Volare coi piedi per terra

La sabbia era bianca come luna piena. Il cielo ci guardava con tutto il blu di cui era capace e il sole illuminava i nostri corpi con calore gentile. Nove del mattino, maggio, Sardegna: stage di Tai Chi Chuan.

Il maestro cominciò la forma senza parlare, l’aria selvatica
del maestrale gli scompigliò i capelli e la risacca del mare
prese a respirare a ritmo coi suoi polmoni. Fu il segnale di
inizio: come gli uccelli lasciano l’albero a migliaia insieme,
così noi, allievi di ogni età, mestiere e storia,
lasciammo i nostri corpi andare, partire per un nuovo viaggio,
insieme.

Sentii le gambe flettersi e accogliere il peso del corpo in
principio cigolando, come le funi dell’albero maestro in barca
quando le vele scoppiano di vento. Sentii le braccia levitare senza
peso e le mani accarezzare la brezza marina con amore e con amore
esserne carezzate. Sentii le anche ruotare lente e imprimere al
tronco morbide spinte di possente energia.

L’aria entrava e usciva dal mio ventre, sola, senza desiderio e
senza volontà, guidata da nessuno. Ma sapeva dove andare e
ci andava ridendo, con gioia, che mi vuotava dentro come acqua di
fonte per innaffiare di voglia di vita le radici del mio
sé.

Un gabbiano veleggiò a lungo sopra di noi, immobile: ero io.
Era anche il mio compagno di sinistra. E quello di destra e davanti
e dietro… quel gabbiamo era tutti e nessuno, era sé stesso
e il cielo, era come noi fermo e in movimento. Era un battito di
ciglia dell’universo che ci faceva compagnia.

Sentii il suo grido acuto di saluto arrampicarsi nei meandri delle
orecchie e incastonarsi nella mia memoria come una canzone d’amore
che non avrei scordato più. Sentii il fuoco che mi accendeva
un ceppo di legna nelle mani, sentii la mente sciogliersi dentro le
cellule del corpo, sentii lo sterno aprirsi, come la gabbia dei
canarini: il mio cuore cinguettò, uscì danzando e
volò via dietro il gabbiano.

Fulvio
Fiori

scrittore

 

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