Conferenze sul clima

Cosa prevede l’Accordo di Parigi sul clima, come è nato e chi lo sostiene

L’Accordo di Parigi è un trattato internazionale sui cambiamenti climatici adottato da quasi tutti gli stati. Cos’è, cosa prevede e tutto quello che c’è da sapere, ultimi aggiornamenti inclusi.

L’Accordo di Parigi è un documento che è stato sottoscritto dai 195 paesi che hanno partecipato alla Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 21), nel mese di dicembre del 2015. L’intesa è stata raggiunta al termine di due lunghe settimane di negoziati: alle 19:32 del 12 dicembre, l’allora ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, che presiedeva il summit, rivolgendosi all’ultima assemblea plenaria aveva domandato se ci fossero ancora obiezioni; pochi secondi dopo, aveva picchiato il martello di legno, decretando l’adozione definitiva del testo e la contemporanea conclusione della conferenza.

Accordo di Parigi, cosa dice

Il testo rappresenta un’ideale prosecuzione del cammino intrapreso dalla comunità internazionale con il Protocollo di Kyoto, redatto nel dicembre del 1997 nell’omonima città giapponese al termine della Cop 3 e ratificato da 192 nazioni. L’Accordo di Parigi propone di limitare la crescita della temperatura media globale sulla superficie delle terre emerse e degli oceani “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. Si tratta di un obiettivo “minimo”, dal momento che l’Accordo chiede alle parti fare tutto ciò che è possibile “per tentare di non superare gli 1,5 gradi”.

Nel corso della Cop 21, tuttavia, l’indicazione del tetto massimo ha rappresentato un terreno di scontro tra le parti. In particolare, i paesi più vulnerabili (ovvero quelli che risultano maggiormente minacciati dagli sconvolgimenti legati ai cambiamenti climatici) e le organizzazioni non governative avevano chiesto che tale limite di 1,5 gradi fosse imposto come soglia massima e non come obiettivo ideale. È stata necessaria una lunga e delicata mediazione con altri governi (soprattutto alcuni stati produttori di petrolio si erano opposti) per raggiungere il compromesso inserito nel documento.

Valls Hollande Fabius Cop 21
Da sinistra a destra, il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, il primo ministro Manuel Valls e il presidente François Hollande alla Cop 21 di Parigi ©Pascal Le Segretain/Getty Images)

Il raggiungimento dell’intesa ha rappresentato, dunque, un innegabile successi diplomatico: il rischio, a Parigi, era di non terminare le due settimane di lavori con un rinvio, che avrebbe significato un fallimento. Tuttavia, non tutti sono usciti col sorriso sulle labbra dal sito di Le Bourget, la località che ospitava la conferenza nell’immediata periferia della capitale transalpina: “L’azione contro i cambiamenti climatici – aveva spiegato Krishneil Narayan, coordinatrice dell’associazione Climate Action Network per le Isole del Pacifico – per noi è una questione di sopravvivenza. Per cui, come possiamo accontentarci di un compromesso? L’accordo di Parigi non riflette tutte le nostre richieste. Tuttavia, noi non lo abbiamo mai considerato come l’ultimo gradino: si tratta di un processo che deve continuare la propria strada”. “La ruota dell’azione sul clima – aveva aggiunto Kumi Naidoo, direttore di Greenpeace International – gira lentamente. Ma a Parigi, almeno, ha girato. Molti aspetti nel testo sono stati annacquati, ma credo che nei board delle compagnie del carbone e nei palazzi dei paesi esportatori di petrolio ci sia preoccupazione in questo momento”.

Cosa è stato previsto, in concreto, per raggiungere gli obiettivi

Il secondo argomento più “caldo” dell’Accordo ha riguardato, sostanzialmente, i mezzi concreti che occorre utilizzare per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi centigradi. Ovvero chi, quando e di quanto dovrà abbassare le emissioni di gas ad effetto serra (a cominciare dalla CO2) per lottare contro il riscaldamento globale. Così, a ciascun governo, prima dell’avvio della Cop 21, era stato chiesto di depositare un documento contenende i cosiddetti “Indc”, Intended Nationally Determined Contributions: le promesse ufficiali di riduzione delle emissioni. Ciascuna nazione, in pratica, ha assunto una serie di impegni: il problema, però, è che ogni governo ha agito in modo del tutto autonomo. C’è chi ha promesso una riduzione entro il 2020, chi entro il 2030. Chi del 20 per cento, chi del 40. Chi rispetto ai livelli delle emissioni registrati nel 1990, chi nel 2005.

La ragione, anche in questo caso, era stata “politica”: imporre griglie e regole comuni a tutti avrebbe rischiato di far saltare i negoziati prim’ancora che essi cominciassero. In questo modo, invece, si lasciò di fatto “carta bianca” ai governi ed effettivamente ciò spinse moltissime nazioni a dichiarare i propri Indc. Con un grande effetto collaterale, però: secondo quanto ammesso dallo stesso governo francese, le promesse avanzate in vista della Cop 21 non permetteranno di scendere al di sotto dei +2,7 gradi (ma secondo le associazioni ecologiste si supererebbero addirittura, abbondantemente, i 3 gradi). Il che significherebbe andare incontro ad una catastrofe. “I governi dovranno rafforzare i loro impegni se vogliono restare sotto ai 2 gradi”, aveva confermato Célia Gautier, della Réseau Action Climat, al termine della conferenza.

Proprio per questo, le associazioni ambientaliste hanno insistito molto affinché fosse inserito nel testo il concetto di “decarbonizzazione” (che non è presente per via del veto imposto da Arabia Saudita e India) e che fosse imposta una revisione migliorativa degli Indc al più presto. Secondo quanto riferito al quotidiano The Guardian dal climatologo americano James Hansen, senza un impegno serio da parte degli stati, l’Accordo di Parigi “è una truffa. È assurdo dire: poniamo l’asticella a 2 gradi e poi cercheremo di fare un po’ meglio. Si tratta di parole prive di significato: non c’è alcuna azione, sono solo promesse”. Dello stesso avviso Jean-François Juillard, direttore generale di Greenpeace France, per il quale il processo “è troppo lento e troppo poco ambizioso”.

Il nodo è stato sciolto solo un anno dopo, alla Cop 22 di Marrakesh, attraverso l’obbligo da parte di paesi partecipanti di fare il punto sulle proprie emissioni di CO2 entro il prossimo anno. Ciò con lo scopo di rivedere gli Indc entro il 2018 (e non entro il 2020, come immaginato inizialmente a Parigi).

Fondi per almeno 100 miliardi di dollari all’anno

Il terzo grande “nodo” dell’Accordo di Parigi è stato quello dei costi. Il testo riprende in questo senso la cifra indicata nel 2009 a Copenaghen: “Serviranno 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020” per aiutare i paesi in via di sviluppo a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, nonché a fronteggiare perdite e danni provocati da eventi climatici estremi, inondazioni, piogge torrenziali o ondate di siccità. Il documento, tuttavia, aggiunge (in modo molto incoraggiante) che tale cifra è “un limite minimo”, sotto al quale non si dovrebbe dunque scendere.

Ma dopo il 2020 cosa si farà? “Un nuovo obiettivo – si legge nel testo – sarà fissato nel 2025”. Anche in questo caso, la tempistica non è andata giù alle ong. “Per il post-2025 c’è molta poca chiarezza, benché si sappia che l’impatto (dei cambiamenti climatici, ndr) sarà crescente”. Lo scontro sui finanziamenti si è ripresentato anche alla Cop 22 in Marocco, con i paesi più vulnerabili che hanno chiesto certezze, anche in merito all’allocazione della cifra. Ammettendo anche che il denaro arrivi, occorre capire se esso sarà destinato solamente alle politiche di “mitigazione” dei cambiamenti climatici (essenzalmente la diminuzione delle emissioni, che passa ad esempio attraverso le politiche di transizione energetica) o anche a quelle di “adattamento” (ad esempio la costruzione di infrastrutture difensive nelle aree più a rischio). Le prime appaiono, infatti, ben più lucrative e allettanti – per gli stati ma soprattutto per i capitali privati – rispetto alle seconde.

Altro punto dolente, l’Accordo di Parigi non fa alcun riferimento alle emissioni legate al trasporto aereo e marittimo, il che rappresenta un grande problema, dal momento che i due comparti, assieme, arriveranno presto a rappresentare il 10 per cento delle emissioni mondiali di gas ad effetto serra. Il tema era stato oggetto di aspre polemiche negli ultimi giorni della conferenza francese.

L’Accordo di Parigi, di fatto, non è (del tutto) vincolante

Infine, c’è la questione della forma giuridica: l’accordo è vincolante per chi lo ha sottoscritto? Come confermato al quotidiano Libération da Yannick Jadot, eurodeputato dei Verdi francesi, “si instaura un nuovo regime di governance, che certo è poco stringente dal punto di vista del diritto, degli obblighi. Nessuno sarà realmente obbligato a fare nulla. Ma si riconosce il ruolo della società civile, che potrà porre sotto pressione gli stati affinché agiscano”.

Greenpeace Cop21
Una militante di Greenpeace mostra un cartello che recita: “Non abbiate paura! Passo in modalità energie rinnovabili” ©Misha Patault/Greenpeace

Non esistono infatti sanzioni per chi dovesse disattendere quanto firmato. Né, tantomeno, è stato istituto un tribunale (o una commissione, o un altro organismo) incaricato di verificare che le varie nazioni agiscano secondo quanto annunciato in Francia e che possa condannare gli inadempienti. Per cui, di fatto, la reale applicazione dei termini dell’accordo resta legata alla volontà politica di ciascun paese. L’unico vincolo è l’attesa di quattro anni (tre previsti dallo stesso Accordo di Parigi, più uno per ragioni tecniche) per chi volesse abbandonare il progetto: ma, anche qui, nessuno può imporrre che nel frattempo si remi nella giusta direzione.

Giudizi discordanti dalle associazioni

Per tutte queste ragioni, il giudizio della società civile è stato composito.  Mohamed Adow, di Christian Aid, aveva spiegato che “è la prima volta nella storia che il mondo intero si impegna a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Sebbene ciascun paese procederà con una velocità diverse, la transizione verso un mondo a basse emissioni di CO2 è ora inevitabile”. Un punto di vista condiviso da Michael Brune, direttore del Sierra Club, secondo il quale “Parigi è una svolta per l’umanità”.

manifestazione eiffel cop 21
Migliaia di manifestanti sotto alla Tour Eiffel hanno protestato sabato contro l’accordo raggiunto alla Cop 21 ©Andrea Barolini

Meno entusiasta era stato Bill McKibben, fondatore di 350.org: “I governi sembrano aver riconosciuto che l’era delle fonti fossili deve essere terminata presto. Ma la forza delle lobby del petrolio e del carbone si riflette nel testo, che ritarda troppo i tempi della transizione. La velocità, adesso, è il problema centrale. E gli attivisti devono moltiplicare gli sforzi per indebolire l’industria fossile”. Allo stesso modo, Helen Szoke, direttrice di Oxfam, ha spiegato che “è stata avanzata solo una vaga promessa. L’accordo non impone ai paesi un taglio delle emissioni sufficientemente rapido da evitare la catastrofe. Ciò, tra l’altro, farà impennare i costi dell’adattamento in futuro”.

Il terremoto provocato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump

Ad aumentare il pessimismo, poi, è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, succeduto nel gennaio 2017 a Barack Obama. Il miliardario americano, lo scorso 1 giugno, ha annunciato infatti di voler abbandonare l’Accordo di Parigi, facendo tirare un sospiro di sollievo ai negazionisti dei cambiamenti climatici. Nel corso di una conferenza tenuta alla Casa Bianca, ha infatti affermato che il documento era stato sottoscritto “contro gli interessi dei cittadini e delle imprese americani”, che esso “privilegia altri paesi come la Cina” e che avrebbe significato la perdita di milioni di posti di lavoro negli Usa.

Una scelta che ha provocato immediatamente un vespaio di polemiche. L’ex presidente americano Barack Obama è stato tra i primi a reagire, spiegando che “le nazioni che resteranno all’interno dell’Accordo di Parigi saranno quelle che ne raccoglierenno i benefici in termini di lavoro e di produzione industriale. Anche in assenza di una leadership americana, anche se la nostra amministrazione si allinea ad un pugno di paesi che rifiutano l’avvenire, sono certo che i nostri stati, le nostre città e le imprese saranno all’altezza e faranno ancora di più per proteggere il pianeta, pensando alle future generazioni”. Mentre l’ex ministro dell’Ecologia francese Ségolène Royal, che aveva lavorato alacremente per l’Accordo a Parigi, ha dichiarato: “Abbiamo assisito allo spettacolo tragico di un uomo che da solo ha deciso di prendere in ostaggio tutti gli abitanti del pianeta. Penso che non si possa lasciarlo fare, perché si tratterebbe di un crimine contro l’umanità. Inoltre non si può uscire in modo unilaterale dall’Accordo di Parigi. Esso prevede all’articolo 28 un margine di tre anni e un preavviso di un anno, il che fa quattro anni in tutto. Passato questo periodo di tempo saremo alla fine del mandato di Donald Trump. Per questo auspico che tutte le forze positive si mobilitino per scongiurare la distruzione dell’Accordo di Parigi, che equivale alla distruzione della Terra”.

L’Accordo di Parigi è entrato in vigore il 4 novembre 2016

Nonostante il dietrofront di Donald Trump, l’Accordo di Parigi sta facendo comunque il suo corso. Alcuni mesi dopo la fine della Cop 21, il testo è stato depositato presso le Nazioni Unite a New York. Era il 22 aprile 2016: a partire da quel momento, fu concesso un anno di tempo ai governi per la ratifica, che consiste in un’approvazione da parte delle aurotità nazionali (normalmente i parlamenti) di ciascun paese. Ad effettuare il passaggio erano stati – entro la data di entrata in vigore, fissata al 4 novembre 2016 – sono stati 147 paesi. Tra questi figurano anche le due nazioni che emettono le maggiori quantità di CO2 al mondo: la Cina e proprio gli Stati Uniti. Questi ultimi, all’epoca, erano infatti ancora governati da Barack Obama.

A Bonn, nel corso della prossima conferenza mondiale sul clima (la Cop 23 che si terrà nel novembre del 2017), il mondo dovrà fronteggiare non soltanto la posizione di Donald Trump ma anche la necessità di fornire nuovo impulso all’Accordo di Parigi. Chi infatti non seguirà gli Stati Uniti, dovrà rimboccarsi ancor di più le maniche se si vorrà davvero raggiungere l’obiettivo finale: salvare il Pianeta.

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