Secondo uno studio europeo, che coinvolge il WWF, tutti gli investimenti si ripagherebbero entro il 2032. Vantaggi anche per lavoro, salute e ambiente.
Ben 826 miliardi di euro di benefici monetizzati all’anno da qui al 2030. Circa 8,5 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Ma soprattutto, uscendo dal mero aspetto economico, quasi 34mila morti premature evitate ogni anno. Sono i benefici che, a livello europeo, potrebbe portare il risparmio energetico legato alla decarbonizzazione. A stimarli è il report “Europe’s climate dividend: Economic benefits, jobs, health and lower energy costs”, realizzato da Climact e promosso dal consorzio del progetto LIFE Plan4Climate e da CAN Europe, di cui fa parte il WWF Italia.
Lo studio arriva in una fase delicata per la politica climatica europea: da una parte, a marzo 2026 l’Ue ha adottato il target vincolante di riduzione delle emissioni del 90 per cento al 2040, dall’altra è sempre più aperto il dibattito su una presunta “insostenibilità sociale” di questo tipo di transizione. Dall’altra la volatilità dei prezzi del petrolio, legata alle tensioni nel Golfo, mette in evidenza i rischi della dipendenza dai combustibili fossili importati: secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, gli eventi meteorologici e climatici estremi sono costati all’Ue circa 822 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024 e hanno causato oltre 441mila decessi.
La decarbonizzazione conviene a tutti
Uno scenario di decarbonizzazione al 2040, secondo il report, nella sola Unione Europea si genererebbero più di 826 miliardi di euro di benefici monetizzati l’anno al 2030, fino a quasi 2mila miliardi al 2050 (circa il 13 per cento del Pil dell’Ue). I benefici, nello specifico, derivano da minori costi dell’energia, migliore salute pubblica, meno giornate di lavoro perse per malattia e minori danni climatici. Nel 2030 questi totali corrispondono a 8,5 milioni di posti di lavoro, quasi 34mila morti premature evitate ogni anno, 8mila ricoveri in meno e 3,3 milioni di giorni di malattia evitati. I costi energetici evitati arrivano fino a 713 euro pro capite.
I risultati a livello nazionale sono consultabili nel Co-Benefits Explorer, uno strumento che tra le altre cose permette di selezionare gli scenari, esplorare gli indicatori ed esportare risultati e grafici, per l’Ue e per i Paesi partner. Le stime sono parziali: il Co-Benefits Explorer quantifica soltanto i benefici legati alla riduzione dei consumi energetici. In Italia le misure considerate valgono circa il 57 per cento della riduzione delle emissioni al 2040 e il 65 per cento al 2050 (60 per cento e 64 a livello Ue). Il resto della transizione, e i suoi benefici, non è quantificato. Anche disoccupazione evitata, povertà energetica e posti di lavoro hanno un valore economico solo in parte catturato nei totali. Secondo gli autori, considerare l’intera transizione porterebbe dunque a valori superiori a quelli riportati. Come dire: le stime qui contenute, che sembrano alte, sono in realtà al ribasso.
I dati per l’Italia
Per l’Italia i benefici monetizzati ammontano a 84,2 miliardi di euro l’anno nel 2030 e salgono a 227,8 miliardi nel 2050. Per ogni euro investito ne tornerebbero circa tre: a fronte di un investimento medio di 47,7 miliardi l’anno tra il 2026 e il 2050, il ritorno medio è di oltre 143 miliardi l’anno. Di questi, 64,9 miliardi corrispondono al costo dei danni generati dalle emissioni di CO2 per via dei cambiamenti climatici, un co-beneficio che ha un impatto non solo nazionale ma globale. La parte restante incide direttamente sull’economia italiana, con la riduzione del costo dell’energia come componente principale. Lo sforzo è concentrato nella prima fase, fino al 2030, ma l’investimento si ripagherebbe già nel 2032, con 383 miliardi investiti contro 428 di co-benefici cumulati. Nel 2042 i benefici raddoppierebbero (1.743 miliardi contro 870 investiti) e nel 2050 triplicherebbero (3.588 contro 1.192). In un orizzonte di dieci anni, 592,8 miliardi investiti ne restituirebbero 924,8.
Il risparmio sui costi energetici sarebbe la componente principale: ogni cittadino andrebbe a risparmiare in bolletta 533 euro l’anno nel 2030, 1.347 nel 2040 e 1.895 nel 2050. Nel 2030 il contributo più rilevante arriva dalla riduzione dei consumi di petrolio (523 euro pro capite), poi da quella del gas (114 euro). Non male considerando il contesto attuale fatto di bollette alle stelle (per non parlare dei carburanti) Certo, avvisa il report: un quadro di instabilità economica e diseguaglianze crescenti, i benefici della transizione possono incidere sulla vita delle singole persone solo se accompagnati da politiche basate su criteri di equità.
Lavoro, povertà energetica e salute
A questo proposito il rapporto prova a quantificare anche i benefici non strettamente economici di una totale decarbonizzazione, ma più legati alla qualità della vita in senso lato. Affermando che, per esempio, gli investimenti sosterrebbero 676 mila nuovi posti di lavoro nel 2030 e circa 506 mila in media ogni anno, per un totale cumulativo di 2,7 milioni entro il 2030 e 12,7 milioni entro il 2050. L’edilizia pesa per oltre la metà del totale, con circa 230 mila occupati l’anno nel residenziale e 70 mila nel commerciale. I trasporti ne genererebbero circa 187 mila. Gli interventi sull’edilizia residenziale, in primo luogo il cappotto termico, porterebbero tra 1,47 e 2,34 milioni di persone fuori dalla povertà energetica entro il 2030. Le stime di partenza sulle persone in questa condizione, circa 5,9 milioni secondo l’Osservatorio europeo sulla povertà energetica e circa 9,4 milioni secondo il Piano sociale per il clima italiano, sarebbero superate entro il 2037.
E che dire della salute? Il miglioramento della qualità dell’aria e delle condizioni negli ambienti chiusi eviterebbe 3.509 morti premature nel 2030 e in media 3.717 l’anno tra il 2026 e il 2050 (2.078 per l’inquinamento atmosferico e 1.639 per le condizioni indoor). In totale sarebbero circa 12.300 le morti evitate entro il 2030, 50 mila entro il 2040 e 93 mila entro il 2050, oltre a circa 925 ricoveri in meno l’anno.
E poi ci sarebbe naturalmente l’impatto sull’ambiente: nello scenario analizzato, tra il 2026 e il 2030 si eviterebbero complessivamente circa 553mila tonnellate di ossidi di azoto, polveri sottili e anidride solforosa. Entro il 2040 il totale salirebbe a circa 1,95 milioni di tonnellate. Per avere un termine di paragone, nel 2024 le emissioni italiane di questi tre inquinanti sono state pari a circa 728mila tonnellate, secondo i dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. In media, la riduzione sarebbe di circa 117.800 tonnellate l’anno.
Le richieste del WWF
Per il WWF Italia gli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima non sono sufficientemente ambiziosi rispetto alla legislazione europea, e ogni anno di ritardo allontana i benefici descritti dal report. L’organizzazione chiede al Governo un piano chiaro di investimenti pubblici al 2030 e al 2040, con obiettivi climatici e sociali ambiziosi, a partire dall’attuazione dell’attuale Pniec e dalla sua revisione verso il 2040. Chiede inoltre di destinare il 100 per cento dei proventi degli Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di gas serra, alle politiche climatiche e di usare il Fondo sociale per il clima per soluzioni strutturali contro la povertà energetica.
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