Come riformare le Conferenze mondiali sul clima per renderle efficaci

Un rapporto della rete di Ong Climate action network propone alcuni cambiamenti concreti per rilanciare le Conferenze mondiali sul clima.

Ripensare le Conferenze mondiali sul clima delle Nazioni Unite per farle tornare ad essere uno strumento davvero efficace. Un rapporto della rete di organizzazioni non governative Climate action network (Can) avanza, a ormai poche settimane dall’avvio della Cop31 che si terrà in Turchia nel prossimo mese di novembre, una serie di proposte concrete per riformare l’unico organismo che permette, ogni anno, ai paesi di tutto il mondo di riunirsi per affrontare la questione del riscaldamento climatico.

Le Cop restano l’unico strumento che ha permesso dei passi avanti, pur insufficienti

Ed è proprio da questo assunto che parte il Climate Action Network: le Cop sono state, sono e restano un elemento cruciale. I passi avanti – benché indiscutibilmente insufficienti – che i governi hanno effettuato negli ultimi decenni sono arrivati proprio grazie ai negoziati che si tengono sotto l’egida dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. È stato così per il Protocollo di Kyoto del 1997, approvato alla Cop3 in Giappone; è stato così per l’Accordo di Parigi, raggiunto nel 2015 nella capitale francese.

cop21 parigi
I leader mondiali durante la giornata inaugurale della Cop 21 a Parigi, nel 2015 © Pascal Le Segretain / Getty Images

Tuttavia, oggettivamente, gli ultimi dieci anni – dalla Cop22 di Marrakesh, in Marocco, fino all’ultima di Belém https://www.lifegate.it/cop30-belem-finale-analisi, in Brasile – sono state molte più le delusioni degli slanci. Il risultato, come constata il rapporto, il risultato è che “questo spazio multilaterale è sempre più criticato”, e ciò “senza sorpresa, poiché la crescita dei populismi e dell’estrema destra, dei conflitti e delle violenze sulle popolazioni hanno contribuito a rendere meno centrale il clima nelle agende politiche di molti decisori”.

In discussione il principio del “consensus” alle Conferenze mondiali sul clima

Rilanciare le Cop, nate nel 1992 con il Summit della Terra, rappresenta dunque una sfida ardua ma fondamentale. Nel corso del tempo, le conferenze sono diventate ipertrofiche, tanto da “assomigliare ormai a dei saloni professionali”. Di conseguenza, i problemi di funzionamento sono numerosi: in alcuni casi interni in alcuni casi legati al contesto geopolitico. Secondo il rapporto del Can, le dinamiche dei negoziati sono ancora troppo ancorate “a una divisione tra Nord e Sud del mondo che resta ancorata agli anni Novanta: l’Europa cerca di ottenere impegni vincolanti, gli Stati Uniti si sforzano di imporre flessibilità, i paesi sviluppati chiedono condizionalità per la concessione di finanziamenti, il G77 e la Cina si concentrano su questioni di equità globale”.

Inoltre, il processo negoziale si basa su quello che è definito “consensus”, che punta a una sorta di unanimità mascherata (le delegazioni non votano a favore di un testo ma lo accettano non formulando obiezioni). Il rispetto di tutte le decisioni, poi, è di fatto obbligatorio solo sulla carta, poiché non esistono impianti sanzionatori per punire gli inadempienti, né tribunali o altri organismi che possano farlo. Solo a livello nazionale – dal momento che l’Accordo di Parigi è ratificato da ciascuno stato – si può eventualmente immaginare di chiedere il rispetto degli impegni assunti.

Troppo spazio ad “attori in cattiva fede” e lobbisti delle fossili

“Questo sistema – indica il Can – permette ad attori in cattiva fede di bloccare i passi avanti o rinegoziare decisioni già adottate, il che porta a limitare l’applicazione concreata, alla moltiplicazione dei colloqui e dei programmi di lavoro. Il fallimento sul programma di mitigazione (dei cambiamenti climatici, ndr) previsto dall’Accordo di Parigi rappresenta un ottimo esempio di questa tendenza”.

La sede della Cop28
La sede della Cop28 di Dubai, nel 2023, è stata invasa da un esercito di lobbisti delle fonti fossili © Sean Gallup/Getty Images

Altro elemento che frena la lotta al riscaldamento globale è dato poi dalla “partecipazione crescente di rappresentanti degli interessi delle energie fossili, dell’agrobusiness o di altre industrie inquinanti”, così come “le restrizioni crescenti agli spazi di negoziato aperti agli osservatori”.

Proposti tre assi d’azione e sei raccomandazioni

Secondo il Can occorre agire su tre assi per rendere le Cop nuovamente efficaci: “Ripensarne il formato, assicurando il rispetto dei diritti umani e la partecipazione della società civile; introdurre regole sui conflitti d’interesse ambiziose per contrastare le lobby; rivedere il processo decisionale, e in particolare la regola del consensus”.

Concretamente, il rapporto formula sei raccomandazioni per generare una nuova governance delle conferenze.

1 – Regole stringenti per i lobbisti delle aziende inquinanti

Si punta a “copiare” le regole che furono fissate dall’Organizzazione mondiale della sanità per contrastare la lobby del tabacco. Si tratta di una novità che potrebbe essere posta in discussione già dalla Cop31 e che obbligherebbe tutti i partecipanti (delegazioni ufficiali, associazioni, organizzazioni non governative, rappresentanti di ogni soggetto o gruppo) a divulgare pubblicamente chi ne finanzia la partecipazione.

Una delegazione dei popoli indigeni dell’Amazzonia alla Cop26 di Glasgow, nel 2022 © Jeff J Mitchell/Getty Images

Al contempo, si chiede di garantire lo status di osservatori ai rappresentanti della società civile e dei popoli autoctoni, al fine di poter seguire lo svolgimento di tutti i negoziati in modo trasparente. Si vuole infine vietare di poter “accogliere” nelle delegazioni governative rappresentanti di aziende private: escamotage utilizzato da molti esecutivi per assicurarne la presenza a tutti i principali tavoli negoziali.

2 – Rendere biennali le Cop ad alta partecipazione

Il Can propone di creare meccanismi più agili nell’ottica di ottenere avanzamenti: si punta a rendere biennali le Conferenze mondiali sul clima “a forte partecipazione e attenzione mediatica”, seguendo il calendario del Global stocktake e dei cicli delle Nationally determined contributions (le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra che ogni governo è tenuto a consegnare all’Unfccc, note con la sigla Ndc).

3 – Superare il principio del “consensus”

L’idea è di prevedere alcune decisioni adottate a maggioranza in caso di mancanza di “consensus”, al fine di impedire che pochissimi stati possano bloccare di fatto l’intero processo negoziale.

4 – Imporre responsabilità e trasparenza agli stati

Al fine di rendere le Ndc più vincolanti, il rapporto propone di non consegnarle più solamente all’Unfccc bensì anche al Segretariato generale delle Nazioni Unite. Si punta poi a rendere accessibili ai giornalisti alcuni negoziati specifici in materia, al fine di far sì che i mezzi d’informazione possano esercitare pressione sui governi e i decisori politici.

persone alla Cop26
Giornalisti alla Cop26 di Glasgow, in Scozia © Alessia Rauseo

5 – Rivedere i criteri di selezione dei paesi che ospitano le Cop

La proposta punta ad assicurare trasparenza e inclusività nei lavori preparatori di ciascun summit. Troppe conferenze, infatti, si sono tenute di fatto in “trasferta”, ovvero in nazioni che avevano enormi interessi nel settore delle fonti fossili. Allo stesso modo, si chiedono regole nuove per le sponsorizzazioni (non di rado compagnie petrolifere sono apparse nell’elenco di coloro che hanno concesso denaro in cambio di visibilità alle Conferenze mondiali sul clima).

6 – Garantire trasparenza e partecipazione

Il Climate action network chiede che sia introdotto un sistema trasparente di attribuzione dei badge agli osservatori, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la partecipazione dei paesi del Sud globale. Si punta inoltre a snellire la concessione di visti per gli ingressi, garantendo al contempo imparzialità, rispetto dei diritti umani.

Se le Conferenze mondiali sul clima rappresentano il solo strumento a nostra disposizione per coinvolgere i governi di tutto il mondo, occorre dunque farlo tornare ad essere davvero in grado di cambiare le cose. Anche per riformare il sistema delle Cop, però, serve lo stesso ingrediente necessario per risolvere il problema del riscaldamento globale: la volontà politica.

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