Una piccola comunità dell’Australia ha fatto bloccare l’ampliamento di una miniera di carbone

Il verdetto dell’Alta Corte dell’Australia mette per la prima volta sotto esame l’intera catena delle emissioni legate all’industria estrattiva.

L’Alta Corte dell’Australia ha pronunciato una sentenza storica che rischia di cambiare il futuro delle miniere di carbone del paese. I giudici hanno invalidato l’espansione della miniera di Mount Pleasant, nella Hunter Valley, stabilendo che le autorità devono considerare non solo le emissioni prodotte dall’estrazione del carbone ma anche quelle che si verificano quando il fossile viene esportato e bruciato all’estero.

È la prima volta che la massima corte australiana si pronuncia su un caso legato ai cambiamenti climatici e la pronuncia sta già mettendo in discussione altri grandi progetti minerari.

Il carbone dell’Australia

La miniera di Mount Pleasant si trova nei pressi di Muswellbrook, nella Hunter Valley, una delle principali regioni carbonifere dell’Australia. Qui la popolazione conta circa 272mila persone mentre le miniere di carbone sono 41, di proprietà di 11 produttori. Gli ultimi dati relativi al 2023 rivelano che la regione ha emesso 4,6 milioni di tonnellate di gas serra, pari al 34,5 per cento delle emissioni dello stato del Nuovo Galles del Sud. A contribuire in modo decisivo in questo senso è proprio l’attività estrattiva.

Nel 2022 la commissione indipendente di pianificazione del New South Wales aveva approvato un progetto per raddoppiare la produzione della miniera di Mount Pleasant, portandola a circa 21 milioni di tonnellate di carbone all’anno, con attività prevista fino al 2048. A quel punto un gruppo di residenti, guidati dalla coppia di insegnanti in pensione  Wendy Wales e Tony Lonergan e riuniti sotto l’organizzazione comunitaria Denman Aberdeen Muswellbrook Scone Healthy Environment Group (Dams Heg), ha deciso di rivolgersi ai giudici per bloccare il progetto di espansione lamentando il suo devastante impatto ambientale.

La mobilitazione dei residenti

All’inizio il tribunale ambientale del New South Wales ha dato ragione a MACH Energy, la società che gestisce la miniera. Il gruppo di residenti però non si è arreso e ha portato avanti la sua battaglia fino a che nel 2025 la Corte d’appello del New South Wales gli ha dato ragione.

Il tribunale ha stabilito che la commissione di pianificazione indipendente, nel momento dell’approvazione del piano di ampliamento della miniera, avrebbe dovuto valutare tutte le emissioni associate al progetto, comprese le “emissioni di ambito 3” che si verificano quando il carbone viene esportato e bruciato all’estero e che corrisponderebbero al 98 per cento delle emissioni totali. Un cambio di paradigma importante nella lotta ai cambiamenti climatici, visto che chiama a valutare se un progetto produca emissioni non solo localmente ma anche lungo l’intera catena commerciale associata al combustibile.

La MACH Energy ha fatto ricorso contro la pronuncia del tribunale. Ora però l’Alta corte dell’Australia si è pronunciata con una sentenza a suo modo storica, dal momento che è la prima su un caso legato ai cambiamenti climatici. Con tre voti contro due ha respinto l’appello della compagnia carbonifera stabilendo che la commissione urbanistica statale avrebbe dovuto valutare, e non lo ha fatto, come mitigare le emissioni di gas serra che sarebbero state generate dalla miniera quando il carbone sarebbe stato venduto e bruciato all’estero. Come conseguenza della sentenza, il progetto di espansione della miniera è stato bloccato.

Un cambio di paradigma

“Oggi l’Alta Corte ha affermato ciò che abbiamo sempre saputo: non possiamo estrarre carbone, spedirlo all’estero, assistere passivamente al cambiamento climatico e poi fingere che le conseguenze non ci riguardino e non ci toccheranno”, ha commentato Wendy Wales, l’insegnante di scienze in pensione da cui è partita la causa. Secondo Johnson Legal, lo studio legale che ha rappresentato i residenti, la sentenza obbliga i governi australiani ad assumersi la responsabilità delle emissioni generate dalle esportazioni di carbone.

MACH Energy si è detta “delusa” e ha annunciato un nuovo ricorso, facendo leva sulla perdita di posti di lavoro che potrebbe derivare dal pronunciamento del tribunale. Nel frattempo la sentenza potrebbe dispiegare presto i suoi effetti anche su altri siti estrattivi. Di recente la commissione di pianificazione indipendente ha approvato un altro grande progetto, cioè l’espansione della Hunter Valley Operations. Si tratta del più grande progetto di espansione di una miniera di carbone nella storia del New South Wales e anche qui, come nel caso della miniera di Mount Pleasant, si stima che il 98 per cento delle emissioni deriverebbe proprio dalla combustione del carbone esportato. E questo potrebbe comportare difficoltà legali alla luce della nuova sentenza.

Il Minerals Council of Australia, che rappresenta il settore minerario, ha criticato la sentenza sottolineando che “lo sviluppo di una miniera di carbone in Australia è già di per sé abbastanza difficile a causa dei lunghi tempi di approvazione, delle battaglie legali intentate dagli attivisti e delle elevate royalties e altre tasse”. Gli attivisti ambientali, così come il partito dei Verdi, hanno assicurato che la battaglia prosegue e si sposterà anche sugli altri siti di estrazione per imporre una volta per tutte il principio che non si può separare artificialmente l’estrazione di combustibili fossili dalle conseguenze climatiche del loro utilizzo.

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