Uomini e chip: umano, troppo umano, anzi artificiale

Saranno lumache e sanguisughe la nuova frontiera dell’informatica? Sembra incredibile, eppure stanno nascendo computer organici che sfruttano le cellule di questi animali fino ad andare oltre il tradizionale confine tra umano e artificiale.

Al Max Plank Institute di Monaco di Baviera, dove è stato creato un circuito ibrido che fa lavorare insieme chip di silicio e neuroni di una particolare specie di lumaca, la Lymnaea stagnalis. O al Georgia Tech, dove i ricercatori dell’Applied Chaos Laboratory – Laboratorio che studia il caos applicato, un nome che è già un programma – hanno realizzato un prototipo costituito da alcuni neuroni di sanguisuga – scelti per le loro dimensioni particolarmente grandi, che semplificavano l’esperimento – collegati ad una piastrina di silicio: per ora, il computer riesce solo a compiere semplici operazioni matematiche, ma in futuro potrebbe rappresentare una vera rivoluzione. E ricerche simili sono in corso all’Università di Berkeley, dove è stato realizzato un chip bionico, destinato per ora a curare malattie genetiche come la fibrosi cistica, e al San Diego Institute for Non Linear Science dove stanno lavorando sulle aragoste.

Restano da risolvere problemi fondamentali – le cellule nervose sono assai più complessa da maneggiare dei sistemi digitali, e le interazioni tra silicio e materiale organico potrebbero presentare delle difficoltà- ma la strada verso il computer biologico sembra ormai tracciata. Già da tempo, d’altronde, la struttura del sistema nervoso viene utilizzata come modello teorico per costruire le cosiddette “reti neurali”, strumenti informatici che sfruttano – per memorizzare e utilizzare le informazioni – meccanismi analoghi a quelli del cervello biologico, funzionando “in parallelo” e non in serie: da qualche anno queste reti, progettate in modo tale da “apprendere” e auto-correggersi, vengono utilizzate per prevedere l’andamento di fenomeni troppo complessi o instabili per essere analizzati con strumenti matematici tradizionali, come l’andamento della Borsa o i sistemi di riconoscimento della voce o della scrittura.

Ma oggi i progressi più eclatanti sono stati registrati sul fronte opposto, quello che punta ad utilizzare l’informatica per supportare le facoltà degli esseri umani, E se l’impresa di Kevin Warwick dell’Università di Reading – che si è impiantato nel braccio un chip destinato ad aprire le porte e spegnere le luci di casa sua – è al limite della scienza spettacolo, le prospettive che si aprono sono interessanti. Impianti bionici vengono già utilizzati per combattere la sordità, e in futuro dovrebbe essere possibile ripristinare anche altre funzioni, come la vista, oppure controllare l’epilessia. Resta aperto, intanto, il dibattito etico: fino a che punto possiamo intervenire per modificare creature viventi?

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