A Napoli est, due quartieri stanno cambiando volto

A Bipiani di Ponticelli e a Taverna del Ferro, rione del quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio, i prefabbricati costruiti dopo il terremoto dell’80 si stanno trasformando in abitazioni intelligenti.

Napoli est è un territorio che viene spesso definito come storicamente compromesso, per la presenza di malavita, degrado, abbandono ma anche scarso accesso ai servizi essenziali, zero spazi di aggregazione e tanti ex impianti industriali dismessi. Parliamo di un’area in cui lo sviluppo industriale del passato ha lasciato un’eredità pesante che grava ancora sulla salute e sulla qualità della vita degli abitanti.

Le cose possono cambiare, o almeno, si può tentare di cambiarle attraverso la rigenerazione che dà una seconda possibilità a un luogo, ma soprattutto a chi lo abita. Per questo, con MIRA Network, (associazione di monitoraggio dei fondi europei del Pnrr), nell’ambito della campagna europea BBL – Build Better Lives, abbiamo visitato sul campo i progetti di riqualificazione di Bipiani di Ponticelli e di Taverna del Ferro, a San Giovanni a Teduccio.

I due progetti di riqualificazione nascono grazie al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), cioè quel programma strategico di riforme e investimenti con cui l’Italia gestisce i fondi europei. Parliamo di 194 miliardi di euro distribuiti in dieci tranches complessive. Un insieme di sovvenzioni a fondo perduto e di prestiti, condizionati però dal raggiungimento di specifici traguardi e obiettivi. Nota di colore: di questi 194 miliardi di euro l’Italia ha scelto di spenderne 4 in edilizia pubblica e comunità energetiche, più o meno poco più del 2 per cento.

Osservando i progetti, quello che salta all’occhio non è solo la rigenerazione ambientale ed energetica, ma soprattutto quella sociale. E la cosa può stupire, ma non troppo se pensiamo che le due trasformazioni in realtà sono complementari e si muovono insieme, nella stessa direzione.

Napoli est
Gli abitanti di Napoli est hanno scritto i propri desideri su un manifesto bianco © Foto di Ciro Giso

Taverna del Ferro è un esempio perfetto di co-design

Quando arriviamo nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, di preciso nel rione di Taverna del Ferro, l’impatto visivo è grande, anzi grandissimo. Davanti a noi, le stecche. Immaginate due complessi residenziali di forma allungata, alti trenta metri, con due murales (con i volti di Che Guevara e Maradona) ad accoglierci. Edifici che – per stare dentro una foto, senza l’uso scaltro di grandangoli – devono essere inquadrati da una distanza minima di venti metri. Ai più, potrebbero ricordare per tante ragioni le Vele di Scampia, ma la geometria dei blocchi di Taverna del Ferro è così rigida da cancellare subito l’accostamento.

Il quartiere nasce nel 1982, dopo il terremoto in Irpinia del 1980: case costruite in emergenza e con materiali di “fortuna”, tra cui l’amianto,  ma che oggi ospitano ancora 360 famiglie. È il 2024 quando però il progetto di riqualificazione comincia. Si tratta di un piano ambizioso di 106 milioni di euro (che combina risorse del Pnrr, del Fondo complementare al Pnrr e dei fondi della politica di coesione PON Metro Plus) e con obiettivi molto precisi. Infatti, le stecche esistenti saranno sostituite con 28 edifici di media dimensione, a scala umana, di massimo sei piani. In totale, 360 alloggi (quante le famiglie), tutti classificati come NZEB (Nearly Zero Energy Building). Per intenderci, edifici che produrranno con fonti rinnovabili l’energia che consumano. In più, nel progetto è previsto un piano terra condiviso per tutti i residenti e utilizzabile per assemblee, studio, co-working e socialità. All’aperto, poi, aree gioco, cortili pavimentati e un parco pubblico lineare definiranno il design ultimo del quartiere.

Build Better Lives
Taverna del Ferro dall’alto: da un lato le stecche, dall’altro i cantieri delle nuove case © Foto di Ciro Giso

Ma veniamo alle novità. L’aspetto davvero innovativo di Taverna del Ferro è il rapporto di scambio e dialogo tra le parti, cioè tra residenti e tecnici/ingegneri. “Il percorso di co-progettazione – racconta Francesca Canali, Policy and Project Manager di MIRA Network – ha permesso di avvicinare gli interventi alle esigenze delle persone e di rafforzare il loro coinvolgimento nelle scelte che riguardano il quartiere.” Ed è lo stesso che ci spiega – non appena entriamo nelle stecche –  Rosaria Cordone, esponente di spicco del Comitato di lotta Ex Taverna del Ferro. ‘Vivendo la realtà di Taverna del Ferro – ci dice – abbiamo posto che era sbagliato, per esempio, mettere dei tetti comunicanti tra gli edifici perché potevano diventare vie di fuga per attività illecite”. Lo stesso discorso si può fare per la mancanza di privacy. Negli attuali appartamenti, infatti, la vicinanza dei balconi e le pareti molto sottili sottraggono molta intimità ai cittadini. Per questo, i nuovi edifici avranno una distribuzione degli spazi più equilibrata e uno sviluppo longitudinale più contenuto: l’altezza media varierà da tre a sei piani (merito dei cittadini qui che hanno preteso caldamente edifici bassi, dopo che per anni sono stati abituati a edifici alti otto piani e con ascensori troppo spesso non funzionanti).

Ma non è stato tutto così semplice. A Taverna del Ferro, molti residenti hanno rischiato di perdere il diritto alla casa. Oltre agli assegnatari regolari, ci sono persone che hanno occupato senza titolo le case e altre che ne hanno perso il titolo per morosità. Il problema, in realtà, sorge nel 2014 con il Decreto Lupi con cui si stabilisce che chi occupa un immobile senza titolo non può ottenere la residenza anagrafica in quell’immobile. Un no netto alle occupazioni abusive, insomma. Qualcosa contro cui interviene presto, calandosi nel contesto napoletano, il sindaco De Magistris che stabilisce le cosiddette “residenze di prossimità” (che qui chiamano le “residenze miez ‘e scal”): l’occupante non diventa regolare, ma almeno viene iscritto all’anagrafe attraverso un altro indirizzo per accedere ai diritti e ai servizi connessi alla residenza. Però, nel caso di Taverna del Ferro, il problema resta. Per cui, la Regione Campania ha fatto una scelta interessante. Come ci evidenzia la vice sindaca della città, Laura Lieto, questo è un caso emblematico di risarcimento abitativo. Modificando il regolamento di accesso alla casa pubblica, infatti, la Regione ha istituito i “piani particolari“, con cui ha censito la comunità locale e previsto alloggi temporanei anche per chi non era legittimo assegnatario, dando tempo tre anni per tornare in regola con i pagamenti.

Taverna del ferro
Rosaria Cordone è un esponente di spicco del Comitato di lotta ex Taverna del Ferro © Foto di Ciro Giso

Un eco parco ai Bipiani di Ponticelli

I Bipiani di Ponticelli (o come dicono qui “Bibbiani” con due b) si chiamano così perché sono edifici di due piani. Nati dalle stesse esigenze di Taverna del Ferro, hanno scontato per anni la presenza di amianto e aumentato così a dismisura i rischi per la salute di chi ci viveva. Oggi, dopo tre bonifiche durate un anno (perché sì, l’amianto era anche nel sottosuolo), il progetto di riqualificazione è a buon punto. Parliamo di 104 nuovi appartamenti: settantacinque abitazioni nel lotto nord (in fase di costruzione avanzata) e ventinove nel lotto sud, dove i lavori inizieranno l’anno prossimo quando i suoi attuali abitanti entreranno nelle nuove case, nel lotto nord.

La nostra visita inizia proprio dal lotto nord, in cui la responsabile unica di progetto, Concetta Montella, insieme al direttore dei lavori, al direttore tecnico del cantiere e al progettista ci fanno strada. Ci spiegano che – come visto a Taverna del Ferro – gli edifici saranno intelligenti energeticamente e sismicamente. Ogni scala poi avrà pompe di calore e pannelli fotovoltaici. Al pian terreno, gli appartamenti saranno riservati alle persone diversamente abili, a spazi comuni e di gioco. Mentre lo spazio esterno sarà re-interpretato secondo la logica dell’antica coorte napoletana. Dal progetto (costato 37 milioni di euro del Fondo complementare al Pnrr, insieme a risorse della Città Metropolitana di Napoli) nascerà dunque un eco-parco, attraverso una rinaturalizzazione degli spazi urbani, convertiti in aree pedonali permeabili, zone alberate, campi da calcio e da tennis, e orti urbani. La strada Isidoro Fuortes – quella che divide i due lotti – sarà trasformata in una strada-parco, cioè una strada con meno auto e con marciapiedi larghi, dalle pavimentazioni drenanti.

I Bipiani di Ponticelli dall’alto: da un lato i cantieri al lotto nord, dall’altro i prefabbricati del lotto sud © Foto di Ciro Giso

Della straordinarietà del progetto ce ne ha parlato anche Patrizio Gragnano, consigliere della Sesta Municipalità del Comune di Napoli. “Qui la prima esigenza vera della comunità – commenta – è stata il diritto alla casa. Anche se, dopo che la popolazione ha cominciato a registrare le prime malattie alle vie respiratorie, anche l’amianto è diventato una questione urgente. Per questo, gli abitanti si sono riuniti nel Comitato Bipiani liberi da amianto. Per farvi capire – dice Gragnano – queste case avevano teli al posto dei tetti e l’amianto ovunque, anche nelle pareti. Ora questo progetto è stato cucito addosso alla comunità che peraltro è tra le più multietniche in assoluto. Qui – conclude – c’è gente che viene dall’Albania, dall’Africa occidentale, ma anche gente che è nata e cresciuta qui.”

Chiaro è che il lavoro non finisce qui. “Il trasporto su strada – ammette la vice sindaca Lieto – è uno dei nodi da sciogliere. Ci sono state recenti implementazioni della rete pubblica cittadina (vedi il tram del mare che collegherà San Giovanni a Teduccio con Mergellina pronto entro la fine dell’anno), ma bisogna lavorarci ancora”. 

Bipiani di Ponticelli
Tra gli strati di carton gesso, sono stati inseriti pannelli di lana di vetro per garantire isolamento termico e acustico © Foto di Ciro Giso

Taverna del Ferro e Bipiani sono due modelli replicabili

Hanno funzionato diverse cose in questi progetti. Nessuna famiglia è stata allontanata dal proprio quartiere durante i lavori, i residenti senza occupazione formale sono stati inclusi nei nuovi piani delle abitazioni, i tecnici hanno ascoltato i bisogni precisi delle persone prima di mettere su i cantieri.

Che queste sono storie rilevanti, lo dicono anche le condizioni in cui versano le nostre case oggi. Pensate che circa il 69 per cento delle abitazioni italiane (17,5 milioni su 25,5 milioni) viene riscaldato con gas metano. E che oltre il 60 per cento dei 12,4 milioni di edifici residenziali italiani è stato costruito prima del 1976. E poi considerate che 2,4 milioni di italiani (9,1 per cento delle famiglie) soffre di povertà energetica, cioè ha faticato a sostenere le spese energetiche della propria abitazione. Una casa autosufficiente dal punto di vista energetico è quindi un’occasione gigante anche per risparmiare, per tutti.

MIRA NETWORK Build Better Lives
Il team che ha visitato i due progetti: Monica Vidal, Marianna Plomariti, Ermann Erogan di Climate Action Network Europe; Francesca Canali e Claudia Faverio di MIRA Network; Rachele Renno di Revolve; Rosaria Cordone di Comitato di lotta ex Taverna del Ferro; Lorenzo De Juliis di LifeGate © Foto di Ciro Giso

Tornando ai progetti descritti, inutile dire che si può sempre fare meglio. Sul rispetto delle tempistiche, per esempio. Una cosa non da poco, specialmente considerando che si rischia la revoca dei fondi assegnati. Alcune scadenze interne non sono state rispettate, e c’è il rischio che parte dei lavori non venga completata in tempo.

Ma quello che conta è che l’Italia prenda esempio. Nonostante Bipiani e Taverna del Ferro rinasceranno grazie a una finestra di finanziamenti europei e non grazie a un impegno nazionale stabile, la costruzione dei progetti dimostra quali siano le priorità climatiche e sociali dell’edilizia pubblica. Il resto dipenderà solo dalle scelte di finanziamento e di politiche che il Paese farà nei prossimi anni.

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