La Turchia accusata di reprimere le proteste per il clima mentre si avvicina la Cop31

L’Ong Human Rights Watch denuncia una strategia di repressione in Turchia contro gli attivisti per il clima, in vista della Cop31 di Antalya.

A poche settimane dall’inizio della trentunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop31 che si terrà ad Antalya, in Turchia, sul governo di Ankara piovono pesanti critiche. A muoverle è l’organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw), che in un rapporto pubblicato martedì 13 ottobre denuncia una strategia di repressione da parte di Ankara nei confronti dei movimenti ecologisti, fatta di “arresti arbitrari e procedimenti a carico di attivisti e cittadini che hanno partecipato a manifestazioni per il clima”.

Analizzati reportage, documenti, procedure giudiziarie e ascoltati gli attivisti

“Mentre la Turchia si appresta ad accogliere il vertice annuale dell’Onu sui cambiamenti climatici, la repressione che sta esercitando ci ricorda in maniera drammatica la sua intolleranza per la contestazione”, ha dichiarato Deniz Bayram, ricercatrice della divisione Europa e Asia centrale di Human Rights Watch. “Le autorità – ha aggiunto – dovrebbero prestare attenzione alle preoccupazioni della popolazione sugli impatti ambientali di attività come l’esplorazione mineraria, anziché arrestare e processare i manifestanti”.

Nello scorso mese di agosto, l’organizzazione non governativa ha condotto un’indagine su casi di attivisti che hanno protestato in piazza, esaminato reportage, documenti ufficiali e analizzato le procedure giudiziarie avviate. Illustrando in particolare il trattamento riservato agli attivisti che lottano contro alcuni progetti industriali in due regioni della Turchia: quello per lo sfruttamento di carbone nella foresta di Akbelen, nella porzione sud-occidentale della nazione euro-asiatica e quello per la ricerca di oro nell’altopiano di Perşembe, nella regione del Mar Nero.

“Arrestati attivisti, avvocati e giornalisti sulla base di accuse discutibili”

Durante le manifestazioni, prosegue Hrw, “le forze dell’ordine e di sicurezza turche hanno arrestato membri della società civile, avvocati e giornalisti, a cui carico sono stati avviati procedimenti penali e amministrativi basati su accuse discutibili”, perfino per aver semplicemente espresso online il proprio sostegno ai movimenti per il clima. Inoltre, tra le persone arrestate figurerebbero perfino “due bambini e una signora di 84 anni”.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan
Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan © Presidential Press Office/via Getty Images

Secondo Human Rights Watch, la polizia è arrivata a “intimidire gli abitanti della zona attraverso controlli arbitrari” per scoraggiare la partecipazione alle proteste. Per questo, a settembre ha inviato una lettera al ministero dell’Interno di Ankara, così come ai tribunali delle province in cui sono stati documentati i fatti, per chiedere informazioni ulteriori e risposte.

Non si tratta d’altra parte di una novità in Turchia: la stessa Ong ricorda che la repressione dell’attivismo climatico “prosegue dal 2023, con un effetto dissuasivo considerevole rispetto alle libertà d’espressione e di riunione, sebbene siano tutelate dal diritto internazionale e dalla Costituzione della Turchia”. Così come accaduto nel caso “della repressione anti-Lgbt” o nella vicenda che ha riguardato l’ex sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu.

La partecipazione della società civile è fondamentale alla Cop31

In quanto paese che ospita la Cop31, secondo Human Rights Watch la Turchia “ha l’obbligo di facilitare la partecipazione della società civile”. Eppure, accusa Bayram, “il governo ha ignorato le misure di protezione dell’ambiente e se l’è presa con le popolazioni locali che denunciavano gli impatti sulle comunità”.

In una fase nella quale si sta riflettendo al modo migliore per rilanciare il processo delle Conferenze mondiali sul clima, al fine di restituire slancio al multilateralismo dopo anni di difficoltà, la partecipazione di associazioni, Ong e attivisti è determinante per la buona riuscita della Cop31 e di quelle successive. È proprio dal basso che si spera possa arrivare infatti la spinta per una rinnovata azione di mitigazione del riscaldamento globale e di adattamento ai suoi impatti.

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