La pre-Cop ospitata da Figi e Tuvalu si è risolta in un flop diplomatico, con critiche anche all’Australia, che presiederà la Cop31.
Il principale colpo di scena, alla riunione preparatoria della trentunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop31 che si terrà tra un mese ad Antalya, in Turchia, è arrivato alla fine della mattinata di martedì 6 ottobre. Nessuna grande promessa da parte dei governi presenti su mitigazione o adattamento ai cambiamenti climatici: solo un banale blackout, che ha fatto piombare la sala conferenze del Sofitel Fiji Resort nella penombra, e bloccato i sistemi di aria condizionata, facendo salire improvvisamente la temperatura.
La pre-Cop ospitata simbolicamente dalle isole Figi e da Tuvalu
Il merito del piccolo incidente: ricordare a tutti la precarietà dell’umanità di fronte al riscaldamento globale. Esattamente lo stesso messaggio che hanno tentato di portare i paesi più vulnerabili di fronte agli impatti della crisi climatica, ovvero le piccole nazioni insulari del Pacifico che rischiano di scomparire per colpa dell’innalzamento del livello dei mari provocato dalla fusione delle calotte polari e dei ghiacciai montani di tutto il mondo.
Tra tali stati, in prima linea figurano le isole Figi e Tuvalu, che hanno ospitato la pre-Cop. L’obiettivo è proprio quello di focalizzare l’attenzione su chi è più drammaticamente esposto. La frustrazione, però, in questo senso, non è mancata: soltanto quattordici capi di stato o di governo si sono recati nei due arcipelaghi per partecipare alla riunione, su una cinquantina invitati dall’Australia (che presiederà la Cop31 di Antalya).
Le critiche all’Australia, che presiederà la Cop31 in Turchia: “Non rinunciano al carbone”
Un flop diplomatica che mostra quanto parziale sia l’attenzione di numerose nazioni sulla questione climatica. “Avevamo chiesto loro di venire, di toccare con mano la situazione e ciò che vivono le persone”, ha commentato al quotidiano australiano The Saturday Paper Maina Talia, ministra dell’Ambiente e del Clima di Tuvalu, dove due dei nove atolli che compongono il paese sono già parzialmente sommersi.
Le critiche si sono però concentrate anche sul governo di Canberra, guidato dal laburista Anthony Albanese. L’esecutivo è stato infatti accusato di ipocrisia durante la pre-Cop, poiché l’Australia si appresta a presiedere la Cop31 pur rimanendo uno dei più grandi esportatori mondiali di carbone, la fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima.
Un (piccolo) finanziamento concesso alle nazioni del Pacifico per l’adattamento
Albanese ha risposto annunciando un investimento da due milioni di dollari australiani (1,24 milioni di euro), destinato a progetti di adattamento alle Figi, nella repubblica di Kiribati, a Tuvalu e in Papua Nuova Guinea. “Vogliamo aiutare questi paesi a convivere con i cambiamenti climatici, concentrandosi in particolare sui litorali che fronteggiano un processo di erosione e di innalzamento del livello dei mari”, ha commentato il ministro australiano del Clima, Chris Bowen.
Ma l’agenzia di stampa Afp ha riferito che un alto funzionario di Tuvalu, a condizione di mantenere l’anonimato, ha spiegato che la sua nazione si è sentita profondamente delusa dall’atteggiamento di Canberra. Un segnale certamente preoccupante in vista della conferenza di Antalya.
Da parte sua, il segretario esecutivo dell’Unfccc (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), Simon Stiell, ha avvertito che il mondo deve intensificare urgentemente l’azione climatica poiché il superamento della soglia di riscaldamento globale di 1,5 gradi centigradi è ormai inevitabile ma deve essere “il più breve possibile”. Mentre la rete di organizzazioni non governative Climate Action Network ha commentato duramente i risultati della pre-Cop31: “I paesi del Pacifico hanno mostrato la realtà della crisi climatica, eppure i leader mondiali non sono riusciti a stabilire un’agenda più ambiziosa per la Cop31, né per la riduzione delle emissioni né per il potenziamento dell’adattamento”.
L’appello a facilitare l’accesso ai fondi per l’adattamento
Più diplomaticamente, la ministra del clima delle Figi, Lynda Tabuya, ma poi per la necessità di un accesso facilitato da parte delle nazioni insulari del Pacifico ai finanziamenti per l’adattamento. È una battaglia “personale”, ha affermato. “Spesso ci troviamo nella situazione di aver ottenuto l’accordo su dei fondi, ma il processo poi è troppo lungo. In alcuni casi ci vogliono da tre a cinque anni. Nel frattempo, il villaggio nel quale Tabuya è nata, sull’isola di Kadavu, comincia ormai a ritrovarsi sommerso: “Abbiamo già perso quattro metri di litorale. Alcune famiglie si sono dovute rifugiate sulle colline”.
Eppure – prosegue la ministra – “siamo coloro che disperdono meno emissioni di gas a effetto serra nel Pacifico. Per questo lanciamo un appello alla comunità internazionale affinché privilegino la forma delle sovvenzioni nell’ambito dei finanziamenti”. L’unico modo per ottenere rapidamente ciò che serve: “Così potremo costruire delle dighe, come quella che serve al mio villaggio”. Nella speranza che l’appello accorato venga ascoltato in Turchia.
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