerca invece di
collaborare con essi per coglierne il senso e demotivarli: la
scomparsa dei sintomi si manifesta, come insegna la “Medicina dei
Significati” o della Comprensione, in quanto “compresi” e
reintegrati. Non soppressi e ammutoliti.

L’antica medicina cinese – dalla quale lo Shiatsu non è a
mio avviso scindibile – permette infatti la duplice azione di
riequilibrio e di comprensione del sintomo, grazie alla visione
veramente “olistica” che la sostiene. E’ dunque indispensabile, per
l’operatore qualificato, conoscere gli strumenti che offre quanto
utilizzarli nella loro duplice valenza: se uno tsubo riequilibra un
meridiano o una funzione, la conoscenza di “quello tsubo” o di quel
meridiano può guidare terapista e paziente alla comprensione
del perché il disagio si sia prodotto.

L’intento educativo dello Shiatsu è parte integrante della
sua “terapeuticità” che vale dunque, indistintamente, per
chi opera come per chi riceve, in una via di comprensione, un
cammino di crescita e di scoperta dell’unicità del proprio
equilibrio come del “senso” che la malattia – in realtà la
vita intera – va continuativamente significando.

Loredana
Filippi

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