I giudici hanno disposto lo spegnimento dell’impianto, che ha causato centinaia di vittime negli anni. Rimane il tema del lavoro e della riconversione.
“Il diritto alla salute prevale sul diritto a fare impresa”. Con queste parole la Corte d’Appello di Milano ha confermato che l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto dovrà essere spenta, definitivamente, entro ottobre.
🔵 Ex #Ilva, la Corte d'Appello di Milano ha confermato, per la seconda volta, il provvedimento con cui a luglio è stato disposto lo spegnimento degli altoforni di Taranto da mettere in atto entro fine ottobre pic.twitter.com/cp7IbZN7QR
È la seconda volta che i giudici respingono la richiesta di rinviare lo stop in attesa della Cassazione. La prima sentenza risale al 27 luglio, e nasce dal ricorso di un gruppo di cittadini e dell’associazione Genitori Tarantini: prevede la sospensione degli impianti rimasti ancora attivi nella fabbrica siderurgica di Taranto, di fatto solo l’altoforno 2. Potranno ripartire solo quando l’amianto ancora presente sarà rimosso e le emissioni di polveri sottili rientreranno in limiti ritenuti sicuri.
Nell’ordinanza di secondo grado del 5 ottobre, la Corte d’Appello è andata oltre, spiegando che per fermare un provvedimento servirebbe dimostrare un danno grave e irreparabile causato dalla sua esecuzione. Al momento invece qui, scrivono i giudici, a essere “non procrastinabile” è invece il rischio per la salute di chi vive intorno alla fabbrica. Insomma: la salute, e nel caso di Taranto, il diritto a vivere in un ambiente salubre, viene prima di tutto.
Ex Ilva e Taranto, una storia che parte da lontano
Per Taranto non è una novità. Nel 2019 e nel 2022 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per non aver tutelato chi abita vicino all’acciaieria. Secondo l’Organizzazione mondiale per la Sanità, a pieno regime l’Ilva causava da 270 a 430 morti premature ogni dieci anni. Nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europeaaveva stabilito che, se i rischi per ambiente e salute sono gravi, gli impianti andavano fermati e non prorogati. Ora una corte italiana arriva alla stessa conclusione. Per Giuliano Leuzzi, avvocato del Codacons, la decisione “rende giustizia ai cittadini di Taranto”. Per l’avvocato Ascanio Amenduni, che assiste Genitori Tarantini, è il “quinto verdetto favorevole” e segna la fine dell’epoca dei “cittadini cavie”.
L’altra questione aperta: il lavoro
Certo, fermare l’area a caldo significa mettere a rischio migliaia di posti. È la battaglia portata avanti da molti cittadini e da alcuni dei sindacati storicamente più agguerriti: “non lasciateci scegliere tra un lavoro e la salute”. A inizio settembre 28 aziende dell’indotto avevano avviato procedure di licenziamento collettivo per circa 2.500 lavoratori. Le procedure erano state sospese l’8 settembre dopo l’incontro a Palazzo Chigi tra governo e datori di lavoro dell’indotto dell’ex Ilva, in attesa della decisione dei giudici. Poi la sentenza della Corte d’Appello ha riavviato il tutto. Ora il governo prova a dare una risposta. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha spiegato ai sindacati che porterà già nel prossimo Consiglio dei ministri un decreto con nuove tutele sociali, con una cassa integrazione pensata per accompagnare i lavoratori e non per chiudere le attività. Il governo studia anche incentivi e semplificazioni per attrarre investimenti a Taranto e riqualificare chi resterà senza lavoro.
Sullo sfondo, assicura, resta l’obiettivo di un’acciaieria “green”, con forni elettrici, ma dentro un piano industriale credibile. Al momento però non esiste un piano di riconversione vero e proprio, quello che da anni chiedono lavoratori e cittadini di Taranto. Anzi, il governo valuta però se sia possibile tenere gli impianti almeno in stand-by, senza spegnerli del tutto, perché in fondo spera che la decisione della Cassazione, attesa per il 20 ottobre, autorizzi la continuità della produzione: a quel punto però riaccendere un altoforno ormai spento avrebbe costi e tempi molto lunghi. Dall’opposizione, la richiesta è invece quella di una scelta politica chiara, con un accordo di programma che tenga insieme lavoratori, indotto, bonifiche e riconversione del territorio. Con la tutela della salute che resti prevalenti, ma individuando anche risorse e tempistiche per proteggere reddito e occupazione.
“Taranto torna a vivere”: la piazza chiede il dopo
Mentre la politica discute, la città si prepara a farsi sentire. Due delle associazioni cittadine, Onda del Futuro e Genitori Tarantini, hanno convocato per sabato 17 ottobre una manifestazione con il titolo “Taranto torna a vivere!”. Al centro c’è proprio quel conflitto che le due realtà considerano ingiusto: “Da decenni Taranto vive un conflitto che non dovrebbe esistere: quello tra salute e lavoro”. Nel loro appello ricordano che la produzione siderurgica “ha lasciato sul territorio un costo enorme in termini sanitari, ambientali, sociali ed economici” e ha condizionato per troppo tempo la possibilità di immaginare un modello di sviluppo diverso. Per questo chiedono che a Taranto siano “pienamente garantiti i diritti sanciti dalla Costituzione italiana”.
Le richieste sono cinque e vanno proprio nella direzione individuata prima da Corte europea, e ora dalla magistratura, ma finora mai intrapresa dai decisori politici: la chiusura del polo siderurgico e l’avvio di decontaminazione e riconversione delle aree; la bonifica dell’intero Sito di interesse nazionale di Taranto, con tempi, risorse e responsabilità definite; un intervento speciale dello Stato per Taranto e la sua provincia, che trasformi i danni subìti in investimenti in salute pubblica, servizi, ambiente, conoscenza e qualità della vita; un piano per il futuro della città, fatto di formazione, ricerca, innovazione, nuove competenze, riqualificazione professionale dei lavoratori e opportunità per le nuove generazioni; un rilancio sociale, culturale, ambientale ed economico del territorio, capace di creare lavoro e di garantire insieme salute e occupazione. “Chiudere e bonificare è necessario. Ma non basta”, scrivono i promotori. “Taranto ha bisogno di costruire ciò che viene dopo”. Tre giorni dopo, il 20 ottobre, la Cassazione metterà la parola fine, in un senso o nell’altro, alla questione.
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