Uscito il ventesimo rapporto sullo stato del pianeta

Il genere umano ha sottoposto la Terra a un esperimento non controllato di dimensioni gigantesche. Nel 1984 il World Watch Institute pubblicava il suo primo “State of the World”. Oggi il documento è alla ventesima edizione.

Il primo State, quello del 1984, scritto da Lester Brown e da
cinque suoi collaboratori, fu redatto per presentare, annualmente,
un rapporto sullo stato del pianeta, focalizzandolo in un’ottica
ambientale con la necessaria considerazione dei risvolti economici,
sociali e politici. Era il primo esempio di sostenibilità
del nostro sviluppo.
Nel rapporto del 1984 i capitoli trattavano questi temi: la
necessità di stabilizzare la popolazione, quella di ridurre
la dipendenza dal petrolio, la conservazione del suolo, la
protezione delle foreste, il riciclaggio dei materiali, lo stato e
i costi dell’energia nucleare, la necessità di sviluppare le
energie rinnovabili, il futuro dell’automobile, il futuro
dell’alimentazione e la ricostituzione delle politiche economiche.
Tutti temi di grandissima attualità ancor oggi.

Dal 1984 a oggi la situazione ambientale non può definirsi
migliorata, ma si è andata diffondendo una cultura della
sostenibilità che ha reso possibile anche le due grandi
conferenze delle Nazioni Unite: quella sull’ambiente e lo sviluppo
di Rio de Janeiro (1992) e quella sullo sviluppo sostenibile a
Johannesburg (2002).

La crescente povertà della maggioranza degli abitanti del
pianeta e l’eccessivo livello dei consumi da parte di una minoranza
costituiscono le due maggiori cause di degrado ambientale. Di
fronte a queste grandi sfide, la risposta politica e economica
è inadeguata. Johannesburg ne è stata una
testimonianza drammatica. I “potenti” della Terra hanno fallito nel
prendere impegni concreti: indicare target precisi di riferimento,
tempi entro cui raggiungerli e chiarezza sui mezzi da utilizzare.
Le vere priorità dei paesi di tutto il mondo continuano ad
essere la crescita economica e la libera circolazione di merci e di
denaro. Tutti vogliono la crescita economica e si sforzano di
renderla massima. Il sistema che cresce al tasso più alto
è considerato il migliore e rappresenta un’alternativa alla
ridistribuzione come mezzo per combattere la povertà.

Le politiche di sostenibilità viceversa devono avere un
approccio chiaro. Per questo devono dotarsi di alcuni elementi
fondamentali come il Protocollo di Kyoto che permettano: la ricerca
della “riduzione” dell’impatto, l’obiettivo di raggiungere un
target, l’indicazione del tempo entro cui raggiungere il target
stesso e l’applicazione di sistemi di monitoraggio e di
penalizzazione nel caso l’obiettivo non sia raggiunto.

Oggi possiamo parlare di “Sustainability Science”, Scienza della
Sostenibilità, che richiede nuovi modi di pensare. Le
precedenti visioni della natura e della società come sistemi
vicini all’equilibrio sono stati rimpiazzati da visioni dinamiche e
mutevoli, che permettono la comprensione dei cambiamenti globali,
dell’intervento umano, dei legami esistenti tra sistemi naturali,
sociali ed economici, e sono in grado di indirizzare politiche
innovative per il futuro.

“State of the World 2003”, edizione Ambiente.


Tomaso Scotti

Articoli correlati