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Bar to Bar, le Langhe a piedi tra grandi vigne e terre della malora

Sette tappe ad anello dalle colline del Barbaresco a quelle del Barolo. Una terra aspra, da attraversare lentamente, da Alba fino ai pascoli e alle cascine dell’Alta Langa.

A ottobre un trattore cingolato sale lungo uno stradello e si lascia dietro una nuvola di polvere. Nella conca di Asili, poche ore dopo la partenza da Alba, ci sono solo vigne, a filari così regolari da sembrare pettinati. In cima al bricco, così si chiamano qui le sommità delle colline, è rimasta una vecchia quercia. Sedersi alla sua ombra e posare lo zaino è inevitabile, dopo la prima lunga salita. Il vignaiolo che ha lasciato in piedi quell’albero ha forse rinunciato a una piccola rendita per un po’ d’ombra, anche a vantaggio di chi passa a piedi. Il nome dell’itinerario gioca sulle prime sillabe di Barolo e Barbaresco, ma non ci sarà solo il paesaggio artefatto del vigneto a fare da scenario al viaggio. L’anello parte e torna ad Alba e attraversa per intero le zone di produzione dei due principali rossi da uve nebbiolo, un territorio che dal 2014 fa parte del sito Unesco dei Paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato.

Ma già dalla terza tappa ci inoltreremo nel ben più vasto territorio della Langa “selvaggia”, l’Alta Langa. Attraversando le preziose terre del vino la camminata diventa anche una lezione di storia economica. Le Langhe oggi sono tra le zone di produzione più conosciute al mondo. Chi cammina vede però due mondi nello stesso viaggio: quello delle cantine, dei resort stellati, e del turismo internazionale, e – soprattutto in Alta Langa – intravede ancora, in un contesto di generale benessere e prosperità, la terra avara degli anni ’20 e ’30, dell’emigrazione in Sudamerica, e, nel secondo dopoguerra, verso le fabbriche di Torino e la Ferrero di Alba.

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Bar to Bar, le Langhe a piedi tra grandi vigne e terre della malora © Roberta Ferraris

Barbaresco, un vino nato in cantina

In ottobre la Fiera del tartufo riempie le vie del centro di Alba. Basta però uscire dalle mura verso la collina di Altavilla per ritrovare il silenzio delle strade bianche. Dopo un tratto lungo il Tanaro si entra nelle vigne più quotate del Barbaresco, tra Asili e Rabajà. Sotto le scarpe la terra è chiara e sabbiosa, e si avverte subito la straniante sensazione di camminare su un fondale marino. Ed è proprio così: queste colline sono strati di marne, arenarie e argille depositati sul fondo dell’oceano della Tetide tra 30 e sei milioni di anni fa, poi sollevati con l’orogenesi alpina. La prima tappa arriva così a Barbaresco, un paese di una sola strada, via Torino, con i portoni delle cantine da una parte e dall’altra. In fondo svetta la torre, affacciata sulla valle del Tanaro: con un ultimo sforzo vale la pena salire in cima, per una visione del mare di colline che ci attende, e per un aperitivo sulla terrazza.

Pochi chilometri più in là, nel castello di Castelborgo a Neive, dove ci porta la seconda tappa, verso la metà dell’Ottocento si sperimentò per la prima volta un nebbiolo secco, antenato di tutti i vini da invecchiamento del territorio. L’innovazione consisteva nella fermentazione in cantina, al riparo dal freddo. Fino ad allora i tini erano collocati nelle aie, e i primi freddi novembrini bloccavano il processo, dando vita a vini dolci e talora frizzanti.

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Bar to Bar, le Langhe a piedi tra grandi vigne e terre della malora © Roberta Ferraris

Da terra della malora a patrimonio dell’Unesco

Il crinale tra la valle Belbo e la val Tanaro si incunea con un rilievo più aspro tra le terre del nebbiolo e quelle del moscato. Il paesaggio più tipico dell’Alta Langa si insinua in quello domestico della vite, e si attraversa persino una faggeta, rara a queste quote. Sui versanti più secchi, esposti a sud, la quercia cresce accanto al pino silvestre, l’unica conifera spontanea delle Langhe, rimasta qui dall’ultima glaciazione. In ottobre il bosco misto di ciliegi e aceri cambia colore insieme alle vigne, ed è la stagione dei porcini e degli ovoli. In fondo alla dorsale c’è il Pavaglione, una cascina restaurata che ospita un centro culturale, d’estate nel fienile di pietra di fronte apre una vineria e varie strutture ricettive consentono di fare tappa in uno dei luoghi più tranquilli delle Langhe.

Il cammino prosegue verso sud serpeggiando nei noccioleti, che occupano i terreni più freschi, meno adatti alla vite. Un tempo le nocciole si piantavano sulle rive, ai margini dei campi, per il consumo di casa. Poi, nel dopoguerra, un pasticciere a corto di cacao, Pietro Ferrero, cominciò a usarle come più economico surrogato della cioccolata. Oggi la pregiata varietà Tonda Gentile copre colline intere, e ghiri e scoiattoli se ne prendono una parte, con poca gioia dei coltivatori. A Cravanzana, una nocciola d’acciaio gigante accoglie il viandante, in bilico sul suo piedistallo davanti al municipio.

Cammini, Barolo, Bar to Bar
Bar to Bar, le Langhe a piedi tra grandi vigne e terre della malora © Roberta Ferraris

In cammino fra pascoli e campi arati

I paesi da qui in avanti stanno appollaiati sulle dorsali, sempre più radi, con i pascoli e i campi arati che si alternano al bosco. Qualche gregge trova ancora buona erba dopo le prime piogge autunnali: è una razza autoctona delle Langhe, dal cui latte nascono le ottime “tome” del Murazzano DOP. A San Benedetto Belbo ci sono ancora i platani sotto cui Beppe Fenoglio sedeva con la macchina da scrivere sulle ginocchia, e la “censa” di Placido, l’osteria con negozio di alimentari (per cui occorreva la licenza, da cui “censa”), più volte citata nei suoi racconti.

Poi si risale a Bossolasco, paese di crinale noto per i roseti davanti alle porte e sulle facciate delle case. Le insegne dei negozi dipinte negli anni ‘60 da Felice Casorati e dai suoi amici, tutti villeggianti a Bossolasco, si vedono nella chiesa sconsacrata dei Disciplinati. Giunti così al giro di boa del Bar to Bar, nei valloni intorno capita ancora di veder fuggire un gruppo di caprioli, che cinquant’anni fa qui non c’erano. Dietro di loro è tornato il lupo, che ha trovato in Alta Langa un ambiente idoneo e risorse alimentari.

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Bar to Bar, le Langhe a piedi tra grandi vigne e terre della malora © Roberta Ferraris

Nelle terre del Barolo

Da Serravalle Langhe il cammino piega a ovest, con vista sulla cerchia delle Alpi, e comincia una lunga sequenza di discese e risalite. Il castello di Serralunga d’Alba, alto sul colle, segna l’ingresso nelle terre del Barolo. Tra Monforte d’Alba e Barolo il sentiero attraversa una dorsale di bosco rimasta selvatica perché troppo ripida e rocciosa per la vite. È un cuneo di biodiversità, un prezioso rifugio per la fauna: lungo la traccia si riconoscono le impronte del tasso, simili a una piccola mano, e sopra i filari il gheppio resta immobile nell’aria prima di gettarsi sulla preda.

Da La Morra si plana verso Verduno. Sul sentiero sulla dorsale luccicano frammenti di cristalli di gesso, il residuo delle lagune salate rimaste quando, sei milioni di anni fa, il Mediterraneo si era quasi prosciugato. A Roddi dedichiamo un po’ di tempo al tartufo, che cresce invisibile tra le radici di querce e noccioli. L’ultimo tratto del percorso scende al Tanaro tra pioppeti e noccioleti e rientra ad Alba lungo la ciclabile che costeggia gli stabilimenti Ferrero. Le nocciole viste per giorni sulle colline dell’Alta Langa finiscono qui, a due passi dalla stazione.

Il percorso: 127 chilometri da dividere a piacere

Il Bar to Bar è un anello di circa 127 chilometri in sette tappe ufficiali, da 12,5 a 29 chilometri, che però è consigliabile suddividere diversamente, allungando i tempi. Le quote restano collinari, tra i 170 metri di Alba e gli 800 dell’Alta Langa, ma i saliscendi sono continui: sommati, danno circa 3.700 metri di salita, con giornate da 600 a oltre 800 metri in quattro tappe su sette. Il percorso è segnato in tutta la sua lunghezza con le tabelle regionali biancorosse e il logo del grappolo, più le tacche a vernice dove servono.

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Bar to Bar, le Langhe a piedi tra grandi vigne e terre della malora © Roberta Ferraris

Come organizzare il viaggio

Ottobre è il mese più ricco: la vendemmia del nebbiolo si chiude, le foglie cambiano colore vitigno per vitigno e ad Alba imperversa la Fiera internazionale del tartufo. Con le giornate che si accorciano, le tappe divise aiutano ad arrivare con la luce. Vigne e noccioleti sono luoghi di lavoro e proprietà private: si resta sui sentieri segnati e l’uva si assaggia solo a vendemmia finita. Ad Alba si rientra sovente con gli scarponi infangati, lungo la stessa via Maestra da cui si era partiti, chiudendo l’anello dove è cominciato, alla stazione.

Alba si raggiunge comodamente in treno. I centri principali sono collegati dal servizio autobus, in prevalenza scolastico, gestito da Gtt e da piccoli operatori locali. Per pianificare le tappe si parte dalla scheda del Bar to Bar su SlowMap, con le tracce GPS da scaricare, gli alloggi lungo il percorso, comprese le soste per dividere le tappe lunghe, e il travel planner per costruire il viaggio giorno per giorno.

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