Volontà che afferra volontà che progetta

La filosofia di Nicola Abbagnano ci invita a riflettere sul rapporto tra la nostra volontà, e la connessa libertà, le nostre scelte e quelle degli altri.

L’errore di fondo è sempre lo stesso: si crede o si
immagina che l’uomo sia come l’ape che non può allontanarsi
dal compito che essa ha nello sciame. Ma nella realtà della
vita, l’uomo dipende continuamente dalle scelte che compie, e deve
imparare a renderle compatibili con quelle degli altri e benefiche
per se stesso. E può impararlo soltanto dalle esperienze che
fa nel rapporto con gli altri, nel confronto con se stesso,
nell’urto con le difficoltà e i problemi che la vita ad ogni
istante gli presenta. Abbandonandosi, senza limiti e senza scelta,
agli impulsi del momento, si isola dagli altri e impone al suo
volto una maschera nella quale egli stesso non può
riconoscersi.

Nicola Abbagnano, La
saggezza della vita

L'”esistenzialismo positivo” di Nicola Abbagnano contribuisce in
modo decisivo ad alimentare una feconda riflessione sul rapporto
tra la nostra volontà, e la connessa libertà, le
nostre scelte e quelle degli altri.
In primo luogo, è necessario distinguere quella che
chiamiamo una volontà che afferra da una volontà che
progetta, declinabile, nella lezione di Abbagnano, nelle forme
dell’impegno, della faticosa conquista, del rischio, del
riconoscimento della nostra finitudine e di quella degli altri,
dell’apertura dialogica e affettiva alla comunità.

La volontà che afferra si attiva come imposizione sull’uomo
e sul mondo, ubbidisce unicamente al principio del proprio
soddisfacimento e della propria forza. La sua grammatica
esistenziale è quella dell’afferrare per possedere, del
signoreggiare sugli altri Volti, dell’invasività predatoria,
dei moti interiori egoistici e utilitaristici. La volontà
che afferra rinvia ad un io inteso come amor proprio, volere
proprio, utile proprio.

La volontà che progetta, invece, si configura come
volontà autentica nella misura in cui riconosce nell’uomo un
essere progettante, capace di declinare il mondo secondo le sue
aperture di senso, secondo le sue scelte, caratterizzate da
fedeltà, impegno, relazione affettiva con
l’altro
, con la consapevolezza del rischio,
dell’implosione di senso da cui queste scelte sono da sempre
abitate.

Le grammatiche esistenziali della volontà che progetta sono
quelle dell’ascolto,
dell’apertura di senso, del riconoscimento, del lambire e dello
sfiorare con pudore il mondo.
Accettare la nostra finitezza, essere consapevoli che i nostri
progetti possono riuscire e rendere appagante la nostra vita e
quella di coloro che ne beneficiano in un autentico “sfregamento di
anime”, ma, nel contempo, riconoscere che possono anche essere
attraversati dalla lacerazione, dal naufragio, dallo scacco o dalla
parziale riuscita significa stabilire con le altre finitezze un
rapporto di empatia, di condivisione etica, esistenziale, affettiva
della nostra fragilità.

Ecco perché, secondo Abbagnano, le filosofie
dell’esistenza
hanno il merito di uscire da tutto
ciò che è puramente accademico per entrare nel mondo,
quello in carne ed ossa, quello dei Volti che costituiscono la
cifra suprema di ogni autentica comunità: “Io credo che la
più difficile esigenza dell’esistenzialismo, l’esigenza di
fronte alla quale molti (i più) si sentono sconcertati e
recalcitrano è appunto questa di riconoscere esplicitamente
la finitudine e di assumerne con l’impegno la
responsabilità.

Eppure, senza questo riconoscimento non c’è impegno
esistenziale (giacché il riconoscimento è l’impegno
stesso), non c’è fede, né libertà, né
valore, né responsabilità, né serietà;
ma l’esistenza si banalizza, decade e si gonfia di parole e di
vento per nascondere il vuoto interiore. Senza quel riconoscimento,
il filosofare si abbassa a pura esercitazione intellettuale, nella
quale possono essere spesi patrimoni di ingegnosità e di
pazienza, senza che si concluda a di vitale per l’uomo”.

La volontà che progetta, da ultimo, deve essere sempre
accompagnata dalla solitudine,
altro termine chiave del pensiero di Abbagnano, che non è
quella del misantropo, ma “di chi cerca una pausa di raccoglimento
che gli permetta di sentire meglio il sapore della vita”.
La solitudine, come introspezione,
scavo interiore, duro lavoro di dissodamento dell’anima, viene a
delinearsi, in ultima analisi, come continua riapertura degli
occhi, come “dilatazione delle pupille” su ciò che si deve
fare e si deve essere, in modo da riaprirsi al mondo carichi
di energie
positive.

Immagine: “Pintura ardiente”, di
Rosa Tavares

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