Dal greenwashing ai prezzi dell’energia, la sostenibilità entra nelle decisioni delle imprese. Gli Impact Table di LifeGate propongono un approccio pragmatico.
Per anni la risposta delle imprese alla crisi climatica si è concentrata soprattutto sulla decarbonizzazione. Ma l’adattamento è altrettanto urgente.
Settimane di temperature record, mega incendi che dilagano per giorni, ondate di siccità, grandinate. Gli eventi meteo estremi sono “la nuova normalità”, avverte il servizio di monitoraggio climatico europeo Copernicus. Una normalità con cui anche le imprese devono fare i conti, in molti modi: dalla tutela delle condizioni di lavoro dei dipendenti fino all’adeguamento degli edifici. L’adattamento climatico è dunque un tema molto concreto, e urgente, che le imprese non possono più ignorare.
Per anni la risposta delle imprese alla crisi climatica si è concentrata soprattutto sulla decarbonizzazione: ridurre le emissioni di CO2, efficientare i consumi energetici, ripensare prodotti e supply chain. È una parte fondamentale della soluzione, ma non l’unica. Anche nello scenario di una drastica accelerazione della transizione energetica, infatti, il calore già accumulato negli oceani e nell’atmosfera continuerà a influenzare il clima per decenni.
Secondo l’ultimo Emissions Gap Report del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), anche se tutti i Paesi rispettassero i propri impegni climatici nazionali assunti sulla base dell’Accordo di Parigi (nationally determined contributions, ndc), la temperatura media globale potrebbe comunque aumentare di circa 2,8°C rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo. Determinati effetti del riscaldamento globale sono ormai inevitabili.
Diventa quindi indispensabile lavorare per l’adattamento, cioè l’insieme di strategie pensate per ridurre la vulnerabilità di territori, infrastrutture ed economie agli impatti del clima. Tale approccio si basa da un lato su interventi fisici – come barriere contro le alluvioni, sistemi di stoccaggio dell’acqua, sistemi di allerta precoce, colture agricole resistenti alla siccità ecc. – e dall’altro lato su strumenti di pianificazione, analisi del rischio e meccanismi finanziari che aiutano territori e imprese a prepararsi agli impatti climatici.
La regia di questo processo resta principalmente pubblica. L’Accordo di Parigi ha introdotto un Global Goal on Adaptation, mentre durante la Cop28 è stato adottato l’UAE Framework for Global Climate Resilience che prova a rendere più misurabili i progressi dei Paesi su questo fronte. A livello europeo, la Commissione ha adottato nel 2021 una Strategia di adattamento che punta a rendere l’Unione più resiliente agli impatti climatici entro il 2050, mentre città e governi nazionali stanno sviluppando piani locali per affrontare rischi sempre più concreti come ondate di calore, siccità e alluvioni. Nell’Unione europea più della metà delle città dispone di un piano di adattamento, con circa 19mila interventi censiti nel 2022.
Questo non significa però che le imprese possano restare spettatrici. Se la pianificazione pubblica ha un ruolo centrale, dalla protezione del territorio alla gestione delle risorse idriche fino alle infrastrutture, una parte rilevante dell’adattamento si gioca anche dentro le filiere produttive e le decisioni di investimento delle aziende. Sono le imprese, ad esempio, a dover valutare se i propri fornitori operano in aree sempre più esposte a siccità o alluvioni, se stabilimenti e magazzini sono adeguati a temperature più estreme, o se i lavoratori sono protetti da rischi crescenti legati al caldo.
D’altra parte, ne va della tenuta del sistema economico e produttivo. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), tra il 1980 e il 2024 gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno causato nei 27 Paesi dell’Unione europea perdite economiche dirette per oltre 822 miliardi di euro. Il dato più significativo è però l’accelerazione recente: più di un quarto di queste perdite – circa 208 miliardi di euro – si è concentrato tra il 2021 e il 2024. Le alluvioni rappresentano una delle voci di danno più rilevanti, ma crescono anche gli impatti legati a ondate di calore, siccità e incendi. Oltre ai danni diretti a infrastrutture, edifici e attività produttive, gli eventi estremi stanno aumentando i costi assicurativi, interrompendo le supply chain e mettendo sotto pressione la produttività del lavoro, soprattutto nei settori più esposti come logistica, agricoltura, edilizia e manifattura.
Da qui la necessità di orientare gli investimenti per evitare che questi costi aumentino. Un recente studio della European Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency ha provato a stimare il fabbisogno reale di adattamento dell’Unione europea: ha analizzato i rischi climatici identificati dai singoli Stati membri, li ha collegati alle misure necessarie per affrontarli e ne ha stimato i costi fino al 2050. Il risultato è che l’Europa dovrà mobilitare circa 70 miliardi di euro l’anno fino alla metà del secolo. La voce più pesante (30 miliardi di euro l’anno) riguarda le infrastrutture, cioè reti energetiche, trasporti, edifici, sistemi di protezione contro alluvioni e ondate di calore, seguite dagli investimenti negli ecosistemi (21 miliardi) e nella sicurezza alimentare (12 miliardi).
Il report è interessante anche per un altro motivo: mostra che l’adattamento non coincide solo con grandi opere pubbliche. Tra le misure considerate compaiono anche diversificazione delle rotte di approvvigionamento, continuità operativa degli impianti industriali, sistemi assicurativi per le aree ad alto rischio, disclosure climatica, tecnologie per il risparmio idrico e protezione dei lavoratori esposti alle ondate di calore. In altre parole: una parte crescente dell’adattamento si giocherà dentro le aziende.
Nonostante ciò, i flussi finanziari per l’adattamento restano molto più bassi rispetto all’effettivo fabbisogno e molto difficili da tracciare soprattutto per quanto riguarda la componente di finanza privata. Eppure, risultano vantaggiosi anche in termini prettamente economici. Secondo un’analisi del World Resources Institute su 320 investimenti in adattamento tra il 2014 e il 2024 in 12 Paesi, ogni dollaro investito genera in media oltre 10,5 dollari di benefici nell’arco di dieci anni.
Un aspetto interessante è che oltre metà dei benefici monetizzati non dipende dal fatto che si verifichi o meno un’alluvione, una siccità o un’ondata di calore. Una parte rilevante dei ritorni arriva infatti da effetti economici collaterali più stabili: maggiore efficienza produttiva, incremento dei raccolti agricoli, minori costi di manutenzione, maggiore accesso ai servizi, nuovi investimenti attratti da territori meno esposti al rischio e benefici ambientali come una migliore gestione delle risorse naturali.
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