Vita selvaggia, una giungla di rischi

Addio avorio, o addio elefanti? Addio pellicce di leopardo o addio leopardi? Si decide a Bangkok, dal 2 al 14 ottobre, nel meeting sul futuro delle specie in via d’estinzione.

Il commercio d’avorio è al bando: le immagini degli
elefanti cacciati in Sudafrica per estirparne le zanne provocarono
un’indignazione mondiale. Così come il corno dei
rinoceronti: c’erano cacciatori che usavano la sega elettrica,
mentre l’animale era ancora vivo. Le pellicce di leopardo sono
fuorilegge. L’esportazione di animali esotici rigidamente
limitata.

Tutto questo, grazie alla Convenzione di Washington sul
commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate
di estinzione (acronimo in inglese, CITES), firmata dagli Stati a
Washington nel 1973 per
controllare il commercio degli animali e delle
piante
(vivi, morti o
parti e prodotti derivati
), in quanto lo
sfruttamento commerciale è, assieme alla distruzione degli
ambienti naturali nei quali vivono, una delle principali cause
dell’estinzione e rarefazione in natura di numerose specie. La
CITES è compresa nelle attività del Programma delle
Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).

Tutto questo, e molto altro. E’ un baluardo della
biodiversità mondiale. Sono 34.000 le specie tra animali e
piante protette in tutto il mondo, delle quali cioè è
proibito far commercio, sradicare, esportare, cacciare, vendere in
altri Paesi.

Finora.

Ora si riunisce la Conferenza delle Parti CITES, a Bangkok, in
Thailandia, dal 2 al 14 ottobre:
delegati di 160 Paesi, 3000 funzionari, e oltre 10000 osservatori.
Si procede così. Sono in calendario
almeno cento proposte
per rafforzare la
protezione di animali e piante, tra cui squali, leoni, grandi
scimmie, uccelli tropicali, alberi tagliati per il legname.

Ma ci saranno anche
proposte di segno opposto
, per riaprire i
commerci (e quindi la caccia) di qusto o quell’animale o di quel
prodotto. Su ogni proposta, ogni Paese s’esprime con un voto.
Segreto.

Questa segretezza però espone le votazioni a
contrattazioni sotterranee: Paesi pro-caccia che mercanteggiano il
voto dei più piccoli stati, magari non interessati a questa
o quella specie in pericolo, che ricattano o subordinano aiuti
economici a queste votazioni.

Qui sta il rischio, grave come l’estinzione, ma più
vicino, per la vita selvaggia di tutto il mondo…

C’è il rischio che le grandi lobbies e le “finte”
organizzazioni ambientaliste ripetano: “il modo migliore per
proteggere una specie è consentirne una caccia
regolamentata”. C’è “un utilizzo sostenibile degli animali
selvaggi”, lo ha dichiarato tra gli altri Eugene Lapointe, che era
presidente proprio della CITES e che ora è a capo di un
“World Conservation Trust”.
C’è il rischio che i Paesi africani “gonfino” le cifre delle
popolazioni di animali per farne riaprire la caccia (per esempio lo
Zimbabwe, accusato recentemente di aver raddoppiato il numero degli
elefanti che vivono sul suo territorio).
E c’è il rischio che grandi Paesi, come gli USA e a seguire
la Gran Bretagna, o come la Cina avida di pozioni afrodisiache
ricavate da parti di animali ormai quasi scomparsi, s’avvicinino a
posizioni possibiliste.

C’è il rischio che il divieto mondiale di commerciare
specie protette s’indebolisca. Le più grandi organizzazioni
ambientaliste del mondo, riunite per questa occasione nella
coalizione globale Species Survival
Network
, continuano le loro campagne, e avvertono: non
è con i soldi del commercio d’avorio, o di pinne di squalo,
che si aiutano le comunità locali, né si garantisce
loro un futuro. Una riapertura della caccia, pur contingentata,
farebbe affluire in quei Paesi ove fosse riaperta cacciatori,
bracconieri, avventurieri da ogni parte del mondo, scardinando ogni
possibilità di controllo sulle specie esportate, sui numeri,
sulle loro parti, soprattutto considerando che la maggior parte dei
territori di caccia sarebbe in Paesi del Sud del Mondo, non
esattamente all’avanguardia…

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