Stefano Gregoretti

Chi è Stefano Gregoretti

Non è semplice trovare un termine per esprimere chi è Stefano GregorettiAgronomoatletaultrarunner sono tutte parole che descrivono quello che fa, ma solo in parte. Forse la più adatta sarebbe “esploratore”. Non si ritiene però un esploratore in senso classico – anche se si avventura in alcuni dei luoghi più remoti del Pianeta, “praticamente ogni angolo del mondo è già stato percorso”, sostiene. Si definisce un endurance athlete, che significa che percorre distanze molto lunghe utilizzando solo la propulsione del suo corpo: in bici, di corsa o trainando una slitta, si muove sempre e solo con la forza delle sue gambe. Compie spedizioni in tutto il mondo, dalle terre gelate dell’Artico alle distese torride di deserti come quello del Namib e della Patagonia, a volte da solo e a volte con altri, sempre alla ricerca della conquista non solo del traguardo fisico ma anche dei suoi limiti. I suoi viaggi, dunque, sono soprattutto interiori, un’esplorazione di se stesso e delle sue risorse.

La sua fame di avventura non lo porta solo in terre lontane, ma a vivere con entusiasmo e curiosità anche il territorio italiano, dalla costa e la campagna del riccionese, dove è nato nel 1974 e tutt’ora vive, alla montagna, la sua grande passione. “Lo sport è sempre stato un mezzo per godermi la montagna”, racconta.

L’outdoor come scoperta

“Ho cominciato con il nuoto da piccolissimo perché avevo problemi di schiena ed era l’unica attività che potevo fare. Poi man mano ho aggiunto altri sport, come la corsa. Correvo spesso nei boschi casentini e volevo sapere di più su quegli alberi che avevo intorno – non solo che alberi fossero ma come funzionavano anche a livello biomolecolare”. In parallelo al percorso di atleta, la sua sete di conoscenza lo ha condotto alla professione di agronomo. Due mondi che, in Gregoretti, si fondono in modo simbiotico.

Ad esempio, è anche grazie alla sua conoscenza degli alberi che è stato in grado di compiere la prima traversata in autosufficienza della penisola artica della Kamchatka in Russia – in pieno inverno – insieme al compagno di molte avventure, il canadese Ray Zahab. Invece di portarsi 40 chili di gasolio per cucinare e scaldarsi, è stato sufficiente trasportare una leggera stufa a legna e affidarsi alle risorse del territorio per avanzare oltre 500 chilometri in temperature fino a 40 gradi sottozero. “L’osservazione degli alberi guidava la scelta di dove mettere il campo”, spiega Gregoretti.

“Per questo mi alleno, per essere al massimo delle condizioni nell’affrontare questo tipo di situazioni”, aggiunge. “Ci vogliono circa dodici mesi di preparazione per una spedizione. Posso anche arrivare a correre fino a 250 chilometri in una settimana. Ma l’allenamento che faccio è sempre mirato, dipende dal mio obiettivo, e comunque è sempre stato un mezzo e non un fine, eccetto quando mi sono dedicato al massimo al triathlon”.

Gregoretti, infatti, è stato anche un triatleta prima e un trail runner poi impegnato in gare come l’Iron Man – che prevede 3,8 chilometri di nuoto, 180 di bici e 42 di corsa – e raggiungendo traguardi importanti come il primo posto nella Yukon Artic Ultra, 160 chilometri nel gelo invernale del nord del Canada, nel 2013 e un altro oro nella Gobi March, 250 chilometri nel deserto del Gobi in Cina, lo stesso anno. Durante una delle tante gare nel deserto ha incontrato Zahab, con cui Gregoretti ha fondato l’associazione impossible2Possible che utilizza l’avventura come mezzo per educare e ispirare i giovani, portandoli a vivere esperienze che li incoraggiano ad andare oltre i propri limiti percepiti.

In seguito all’incontro con l’amico canadese e con il mondo delle spedizioni, il rapporto con l’agonismo è cambiato. “Non c’era più la fame di gara, girare così in tondo guardando l’orologio non mi piaceva più”, spiega Gregoretti. La voglia, da lì in poi, è stata sempre e solo di avventura.

I suoi Original