Da simbolo del passato a icona del futuro: la nuova vita del Gazometro di Roma

Da simbolo del passato a icona del futuro: la nuova vita del Gazometro di Roma

Il Gazometro, emblema dell’archeologia industriale della Capitale, è al centro dei progetti di rigenerazione urbana che stanno interessando il quartiere Ostiense.

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Dal 1937 svetta sullo skyline della città eterna, tra monumenti più antichi e decisamente più famosi. Eppure, il Gazometro si è ritagliato uno spazio di rilievo non solo all’interno del quartiere nel quale sorge – l’Ostiense – ma nell’intera città di Roma. Questa grande struttura metallica di forma cilindrica è ora al centro di una serie di progetti di rigenerazione urbana che stanno ridisegnando il volto del quartiere più vivace della capitale. Da tipico esempio di archeologia post-industriale, simbolo di un passato che ormai non c’è più, questo luogo si candida a diventare un’icona del futuro culturale e artistico della città.

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Foto d’epoca ritraente l’ingresso del mattatoio © Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo / Getty Images


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Il Gazometro e l’Ostiense: l’archeologia industriale di Roma

È praticamente impossibile scindere la storia del Gazometro da quella del quartiere Ostiense, perché sono entrambi legati a doppio filo al passato industriale e alla trasformazione urbanistica di Roma. Il nome del quartiere deriva dall’antica via Ostiense, che collegava la città al porto di Ostia. Proprio la presenza del fiume Tevere, del porto fluviale e del Ponte dell’industria (inaugurato nel 1863 e noto come Ponte di ferro), insieme allo scalo Ostiense, all’epoca principale scalo ferroviario della città, ne favorirono, alla fine dell’Ottocento, la trasformazione da zona agricola ad area industriale. Questo luogo, da sempre dedito agli scambi commerciali, fu scelto come sito ideale per l’approvvigionamento di materie prime e lo smistamento delle merci. Di pari passo, iniziò la costruzione delle principali infrastrutture che ancora oggi caratterizzano questo territorio: il Mattatoio nel quartiere limitrofo di Testaccio (1888-1891), la centrale elettrica Montemartini (1912) e i Mercati generali (1913).

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I mercati generali nel quartiere ostiense © Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images 

Questo sviluppo proseguì con la costruzione del grande Gazometro, il gigante di ferro alto quasi novanta metri, dal diametro di 63 metri. Edificato nel 1935 dall’Ansaldo di Genova e dalla Klonne Dortmund con tremila tonnellate di ferro, entrò in funzione due anni dopo con una portata di 200mila metri cubi di gas, diventando il più grande d’Europa per l’epoca. Questa enorme struttura – messi in fila, gli oltre 1.500 pali infissi raggiungerebbero una lunghezza complessiva di 36 chilometri – serviva a immagazzinare il gas prodotto dallo stabilimento adiacente per poi servire l’illuminazione pubblica e, in un secondo tempo, anche le abitazioni.

Accanto alla struttura principale vennero sorgevano altri tre gazometri più piccoli, edificati tra il 1910 e il 1912 e ognuno con una sua destinazione: uno fu convertito in un impianto per la riduzione della pressione del gas, un altro divenne un edificio tecnico che ospitava una centrale termica e spazi di stoccaggio, mentre il terzo fu trasformato in un parcheggio multipiano. 

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Il Gazometro e il ponte di ferro © Fabiano Di Paolo / Getty Images

Tutto cambiò nei primi anni Sessanta, con la diffusione del metano e alcuni profondi mutamenti legati al boom economico che portarono alla dismissione di molte delle grandi industrie dell’Ostiense, compreso il Gazometro. Il gigante di ferro concluse così la prima fase della sua vita. Ma la seconda fase era solo all’inizio: ciò grazie alla scelta di rimuovere la parte interna che conteneva il gas, mantenendo però intatta la maestosa struttura metallica esterna. E così alla città di Roma fu regalato un “terzo Colosseo”: dopo l’Anfiteatro Flavio dell’80 d.C. e il Palazzo della civiltà italiana di epoca fascista (noto come “Colosseo quadrato”), anche il “Colosseo di ferro” divenne un elemento distintivo dello skyline romano.


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Come la rigenerazione urbana può cambiare il volto di un quartiere

Più che un semplice esempio di archeologia industriale, il Gazometro è una struttura che fa da ponte tra il passato e il futuro del quartiere. Preservarne la struttura ha consentito, da un lato, di mantenere intatto un emblema dei trascorsi industriali dell’Ostiense e, dall’altro lato, di ispirare e orientare proprio intorno ad esso i progetti di riqualificazione della zona. Progetti che negli ultimi anni sono incanalati in maniera sempre più decisa nel solco della rigenerazione urbana.

A una prima impressione, spiega il direttore generale dell’Università Roma Tre, Alberto Attanasio, “rigenerazione urbana e riqualificazione urbana possono sembrare termini equivalenti, ma in realtà nascondono differenze profonde e sostanziali. La riqualificazione urbana si concentra su interventi mirati a migliorare l’aspetto estetico e la funzionalità di una specifica area cittadina, puntando su elementi quali il restauro di edifici, la ristrutturazione di strade e piazze, e la creazione di spazi verdi. Questi interventi, per quanto preziosi, agiscono prevalentemente sulla superficie, senza alterare la vocazione originaria del territorio”.

La rigenerazione urbana mira a ripensare profondamente il tessuto urbano, reintroducendo funzioni coordinate e compatibili che possano restituire nuova vita e significato a un’area cittadina che ha perso il suo ruolo originario.

Alberto Attanasio

“Questo processo, spesso più lungo e complesso, richiede una visione strategica e integrata, capace di coinvolgere la comunità locale e di creare un nuovo equilibrio tra esigenze economiche, sociali e ambientali”, prosegue Attanasio.

In sostanza la rigenerazione urbana è un concetto che, oltre alla riqualificazione fisica di un luogo, riguarda anche aspetti sociali, culturali, economici e ambientali. Non ci si limita ad evitare la demolizione di una struttura per costruirne una da zero: si cerca di andare oltre, coinvolgendo in maniera diretta le persone che abitano quel territorio per promuovere un nuovo modello di città inclusiva e sostenibile, in linea con l’obiettivo 11 dell’Agenda 2030 dell’Onu. Nell’ottica delle Nazioni unite, nei prossimi anni bisognerà “potenziare un’urbanizzazione inclusiva e sostenibile e la capacità di pianificare e gestire in tutti i paesi un insediamento umano che sia partecipativo, integrato e sostenibile”.

Tornando al quartiere Ostiense, l’archeologia industriale che lo caratterizza è sostanzialmente unica nel panorama della città. Questo perché, racconta Attanasio, “nella pianificazione urbana della Roma dei primi del Novecento si decise che nella parte sud della città, anche per la possibilità di utilizzare il Tevere come mezzo di trasporto, dovesse nascere la Roma industriale e dei grandi servizi cittadini. Sull’asse dell’Ostiense nacquero insediamenti importanti che cominciarono ad essere dismessi negli anni Ottanta. Nei primi anni Novanta questo settore urbano era un insieme di edifici industriali dismessi, alcuni risalenti ai primi del Novecento. E quindi in questo settore urbano troviamo la più alta concentrazione di archeologia industriale della città”.

Nella trasformazione recente del quartiere, l’Università Roma Tre si è ritagliata un ruolo assolutamente centrale: “Grazie a un processo di rigenerazione urbana che ha avuto inizio trent’anni fa, l’ateneo ha rinnovato profondamente il territorio, recuperando edifici dismessi e convertendoli in centri di sapere e innovazione. Oggi, le strade che un tempo ospitavano fabbriche e depositi industriali sono diventate vivaci poli culturali e creativi, attirando studenti, professionisti e visitatori da tutto il mondo”.

La presenza di Roma Tre ha generato inoltre “un effetto domino, stimolando l’insediamento di nuove realtà legate alla formazione e alla creatività. Questo modello di rigenerazione urbana, che intreccia memoria storica e avanguardia, ha trasformato Ostiense in un esempio virtuoso di crescita sostenibile, facendo del quartiere uno dei punti di riferimento per il futuro di Roma”.


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Così l’Ostiense si sta trasformando in un distretto creativo, culturale e innovativo

Non è un caso, dunque, che proprio all’Ostiense sia partito da diversi anni un percorso all’insegna della rigenerazione urbana fondato su opere di street art, sul recupero di spazi inutilizzati e sulla valorizzazione di siti di archeologia industriale sostanzialmente unici nel panorama cittadino. L’ex quartiere operaio a due passi dalle mura aureliane si è trasformato in un distretto creativo che fa della cultura e dell’innovazione le sue principali leve di sviluppo. Ciò grazie anche alle molteplici realtà presenti sul territorio, come l’Università Roma Tre, la Nuova Accademia di Belle Arti e ROAD, Rome Advanced District, poli museali come la Centrale Montemartini e il Macro, fino a multinazionali come, Eni, Acea, Cdp, Brightstar (ex Igt), Wpp e Eataly.

Negli ultimi anni l’Ostiense è diventato un laboratorio urbano a cielo aperto, in cui la rigenerazione non riguarda solo lo spazio fisico, ma anche quello relazionale.

Federico D’Orazio, creative director di Industrie Fluviali, oggi co-founder di Polimera

“Il quartiere sta vivendo una trasformazione che non si limita a interventi urbanistici o a cambiamenti del tessuto produttivo: si tratta piuttosto di una riscrittura collettiva della sua identità, e in questo senso il nostro è un tentativo di imbrigliare questa forza mutazionale incanalandola in un passaggio forzato attraverso la cura, l’arte e la partecipazione civica”, racconta D’Orazio.

In questo contesto, il Gazometro ha assunto un ruolo cruciale. Si tratta, aggiunge D’Orazio, “di un landmark potentissimo, un simbolo di archeologia industriale ma anche di un potenziale futuro sostenibile e creativo. Non è solo un elemento paesaggistico, ma una soglia tra memoria e possibilità. Il suo coinvolgimento nei progetti di rigenerazione, reali o immaginati, rappresenta una sorta di catalizzatore emotivo e visivo, capace di attivare nuove narrazioni urbane”.

In pochi anni, l’Ostiense è riuscito quindi a trasformarsi da ex area industriale a punto di riferimento per l’arte urbana nella città di Roma. La scelta di riqualificare alcune aree attraverso grandi murales ha trasformato la zona in una sorta di grande galleria a cielo aperto: un’esplosione di forme e colori in continua evoluzione che, ormai, costituisce il tratto distintivo del quartiere al pari delle infrastrutture industriali che ne segnarono la nascita. Realizzato nel 2011, “Il Nuotatore” di Agostino Iacurci rappresenta un uomo che si muove in acqua tra pesci colorati sul palazzo di Pescheria Ostiense; una facciata dello stesso palazzo ospita anche “Nessuno” di Axel Void, un omaggio alla fondatrice della Ferramenta Cantini, dove vennero stipati i materiali con i quali fu costruito il quartiere. 

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Il Murales Blu in Via del Porto Fluviale © only_fabrizio / iStock

All’incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce si trova l’ex caserma dell’Aeronautica Militare, nota per l’opera dell’artista Blu che per anni ne ha decorato la facciata con un arcobaleno di volti colorati, richiamando l’attenzione sui temi dell’accoglienza, dell’integrazione e delle occupazioni abitative. Oggi il complesso è oggetto di una profonda ristrutturazione: la facciata è stata riportata al colore originario e il progetto prevede nuove abitazioni per le famiglie che già vi risiedono e per altre in difficoltà, oltre a spazi destinati a esercizi commerciali e attività di quartiere, valorizzando quelle già presenti. Dal 2003 la struttura ha ospitato 54 nuclei familiari provenienti da 13 nazionalità diverse, diventando un punto di riferimento per l’esperienza di cohousing più significativa della Capitale.

Ora, grazie a un finanziamento di circa 11 milioni di euro legato al Pnrr, questo luogo sta subendo una profonda trasformazione che vedrà nascere nel 2026 54 alloggi popolari, una grande piazza di quartiere, botteghe artistiche, un mercato a km zero e uno sportello antiviolenza. “Questi investimenti – spiega Amedeo Ciaccheri, presidente del Municipio VIII – serviranno a trasformare e a riqualificare la struttura e aprire servizi pubblici per il quartiere, aprendo le porte per una nuova piazza per Ostiense”. La positiva esperienza di cohousing sarà salvaguardata al termine dei lavori di riqualificazione, con decine di nuclei familiari che “avranno diritto a una casa popolare nel centro della città e non in periferia, in un luogo che da un lato consentirà l’assegnazione degli alloggi alle famiglie legittimamente assegnatarie e, dall’altro lato, offrirà al quartiere nuovi spazi di socialità”. 

Proprio di fronte all’ex caserma è possibile ammirare “Hunting Pollution” di Iena Cruz (2018) è il più grande murales ecologico di Roma, dipinto con una speciale pittura Airlite in grado di assorbire lo smog: rappresenta un airone tricolore in lotta per la sua sopravvivenza in quanto specie in via di estinzione, ma in grado al contempo di scacciare l’inquinamento da un incrocio stradale particolarmente trafficato. Lungo via dei Magazzini Generali si estende invece la “Wall of Fame” di JB Rock, un’opera lunga sessanta metri in cui, su uno sfondo rosso, si susseguono personaggi famosi che hanno segnato la vita dell’artista, da Dante a Elvis, fino a Zorro.

Il quartiere del futuro

Il murales di Geometric Bang in via del Porto Fluviale

L’impressione è che l’innovazione culturale, sociale e tecnologica disegneranno in maniera sempre più decisa il quartiere del prossimo futuro. Ma l’innovazione, tiene a specificare Federico D’Orazio, “non è soltanto una questione di dispositivi o tecnologie: è una questione culturale e sociale. L’idea di quartiere del futuro non può prescindere da tre elementi: l’accessibilità, la cooperazione tra mondi diversi e la capacità di generare benessere condiviso”. In questo senso, l’esperienza di Industrie Fluviali ha segnato un passaggio importante. Ha saputo trasformare un ex lavatoio industriale in un ecosistema vivo, in cui coworking, arte, formazione, rigenerazione urbana e innovazione sociale convivono sotto lo stesso tetto. Ma, più che gli spazi, sono stati i processi — partecipati, orizzontali, generativi — a fare la differenza.

“Questa stessa logica – spiega D’Orazio – è oggi portata avanti anche da realtà come la nostra Polimera, che raccolgono quell’eredità e la rilanciano nel territorio, cercando di ibridare saperi, attivare comunità e creare modelli replicabili di trasformazione urbana. Se vogliamo immaginare un Ostiense più prospero, creativo e sostenibile, dobbiamo continuare a scommettere su questo tipo di innovazione: non solo quella che cambia gli strumenti, ma soprattutto quella che cambia le relazioni e il modo in cui abitiamo la città”.

La collaborazione tra il pubblico e il privato e la combinazione tra i fondi del Pnrr e quelli per il Giubileo hanno dato il via a interventi importanti e tante altre iniziative stanno prendendo forma grazie alle aziende, alle associazioni e ai cittadini che vivono quotidianamente il quartiere. “Il Municipio – evidenzia il presidente Ciaccheri – sta supportando questo processo mettendo in connessione programmi di sviluppo pubblico importanti e onerosi, alcuni dei quali legati al Pnrr e al Giubileo, con le iniziative private. L’idea è quella di incastonare il tutto in un disegno condiviso di interventi che contribuisca alla crescita di tutto il territorio, con grande attenzione alla dimensione artistica”.

Quella che caratterizza l’Ostiense è un’arte da ammirare, arte in grado di dare un nuovo volto a un luogo. Ma anche arte da calpestare, da toccare, da vivere mentre si attraversa. È il caso di “Upside Down”, l’opera realizzata nel 2024 da Giulio Vesprini sul Ponte della Scienza: il vecchio manto grigio che attraversava il Tevere è stato trasformato in una “tela” di mille metri quadrati sulla quale i colori della natura nelle quattro stagioni si fondono con quelli del fiume sottostante.

Ponte della scienza, opera di Vesprini (foto Industrie Fluviali)


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Road, il distretto dell’innovazione sostenibile della Capitale

Nel quartiere Ostiense, una delle aree di Roma che negli ultimi anni ha vissuto una profonda trasformazione urbana, oggi prende forma uno dei progetti più significativi legati all’innovazione tecnologica e alla transizione energetica.

Il 17 maggio 2023 nasce RoadRome advanced district, il distretto dell’innovazione sostenibile della Capitale. Si tratta di uno spazio dedicato all’innovazione che nasce con l’obiettivo di favorire la collaborazione tra pubblico e privato, accelerando lo sviluppo delle nuove filiere energetiche. Road riunisce alcune tra le principali realtà industriali e tecnologiche del Paese – Eni, Acea, Autostrade per l’Italia, Bridgestone, Cisco, eFM, Gruppo Fs e Kt – Kinetics technology – e si propone come un luogo di sperimentazione, confronto e crescita. In questo senso, il progetto svolge anche un ruolo di tech advocacy, promuove il dialogo tra imprese e istituzioni, contribuendo a diffondere una cultura dell’innovazione legata alla transizione energetica e allo sviluppo sostenibile.

La nascita di Road è il risultato di un percorso iniziato anni prima proprio nell’area del Gazometro, uno dei luoghi simbolo della trasformazione urbana di Roma. All’interno dell’ex perimetro industriale, progressivamente recuperato, sono nati nuovi spazi dedicati a formazione, sperimentazione e imprenditorialità: dalla creazione di Joule – la scuola di Eni per l’impresa – fino all’Acceleratore Cleantech Zero, che hanno contribuito a rendere quest’area un punto di riferimento per le nuove imprese legate all’innovazione. Anche dal punto di vista urbano, questo processo racconta un cambiamento profondo. Il Ponte della Scienza – successivamente intitolato a Rita Levi Montalcini – collega il Teatro India con l’area del Gazometro e rappresenta simbolicamente il passaggio da un’ex zona industriale a uno spazio aperto alla città, alla ricerca e alle nuove tecnologie.

Oggi Road si inserisce in questo percorso non solo come distretto dell’innovazione sostenibile, ma come una piattaforma capace di mettere in relazione competenze diverse, sostenere la nascita di nuove progettualità e rafforzare il dialogo tra industria, ricerca e università. In questa prospettiva, il progetto guarda sempre più a una dimensione internazionale volta a sviluppare collaborazioni con ecosistemi dell’innovazione nazionali e internazionali, attrarre nuove imprese e favorire lo scambio di competenze e tecnologie. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di un modello di distretto aperto, connesso e capace di generare valore per la città e per l’intero Paese.

Videocittà al Gazometro © Eni

Mattia Voltaggio, program manager officer di Road, spiega che l’obiettivo principale del Distretto dell’innovazione sostenibile è quello di “supportare la competitività del sistema paese, competitività che si sviluppa in primo luogo in termini di business sulle nuove energie non emissive, guardando al contempo all’impatto sociale generato”.

“Solo in questo modo è possibile perseguire un’innovazione che è per tutti, mettendo insieme le necessità del mercato e quindi favorendo l’occupazione e, al contempo, contribuire ai processi di decarbonizzazione generando un impatto sociale positivo”.

Mattia Voltaggio

Molto importante, in questa chiave, è il fatto che il distretto sia “un luogo fisico che opera sul territorio, per poter più agevolmente attrarre a sé tutte le principali realtà presenti all’Ostiense, dall’Università alle startup, fino alle piccole e medie imprese e ai centri di ricerca”.

L’area del Gazometro ospita anche l’Acceleratore cleantech zero, attraverso il quale “vengono promosse tecnologie sostenibili per supportare le aziende nel percorso di decarbonizzazione. Si tratta di un contributo di duplice natura: oltre a portare avanti prodotti e servizi innovativi che possano essere sviluppati dalle aziende coinvolte nel programma, l’idea è quella di favorire l’adozione di queste innovazioni lungo tutta la filiera, per coinvolgere anche i fornitori tradizionali in un percorso di trasformazione. L’obiettivo è generare un impatto positivo non solo tra i clienti beneficiari ma anche sulle filiere”.

L’ex perimetro industriale del Gazometro si sta gradualmente trasformando in uno spazio dedicato a laboratori, progetti e start up. Un polo tecnologico dove studiare, sperimentare e realizzare proposte tecnologiche applicate all’energia sostenibile. Le aree di attività sono molteplici: si spazia dalla mobilità sostenibile alla guida autonoma, dalle smart cities all’upskilling e al reskilling, fino alla promozione della salute e della sicurezza. In questo modo nell’area del Gazometro, che fu un motore di modernità ai tempi della sua fondazione, oggi nascono progetti di innovazione tecnologica che contribuiscono agli obiettivi sostenibili dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

“Il primo passo – racconta Voltaggio – fu la riqualificazione dell’area dal punto di vista architettonico, con bonifiche e risanamenti che preservassero gli elementi di archeologia industriale del luogo. Il secondo passo, con la nascita di Road, è stato lo sviluppo di un grande polo tecnologico di innovazione che facesse da luogo di scambio e collaborazione tra aziende per lo sviluppo di tecnologie di decarbonizzazione. Al contempo, l’idea è stata quella di aprire il Gazometro in  dialogo con l’area che lo ospita, un quartiere dalla storica vocazione industriale che ora ha anche una forte connotazione culturale: in questo senso vanno le collaborazioni con Videocittà, con il Fai, con il Maxxi e con la Nuova accademia delle belle arti. Per il prossimo futuro si punterà a una sempre maggiore apertura del Gazometro a questo tipo di utilizzo, anche in considerazione del fatto che i mondi della scienza e della tecnologia da un lato, e quelli della cultura e della creatività dall’altro, andranno sempre di più a fondersi tra di loro”.

Arte al Gazometro © Road


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Il nuovo murales realizzato da Giulio Vesprini

Non a caso sempre nell’area del Gazometro, e a pochi passi dal Ponte della scienza, Giulio Vesprini ha appena realizzato un nuovo murales: un’opera che si sviluppa su una superficie lunga ben 40 metri, proprio ai piedi dell’ex complesso industriale. Il lavoro si inserisce nella nuova serie che l’artista sta portando avanti negli ultimi anni, chiamata “Urban postcard”. La superficie spiega l’artista, “è stata frammentata con forme e colori che si intensificano fino a diventare elementi di botanica. Per la scelta dei colori è stato portato avanti un lavoro di ricerca per renderli il più possibile simili a quelli dell’ambiente circostante”.

Arte, architettura e botanica si intrecciano in un’opera i cui intervalli assomigliano a una lunga serie di cartoline. Chi passa da queste parti può notare questo continuo cambio di ritmo narrativo sul murales, insieme a tre scritte: Road ROME, la lettera G (firma dell’artista) e il numero seriale 93. “Nelle mie opere, che sono astratte – sottolinea Vesprini – non voglio influenzare la comprensione del pubblico attraverso un titolo ma preferisco lasciare libera l’interpretazione”.

Il nuovo murales di Giulio Vesprini © LifeGate

Il nuovo murales è pensato per “dialogare” con il precedente intervento di Vesprini sul Ponte della Scienza e, al contempo, con il Gazometro che si staglia alle sue spalle. Con il primo, spiega, “anche se parliamo di una superficie pavimentale rispetto a una verticale, dialoga nella misura in cui si ripete il concetto di natura che entra ed esce dallo spazio”. Gli elementi di botanica, soprattutto nella nuova opera, “mi hanno aiutato a rendere l’effetto visivo di un muro che in qualche modo si rompe per fare spazio al paesaggio”. Un messaggio legato anche al quartiere Ostiense in generale, e alle attività che si svolgono all’interno del Gazometro grazie all’intervento di Road: “Gli elementi grafici e colorati servono ad aumentare la percezione di un quartiere vitale e dinamico, nonché dell’arte che in qualche modo esce dal Gazometro, un luogo che in questi anni è diventato un contenitore di arte”.

La street art può insomma contribuire in maniera importante ai progetti di rigenerazione urbana. Ma Vesprini tiene a sottolineare che “il contributo visivo di un’opera, sia pur importante a livello emotivo, è solo la punta dell’iceberg, se vogliamo è il passo più facile. Poi c’è il tema, ben più complesso, di come questi interventi devono essere messi a sistema: la street art deve essere uno strumento di rigenerazione urbana nell’ambito di un disegno più ampio, altrimenti è concreto il rischio di realizzare delle cattedrali nel deserto fini a sé stesse”.


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Quale futuro per l’area del Gazometro e dell’Ostiense

Ciò che sta avvenendo nell’area del Gazometro e, più in generale, nel quartiere Ostiense, va proprio nella direzione auspicata da Vesprini: quella di un disegno organico di rigenerazione urbana che sta coinvolgendo tutte le principali realtà che operano nel territorio.

“Il Gazometro – evidenza Davide Usai, Direttore generale del Fondo per l’ambiente italiano – è un luogo iconico per il quartiere Ostiense e per l’intera città di Roma perché rappresenta una particolare fase di sviluppo industriale della città, un periodo di grande prosperità favorito dal sindaco dell’epoca Ernesto Nathan”. Inglese di nascita, Nathan aveva una visione molto precisa e determinata tesa a sviluppare una città moderna e al passo con i tempi: “In realtà la funzione industriale del Gazometro è rimasta circoscritta a pochi anni e, da lì in poi, questo sito è stato visto dai romani quasi come un luogo segreto e inaccessibile, il che ha aumentato il livello di curiosità sul passato e soprattutto sul futuro dell’area”.  

Anche il Fai sta contribuendo in maniera concreta alla riscoperta di questo luogo, sulla scorta di una partnership con Eni avviata diversi anni fa alle Saline Conti Vecchi di Cagliari, un’immensa area naturalistica e un sito di archeologia industriale all’interno di un impianto tuttora produttivo. “Dopo questa positiva esperienza in Sardegna – racconta Usai – siamo stati coinvolti per organizzare alcune aperture straordinarie del Gazometro attraverso le quali, affiancati da guide professionali, i visitatori hanno potuto scoprire un luogo che ha destato da sempre grande curiosità. Partito nel 2024 e implementato nel corso di quest’anno, il progetto ha avuto un’ottima risposta da parte del pubblico: è come se ai romani fosse stato restituito un pezzo della propria città, il che dimostra che il Gazometro è un luogo che merita di essere fruito in misura ancora maggiore”.

Più in generale, Usai è convinto che grazie ai progetti di rigenerazione che stanno interessando il quadrante dell’Ostiense “ci sono tutte le premesse per trasformare aree industriali in luoghi di scambio sociale e culturale,  in cui i cittadini possono essere direttamente coinvolti”.

Reinventing Ostiense, il progetto elaborato dagli studenti Naba nell’ambito del corso Scenari Futuri del triennio in Graphic Design e Art Direction © Naba

Nel 2020 il prestigioso quotidiano inglese The Guardian posizionò l’Ostiense all’ottavo posto della classifica dei dieci quartieri più cool d’Europa, identificandolo come luogo di eccellenza della Capitale sul fronte dell’innovazione e della creatività.

“L’innovazione – spiega Antonella Salvatore, direttrice della sede romana della Nuova accademia delle belle arti (Naba) – non può esistere senza il pensiero creativo: si parla frequentemente di innovazione solo con riferimento alle nuove tecnologie, ma è molto di questo. L’approccio che seguiamo all’interno dell’Accademia è innovativo nell’andare a formare i nuovi talenti della creatività. Le nostre aree studi spaziano dalle arti visive ai nuovi media, dal design al cinema, alla moda, alla grafica e al fumetto”.

Qualunque processo innovativo come quello che sta riguardando l’Ostiense, evidenzia Salvatore, “necessita di un processo creativo alla sua base, creatività che ha molteplici possibili forme di espressione. La nostra, nello specifico, è quella artistico/progettuale e diversi nostri studenti (e docenti) sono stati coinvolti nella realizzazione di attività che hanno caratterizzato il quartiere negli ultimi anni. Con il progetto NABAxROAD, ad esempio, i nostri giovani designer si sono misurati con l’ideazione di arredi e installazioni mobili per valorizzare le potenzialità dell’area del Gazometro. Abbiamo messo la nostra creatività a disposizione della comunità che vive il quartiere Ostiense”.

Immagine di @SuperNaturale rappresentativa della futura Riva Ostiense. Il progetto di rigenerazione urbana potrebbe consegnare al quartiere una nuova, grande area dedicata alla socialità e allo sport e alla mitigazione del cambiamento climatico attraverso il depaving.

Un quartiere in continuo movimento e in grande fermento. Ad esempio, è appena inaugurato Dots – Connecting Ostiense, un progetto di riqualificazione del percorso tra piazzale Ostiense e via del Porto Fluviale. L’intervento si è concentrato lungo il percorso che collega la Piramide e via del Porto Fluviale, passando per viale del Campo Boario e piazza Bottego. Attraverso l’arte urbana e la valorizzazione dei principali punti d’interesse, il progetto punta a stimolare l’esplorazione del quartiere collegando i luoghi suoi nevralgici.

A pochi passi dagli interventi realizzati da Dots, un prossimo, importante step potrebbe riguardare la Riva Ostiense, un’area priva di edilizia residenziale stretta fra il Ponte di Ferro, il Gazometro, l’ex-Italgas e il fiume Tevere. Attualmente poco valorizzata, potrebbe presto subire una radicale trasformazione grazie a un progetto che prevede la realizzazione di un parco urbano di duemila metri quadri con spazi per il gioco, lo sport, il benessere e opere di street-art. Una nuova area che potrebbe servire e in qualche modo unire l’Ostiense con il quartiere Marconi, grazie al Ponte della scienza e al Ponte di ferro.

In definitiva, sono davvero numerose le iniziative che hanno modificato il volto del quartiere Ostiense all’insegna della rigenerazione urbana e che continueranno a farlo nel prossimo futuro. Iniziative che sono finalmente incardinate in un disegno olistico in grado di coinvolgere le principali realtà del territorio insieme ai cittadini che vivono quotidianamente il quartiere.

Contenuto realizzato in collaborazione con ROAD – Rome Advanced District