L’Osservatorio Giovani & Sostenibilità di Angelini Industries racconta aspettative e comportamenti degli under 30. Appuntamento a Torino l’8 ottobre per commentare i risultati.
I canali per acquistare abbigliamento, arredi e oggetti second hand si moltiplicano, ciascuno con le sue regole e il suo impatto ambientale.
Per una fascia sempre più ampia della popolazione, comprare un oggetto usato è un’abitudine sdoganata. L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige) ha chiesto a oltre 65mila persone, in tutti e 27 i Paesi dell’Unione, quanto spesso scelgono prodotti – come abiti o mobili – second hand, anziché acquistarli nuovi: il 61,7 per cento sostiene di farlo spesso, sempre o qualche volta, percentuale che supera il 70 per cento tra i giovani tra i 16 e i 24 anni. D’altra parte, è una scelta che ben si adatta sia alla sensibilità ambientale sempre più radicata, sia all’erosione del potere d’acquisto che fa apprezzare le occasioni per risparmiare. E di pari passo si sono anche moltiplicate le opportunità, con siti e app per smartphone che convivono con i tradizionali negozi e mercatini dell’usato. Canali che perseguono lo stesso obiettivo – mettere in contatto chi vende e chi compra – con meccanismi molto diversi.
“La platea si è allargata tantissimo. Prima c’era un bisogno quasi fisiologico di aggiungere reddito al proprio; oggi c’è una sensibilità per la sostenibilità e l’economia circolare che tocca tutti i ceti sociali”, conferma a LifeGate Sebastiano Marinaccio, presidente di Mercatino, società di Verona che conta 186 negozi di usato conto terzi in tutt’Italia. Marinaccio quest’evoluzione l’ha seguita in prima persona, visto che il franchising ha preso il via nel 1995, cinque anni dopo l’apertura del primo punto vendita. “Chi deve arrotondare il reddito c’è ancora, tanto più in questi momenti di insicurezza, instabilità e inflazione. La differenza è che trent’anni fa le persone benestanti si limitavano a vendere, ma non avrebbero mai comprato. Oggi l’usato è talmente trendy da essere spesso considerato la prima scelta”.
I negozi del Mercatino nel 2025 hanno venduto oltre 10 milioni di oggetti, per un totale di 116 milioni di euro (il 10 per cento in più rispetto all’anno precedente). 15 milioni e mezzo i clienti: 3,8 milioni i venditori, 11,7 gli acquirenti. Perché un bene trovi una seconda vita, però, occorre che sia in ottime condizioni. Un presupposto che non è così scontato, in un mercato inondato da prodotti a basso prezzo. È recente l’allarme delle cooperative che gestiscono i noti cassonetti gialli per gli abiti dismessi: il dilagare del fast fashion fa sì che la quantità di capi conferiti aumenti, insieme ai costi di gestione, ma solo una minima parte sia in condizioni abbastanza buone da poter essere riparata e rivenduta. Il che incrina l’equilibrio economico dell’intero sistema.
Per chi invece gestisce negozi di usato, la regola alla base è ferrea: selezionare a monte. “Da una quindicina d’anni abbiamo introdotto una selezione feroce. Ogni dieci capi d’abbigliamento portati in negozio, ne ritiriamo sei o sette: devono essere integri, di buona fattura e qualità”, conferma Marinaccio. Anche perché, per mandato, il Mercatino non può smaltire nulla in discarica. “I nostri valutatori sanno se un oggetto ha prospettive di essere venduto e a quanto”, continua. “Dopo un certo numero di giorni, abbiamo la possibilità di ridurre ulteriormente il prezzo. È rarissimo che un cliente torni a ritirare un oggetto messo in vendita”.
Un’altra possibilità per intercettare acquirenti è il negozio online, che nel caso di Mercatino – spiega però Marinaccio – funge soprattutto da vetrina. Da un lato perché alcune categorie (come l’arredamento) non sarebbero idonee, dall’altro perché i clienti preferiscono vedere, toccare e provare prima di acquistare. Entra in gioco anche il tema dell’impatto ambientale, inevitabilmente diverso da quello di un negozio fisico.
Di questa differenza si è occupata anche l’Ademe, l’Agenzia francese per la transizione ecologica, che ha sviluppato uno strumento per confrontare l’acquisto online e quello in negozio attraverso sette indicatori ambientali. Non esiste infatti una soluzione automaticamente virtuosa, perché i parametri da considerare sono tanti: nel caso dell’e-commerce, per esempio, quanti punti di ritiro ci sono nel territorio? Sono raggiungibili a piedi o in auto? Quanti chilometri percorrono i furgoni, e lo fanno a pieno carico o meno? Quanto spazio vuoto c’è negli imballaggi?
Mercatino ha iniziato nel 2012 a calcolare l’impatto del proprio modello di riutilizzo, per poi consolidare la metodologia a partire dal 2018 in collaborazione con Ecoinnovazione, spinoff di Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile). “Oggi sappiamo indicare tredici indicatori di impatto ambientale per ogni oggetto”, sottolinea Marinaccio. Nel suo insieme, nel 2025 il franchising ha consentito di evitare 78 chilotonnellate di CO2 equivalente, pari alle emissioni prodotte da un’auto che percorre oltre 500 milioni di chilometri. In più, ha risparmiato l’emissione nell’aria di oltre 51 tonnellate di PM2.5 equivalente, una quantità paragonabile a quella che si genera fumando quasi 6 miliardi di sigarette.
Fin qui, il ruolo dei rivenditori e degli intermediari. Poi c’è quello del consumatore. Perché dare una seconda vita a un bene è una scelta virtuosa, purché non diventi un pretesto per comprare di più. Un rischio reale soprattutto in settori – come la moda – in cui culturalmente si è affermato un sovraconsumo sfrenato, e in cui le occasioni si moltiplicano a ogni angolo. Secondo uno studio svolto su oltre 4mila consumatori, commissionato dall’Ademe e realizzato dalla società francese di ricerca ObSoCo, il 51 per cento di chi compra abbigliamento usato reinveste il denaro risparmiato per fare altri acquisti, sempre di abbigliamento (l’11 per cento) o di altri settori (il restante 40 per cento).
Un altro studio di Nature, realizzato stavolta su circa mille persone statunitensi, sottolinea che più del 69 per cento del campione ha acquistato abiti usati almeno una volta, ma c’è anche una correlazione positiva tra la spesa in abbigliamento nuovo e second hand, soprattutto tra i più giovani. Sempre all’interno dello stesso campione, il 40 per cento possiede abiti che non ha mai indossato e al 37,9 per cento è capitato di liberarsene entro un anno dall’acquisto (al 14,2 per cento addirittura entro un mese).
Con l’allargarsi del mercato del second hand, diventa necessario interrogarsi anche sulla tutela dei consumatori. La Commissione europea lo ha fatto: insieme alle autorità nazionali di 25 Stati membri più Islanda e Norvegia, nel 2025 ha condotto un controllo coordinato su 356 operatori online che gestiscono siti e piattaforme per la vendita di beni usati. I risultati destano qualche preoccupazione. Il 40 per cento non informa chiaramente i consumatori sul diritto di recesso, il 45 per cento non fornisce indicazioni corrette sulla facoltà di restituire gli articoli difettosi o non corrispondenti alla descrizione. Un altro 57 per cento non riconosce la garanzia di un anno, prevista per legge per i beni usati. Anche sulle dichiarazioni ambientali ci sono margini di miglioramento: circa un venditore su tre le pubblica nel proprio sito ma, di queste, quasi la metà è falsa, ingannevole o non adeguatamente documentata.
La tutela dei consumatori è soltanto uno dei tasselli. Sebastiano Marinaccio osserva il tema delle regole con una doppia veste, quella di presidente di Mercatino e di consigliere ai rapporti istituzionali di Rete Onu, la Rete nazionale degli operatori dell’usato. La sua posizione in merito è molto netta: serve una legge che regolamenti il mercato dell’usato, compresa quella vasta rete di vendite informali che oggi sfuggono a qualsiasi obbligo fiscale e di tracciabilità. “Un regime fiscale agevolato farebbe emergere una parte del settore, che oggi è sommersa, contribuendo al prodotto interno lordo (Pil)”. Rete Onu ha contribuito a promuovere due proposte di legge di questo tipo, ma i testi hanno avviato l’esame in commissione senza completare l’iter.
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