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Mr. Patagonia: “lasciate surfare la mia gente”

E’ stato definito uno dei migliori imprenditori d’America e incarna lo spirito del self-made americano, ma con una particolarità

“Sono stato un imprenditore per quasi cinquant’anni. Mi riesce difficile pronunciare queste parole, come qualcuno che ammetta di essere stato un alcolista o un avvocato”. Inizia così l’autobiografia di Yvon Chouinard, il fondatore della catena di abbigliamento sportivo Patagonia. L’occasione per incontrarlo è proprio il lancio in Italia del suo libro “Let my people surfing”. Originario del Maine, ma cresciuto in California, Yvon Chouinard è surfista, alpinista, sciatore e pescatore e a settantun’anni cavalca ancora le onde con la sua tavola da surf e pratica ancora l’arrampicata.

Yvon Chouinard fondatore di Patagonia
Negli anni Settanta Chouinard inizia a vendere abbigliamento da scalata e da trekking e nel 1972 fonda Patagonia (Photo by Al Seib/Los Angeles Times via Getty Images)

Cos’è che l’ha spinta a fare di Patagonia una casa d’abbigliamento sostenibile?

Inizialmente ho iniziato a fare attrezzatura per l’alpinismo, ma non c’erano grossi guadagni. Quindi ho deciso di spostarmi sull’abbigliamento per una questione prettamente economica. Ma producevo abbigliamento come chiunque altro, senza pensare a ciò che stavo facendo. Compravo il materiale, lo costruivo e lo vendevo. Ma non conoscevo ciò che c’era dietro alla vita di un capo. Quando però sono venuto a sapere di come veniva coltivato il cotone, dell’enorme quantità di pesticidi e spray di ogni genere che venivano utilizzati, del deserto che veniva a crearsi nelle piantagioni, senza uccelli e altri animali, a quel punto ho deciso che non volevo far più parte di quel business e di passare così alla coltivazione biologica del cotone. Da lì ci siamo concentrati a migliorare anche tutti gli altri processi lavorativi, coinvolgendo anche le altre aziende a fare lo stesso.

È stato difficile arrivare a questo risultato?

Chiaramente queste sono decisioni difficili. Anche perché quando ho deciso di passare al cotone biologico, non esisteva praticamente più questo tipo di coltivazione. La gente c’aveva provato, ma aveva lasciato perdere, date le grandi difficoltà e i costi molto alti. Quindi abbiamo dovuto convincere i coltivatori e tutti gli operatori a cambiare il modo di coltivare, a pulire tutti i macchinari. Non è stato facile, ma in 18 mesi abbiamo raggiunto l’obbiettivo, anche perché dissi a tutta l’azienda che o si passava al cotone biologico o non avremmo mai più prodotto abbigliamento.

Come rispondono i clienti a questo tipo di scelta?

All’inizio molta gente diceva che era una follia, perché mettevamo a rischio il 25% delle nostre vendite. Ma secondo me non c’erano rischi, perché i primi clienti eravamo noi. Inoltre ero certo che così non avremmo avuto grossi concorrenti, perché di fatto eravamo gli unici a produrre abbigliamento con cotone organico.

Cotone biologico, felpe in plastica riciclata e la collaborazione con l’associazione imprenditoriale 1% For The Planet. È questo il ritratto di un uomo che è ed è stato un innovatore nel fare impresa. Uno dei progetti definiti da lui stesso “entusiasmante”, è il Common Threads Recycling Program: l’azienda raccoglierà dai clienti gli abiti smessi in polyestere per riciclarli in nuove fibre. Ma tutto il suo stile di vita è fondato sull’attenzione all’ambiente e all’impatto che questa ha su di esso. Dai primi dadi utilizzati per l’arrampicata negli anni Settanta, che non lasciavano tracce sulla parete della montagna, alla casa in cui abita.

È vero che la sua casa è composta di materiali riciclati?

Sì sì, è vero. Ho utilizzato pietra scartata proveniente dalle strade. Dopo l’ultimo terremoto a Los Angeles, potevo comprare il materiale a 2 dollari la tonnellata. E poi tutto il legno utilizzato è riciclato, così come le tegole per il tetto le ho recuperate da una vecchia abitazione. Ogni cosa è riciclata, a parte l’impianto idraulico e i sanitari. E non ho mai bisogno di scaldarla o raffreddarla, perché molto efficiente.

Perché afferma nel suo libro “Let my people go surfing” di non stimare la professione di imprenditore?

Negli anni ’60 l’uomo d’affari o il business era considerato il Diavolo. Ma ad un certo punto ho dovuto ammettere di essere un uomo d’affari, ma ho anche deciso di farlo in maniera pulita, in maniera motivante per me e per chi lavora per me.

Dopo la crisi economica degli ultimi mesi, molti consumatori sono più attenti a ciò che acquistano, alla qualità e a tutta la filiera che c’è alle spalle di quel particolare prodotto, che sia del cibo o un capo d’abbigliamento. E la conferma arriva proprio dalle parole di Mr. Patagonia.

Yvon Chouinard con la tavola da surf
Yvon Chouinard in una vecchia fotografia che lo ritrae con la tavola du surf (Photo by © Jacques Pavlovsky/Sygma/CORBIS/Sygma via Getty Images)

Qualcosa nel mondo sta cambiando, anche a fronte dell’ultima crisi economica?

Io amo la crisi economica. Perché stiamo aumentando le vendite: siamo infatti cresciuti del 10% l’anno scorso. E questo sta accadendo perché i clienti sono molto più attenti a ciò che acquistano. Non seguono più la moda. Sono magari disposti a spendere qualcosa in più per un prodotto di qualità e che duri nel tempo. E la crisi economica ha ucciso la concorrenza. Noi che facciamo parte della generazione X probabilmente non faremo molto per prevenire ad esempio il cambiamento climatico, o per cambiare il nostro stile di vita, ma la prossima generazione, la generazione “Why”, quella che ha dai 15 a 24 anni è molto seria: non guarda la Tv, non ascolta nè crede alla pubblicità, si scambia le idee su quale sia il prodotto da comprare, vuole una vita semplice e vuole salvare il pianeta. E questa generazione sta crescendo e le aziende dovranno adeguarsi a questo cambiamento di mentalità.

Qual è la sua idea di strada verso la felicità?

Io credo che la strada per la felicità si raggiunga attraverso la semplicità. Certo semplificare la propria vita non è una cosa facile, ma è un passaggio e credo sia importante provarci.

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