Una storia di persone, animali e natura. Nel cuore di un Parco centenario

Una storia di persone, animali e natura. Nel cuore di un Parco centenario

In occasione dei suoi primi 100 anni, abbiamo fatto un viaggio nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, alla scoperta dei suoi 24 paesi, dei volti, dei territori che raccontano di conservazione e convivenza.

Il Parco è casa. È una delle frasi – e delle sensazioni – che più abbiamo sentito all’interno del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm) e che racchiude l’essenza e il senso più profondo del luogo in cui ci troviamo. Siamo in uno dei parchi nazionali più “anziani” d’Italia, fondato nel 1922, che sta per compiere un secolo di storia. Vogliamo portarvi alla sua scoperta.

Il Parco è casa per gli animali, per le piante, con specie uniche al mondo, ma anche per le persone. È questa una delle sue caratteristiche: l’essere umano non è fuori dai suoi confini, come succede con i famosi Parchi nazionali americani, ma è parte integrante di questa storia in continua evoluzione.

Una storia centenaria che parla di natura, di conservazione, di popoli e tradizioni. Cento anni in cui animali, persone e natura si sono fusi e modellati a vicenda, dando vita a un luogo unico in cui la convivenza tra tutti questi elementi è armoniosa e pacifica.

I due cuori pulsanti del Parco: la natura e le persone

Lo testimoniano le persone che abbiamo incontrato nel nostro viaggio all’interno di tutto il Parco, che ci ha permesso di conoscere questo territorio attraverso le storie di chi dedica la propria vita e la propria professione alla sua protezione.

Abbiamo incontrato i guardiaparco, che ci hanno accompagnato in ogni nostro spostamento e ci hanno raccontato i segreti della natura e dei suoi abitanti. Abbiamo ascoltato biologhe che ci hanno spiegato il valore del monitoraggio e del lavoro scientifico sul campo e fatto capire l’importanza dei programmi di conservazione. Abbiamo conosciuto gli abitanti che sono cresciuti ascoltando gli ululati del lupo o guardando i cervi passare sotto la finestra, che ci hanno fatto sognare la vita nel Parco. Siamo stati ospiti da pastori e artigiani che ci hanno svelato mestieri antichi, da allevatori e agricoltori che ci hanno fatto assaporare la tradizione. Tutte persone profondamente innamorate del proprio territorio e che condividono lo stesso obiettivo: mantenere e assicurare un futuro a questa “casa”.  

Entrando nel Parco si è avvolti dalla natura selvaggia – alberi, montagne, colline, rocce –, ma allo stesso tempo si è accolti dal calore degli abitanti dei paesi che si susseguono nelle valli. È così che ci troviamo davanti ai due cuori pulsanti del Parco: la natura e l’uomo.

Abbiamo esplorato quest’area che nel corso degli anni ha ampliato i suoi confini e comprende oggi tre regioni, come racconta il suo nome dal 2001: Abruzzo, Lazio e Molise. È un territorio che si estende per 50.500 ettari (505 chilometri quadrati), con un’area contigua – ovvero una zona cuscinetto essenziale e di continuità naturale con il Parco – di 77.500 ettari (775 chilometri quadrati). Ospita e protegge centinaia di specie antichissime, specie endemiche, alcune a rischio estinzione altre che prosperano: ad oggi conta 67 specie di mammiferi, 230 di uccelli, 14 di rettili, 12 di anfibi, 15 di pesci e 4.764 di insetti, e più di duemila specie vegetali. Al suo interno, ospita 24 comuni.

 

La storia del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ha inizio i primi del Novecento, momento in cui si cominciava a parlare della creazione di un’area protetta, la prima in Italia, su iniziativa privata, “data l’apatia dei governi a riguardo della istituzione di Parchi nazionali”. Al lavoro si mise la federazione Pro Montibus et sylvis – una delle prime associazioni a occuparsi di conservazione nel nostro paese – affiancata dal sapere scientifico di botanici e zoologi, nonché da Erminio Sipari, ambientalista e politico italiano, uno dei fondatori e primo presidente del Parco.

 

 

L’obiettivo era quello di proteggere la natura e le specie che rischiavano l’estinzione, ma anche quello di far conoscere questo angolo di centro Italia e farne un’area da “vivere”. Fu così che il 25 novembre 1921 su iniziativa privata fu istituito il nucleo iniziale del Parco nazionale d’Abruzzo, inaugurato il 9 settembre 1922. Il decreto regio dell’11 gennaio 1923 (il decreto legge numero 257) ne sancì poi ufficialmente l’istituzione da parte dello Stato.

Nella parte orientale e meridionale del meraviglioso altopiano abruzzese trovasi un’oasi, una grande, bellissima, meravigliosa oasi verde, sconosciuta alla maggioranza degli italiani che vanno in cerca di bellezze naturali del loro Paese.

1921. Romualdo Pirotta, professore e botanico

1. Fare conservazione: il rapporto tra uomo e biodiversità animale

Questo territorio ha una tradizione agrosilvopastorale molto forte e radicata. L’Appennino centrale è stato infatti per secoli occupato, modellato e mantenuto dall’uomo. Se da un lato le impervie rocce erano lasciate alla natura selvaggia e ai suoi animali, vaste aree montane e i territori più bassi venivano usati come pascoli, per la transumanza (le migrazioni stagionali del bestiame verso pascoli di alta o bassa quota), e come campi agricoli, di generazione in generazione. La copresenza di uomini e animali esiste quindi da sempre, ma questo ha portato con sé anche i conflitti.

La predazione del bestiame da parte dei grandi mammiferi come lupi e orsi portava alla caccia di questi da parte di agricoltori e pastori: l’animale selvatico era visto come un antagonista, un problema, un pericolo per le attività da cui dipendeva la vita delle popolazioni locali. Tanto da aver portato alcune specie di questi luoghi quasi all’estinzione, salvate dalle leggi di tutela e dall’istituzione del Parco.

Si pensa subito all’orso bruno marsicano, simbolo del Parco e specie che non esiste da nessun’altra parte al mondo, o al lupo, che “alla fine degli anni Settanta era considerato un animale nocivo, infatti ha rischiato l’estinzione”, ci ha raccontato Luciano Sammarone, direttore del Parco. Ma a questi si aggiunge il camoscio appenninico, quasi estinto a inizio secolo anche a causa della caccia indiscriminata, e primo animale in assoluto a cui era indirizzata la protezione del Parco. È proprio questa specie che dà il nome alla Camosciara, stupenda area che costituiva il nucleo originario del Parco, oggi riserva integrale.

Grazie agli sforzi di conservazione oggi si può ancora ascoltare l’ululato del lupo, seguire le orme dell’orso bruno marsicano, ammirare i camosci appenninici arrampicarsi sulle rocce, vedere i rapaci disegnare cerchi nel cielo e immergersi nei rumori che ogni angolo del Parco regala.

Sono risultati che sono stati raggiunti grazie anche a un profondo cambiamento delle persone, che – di pari passo con una graduale trasformazione dell’economia locale – da un lato hanno smesso di vedere gli animali come una minaccia, dall’altro hanno adottato comportamenti sempre più responsabili per garantire questa convivenza.

Una trasformazione guidata dal lavoro instancabile degli operatori del Parco, come i guardiaparco, gli scienziati, le guide, che svolgono un’attività di sensibilizzazione fondamentale, per trasmettere a chi abita e a chi frequenta il Parco l’approccio, le precauzioni da prendere e le regole da seguire in queste aree dove i centri abitati fanno parte della natura e viceversa. Gli animali girovagano, e capita che raggiungano quei comuni che sono di passaggio tra aree per loro significative o quando sono attratti da risorse di cui cibarsi, come gli alberi da frutto per gli orsi. Piccole accortezze possono quindi fare una grande differenza per prevenire i conflitti: come non lasciare la frutta sugli alberi e mettere le recinzioni elettrificate attorno ad orti e pollai.

È importante far capire alle persone che la sopravvivenza dell’orso dipende molto più dal loro comportamento che dalla sola esistenza del Parco.

Elisabetta Tosoni, biologa collaboratrice del Servizio scientifico Pnalm

Proprio mentre camminavamo verso il rifugio Pesco di Iorio, nel comune di Pescasseroli, il telefono dei guardiaparchi continuava a squillare: Amarena, una giovane femmina di orso bruno marsicano conosciuta per essere confidente (ovvero un orso che ha perso la naturale diffidenza nei confronti dell’uomo), si era avventurata in uno dei paesi appena al di fuori del Parco. Il loro lavoro in questo caso è quello di dissuadere l’animale, per cercare di non farlo tornare in futuro.

Quando invece siamo stati ospiti da agricoltori e pastori abbiamo subito notato la presenza di recinti particolari: sono le recinzioni elettrificate fornite dal Parco per prevenire le incursioni da parte degli animali selvatici. Nel caso in cui queste invece avvengono, è stato istituito (già nel 1969) un meccanismo di indennizzi per eventuali perdite di bestiame. Precauzioni ed azioni fondamentali per rendere la convivenza accettabile e possibile. E garantire un futuro alla specie.

Gradualmente, si è iniziato a vedere gli animali selvatici con altri occhi: non più come un problema, ma come una risorsa, come un bene prezioso da proteggere, anche grazie all’aumentare di un tipo di turismo lento e di osservazione. Così, l’uomo da minaccia per le specie si è trasformato in guardiano.

Proteggere la fauna non significa, però, lavorare solo sugli animali più carismatici, ma anche e soprattutto sulle altre specie, cosiddette minori – che sarebbe più corretto chiamare piccola fauna. Ognuna di queste è unica e contribuisce alla sopravvivenza dell’intero ecosistema. Un esempio eclatante? Gli impollinatori: dalle api e tutta la famiglia degli apoidei, ai bombi, le vespe, i coleotteri.

“La conservazione dell’orso, che è la specie simbolo di questo Parco, passa attraverso la funzione di eserciti di ‘piccoli Davide’, gli impollinatori, che fanno sì che l’80 per cento delle piante selvatiche si riproducano e quindi anche l’orso possa trovare cibo per la propria sopravvivenza. Lo stesso vale per noi: il 70 per cento delle specie agricole dipendono da loro. Senza gli impollinatori non ci sarebbe vita sulla Terra”, ha spiegato Maura Giallatini, educatrice ambientale che insieme a Sandra Cedrone portano avanti un progetto del Parco di educazione e sensibilizzazione su questo tema.

Il rispetto verso il legame essenziale tra queste specie ce lo hanno anche raccontato altri apicoltori che abbiamo incontrato, da Pasquale che da decenni alleva api sui monti del Parco e coltiva mele nella sua terra, fino a Luigi, che ci ha messi davanti alla realtà che ormai è quasi impossibile trovare sciami selvatici in natura, ma che con il suo amore per questi impollinatori ha naturalmente contribuito a creare un ecotipo di api autoctone: “Sono api abituate qui, sono toste”. Quasi scontato dire che tutti adottano un approccio naturale, biologico, all’apicoltura. Una pratica in armonia con l’ambiente.

“L’orso è un signore”

2. La conservazione della biodiversità vegetale: la mano dell’essere umano è amica

Allo stesso modo, non si può parlare di conservazione animale senza occuparsi di quella vegetale. La sopravvivenza delle specie passa anche e soprattutto dal loro habitat: un bosco, una radura, un prato, i fiori, tutti consentono agli animali di prosperare. Il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è riconosciuto per avere un patrimonio e una ricchezza di biodiversità vegetale enorme: è casa per oltre duemila specie di piante (escludendo muschi, licheni, funghi), molte delle quali endemiche.

All’interno del Parco notiamo subito la presenza costante delle faggete, i boschi di faggio che sono predominanti in tutta quest’area appenninica. Riempiono i pendii delle montagne colorandoli in modo diverso a seconda delle stagioni e servendo da habitat per decine di specie. “Queste faggete si caratterizzano anche per una componente faunistica fatta di pipistrelli, picchi, orsi, martore, gatti selvatici, gufi”, ci spiega Carmelo Gentile, responsabile dell’ufficio attività agrosilvopastorali del Parco. “È questo il valore aggiunto che altre faggete non hanno”.

Abbiamo scoperto che queste sono le faggete più vecchie d’Europa, di tutto l’emisfero settentrionale. Sono infatti faggete vetuste, ovvero foreste antiche caratterizzate da una grande naturalità: ospitano tutte le fasi di crescita, dalla piantina che nasce all’albero vecchio centinaia di anni, e dall’integrità del ciclo biologico, ovvero che la pianta nasce, cresce e muore senza l’intervento dell’uomo.

Vetusto non significa vecchio, vetusto significa vivo.

Carmelo Gentile, responsabile dell’Ufficio attività agrosilvopastorali Pnalm

Questo ha un valore unico, tanto che le faggete vetuste del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono state dichiarate Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco e quindi inserite nella Rete europea delle faggete vetuste (che unisce i boschi di faggio di 18 paesi). Carmelo Gentile ha seguito il processo di riconoscimento Unesco delle faggete del Parco: “Le faggete vetuste sono testimoni della riconquista del faggio lungo tutta l’Europa dopo l’ultima glaciazione. Prima dell’Euro, il faggio ha unito tutti i paesi d’Europa”.

Il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ospita 5 faggete vetuste, che coprono 937 ettari: la faggeta di Val Cervara (nel comune di Villavallelonga), la faggeta di Moricento (Lecce nei Marsi), le faggete di Coppo del Morto e Coppo del Principe (Pescasseroli e Scanno) e la faggeta di Cacciagrande e Valle Jancino (Opi e Civitella Alfedena).

“Il riconoscimento delle faggete vetuste ci dice anche che qui abbiamo una natura ricca e variegata. C’è una ricchezza floristica enorme”, ci racconta Cinzia Sulli, responsabile del Servizio scientifico del Parco. Abbiamo ascoltato le storie di due fiori in particolare.

Uno è un endemismo – una pianta esclusiva del territorio –, l’Iris marsica (Iris marsica), che è un po’ il simbolo del Parco a livello vegetale in quanto è l’unica a portarne il nome, della Marsica appunto. L’altra, più significativa a livello di conservazione è della scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), un tipo di orchidea presente all’interno del Parco. Per quest’ultima la minaccia principale è l’uomo, che la raccoglie in maniera indiscriminata, mentre per l’iris al contrario è l’eccessivo ombreggiamento dovuto all’avanzata del bosco: in questo caso la mano dell’uomo diventa amica, attraverso un tipo di conservazione attiva. Entrambe le piante sono infatti oggetto di un progetto della Comunità europea che mira alla salvaguardia e alla valorizzazione di queste specie. Abbiamo osservato i boccioli di iris, e mancato la sua fioritura con un’esplosione di blu per pochi giorni.

Tre regioni, un Parco

“Così come gli animali selvatici viaggiano in questo territorio senza avere consapevolezza che si stanno spostando da una provincia all’altra, allo stesso modo siamo noi. È questo l’approccio: una percezione del territorio nella sua unità”.

Geograficamente il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise si divide in tre versanti, corrispondenti alle regioni che porta nel suo nome. Viaggiando nel Parco, però, ci si rende conto che i confini regionali vengono meno, il confine è solo uno: quello esterno dell’area protetta. Si tratta di un territorio che condivide i princìpi, gli sforzi di conservazione, il lavoro delle persone, al di là dei confini. C’è un senso di unione nel nome della sopravvivenza della natura e della storia di questo posto.

Ogni regione custodisce peculiarità che rendono ogni versante unico. E questo è stato possibile proprio grazie alla collaborazione dei 24 comuni del Parco. Ogni paese e borgo racconta la sua storia legata al territorio e alle sue tradizioni, rappresentando un tassello fondamentale nel mosaico.

 

 

Nel viaggio attraverso il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise c’era anche Tamara Lunger, alpinista di origini altoatesine che insieme a noi ha scoperto e conosciuto l’anima di questa area protetta. Il suo vivere la montagna e la natura è la ricerca di un equilibrio con gli elementi, nel rispetto del suo passo.

3. Il versante abruzzese

Il versante abruzzese è il centro storico del Parco, dove tutto è nato. È qui che si trova la sua sede centrale operativa e si tratta del versante più eterogeneo sia a livello naturalistico sia storico. Siamo nella Marsica, una regione storico-geografica dell’entroterra abruzzese, legata al popolo dei Marsi. È la parte più “alta” del Parco, caratterizzata quindi da paesaggi più che altro montani. Girando le sue valli ci si trova circondati da cime e pendii, ma anche da prati fioriti, laghi e strade panoramiche di fondovalle.

Il filo conduttore che ci ha guidato nella visita dei paesi abruzzesi è stato l’ecoturismo: cammini nei boschi e sulle montagne, punti di osservazione della fauna selvatica, borghi medievali. Osservazione, contemplazione e scoperta. Tutto a ritmo lento.

Pescasseroli

Circondato da boschi centenari e montagne, il borgo di Pescasseroli, nell’Alta Valle del Sangro, è considerato la “capitale” delPparco. Qui si trovano il Centro natura con punto informazione, il museo, la sala proiezioni, il parco faunistico, il giardino appenninico e il laboratorio didattico. Da qui partono molti sentieri, come quello per il rifugio Pesco di Iorio. Da vedere l’antica abbazia e le architetture in pietrame e malta. Per chi ama l’arte, visita d’obbligo è Arteparco: opere di land art perfettamente inserite nel territorio trasformano il Parco nazionale in una galleria d’arte moderna a cielo aperto. Escursione: Bosco della Difesa – Arteparco

Opi

Il borgo medievale posto a oltre 1.200 metri d’altitudine è circondato da montagne ricche di boschi e si affaccia su una piana fiorita. Ogni scorcio tra una casa e l’altra, che emanano odore di legna e camino, è un panorama sulla valle. L’origine del centro è antichissima: lo testimoniano i resti archeologici di un centro fortificato. Opi è stato nominato uno dei borghi più belli d’Italia nel 2009. Nella valle si trova anche la faggeta vetusta di Cacciagrande, patrimonio Unesco. Escursione: Val Fondillo/Monte Amaro/Grotta delle Fate

Alfedena

Considerata l’entrata sud del Parco, Alfedena è un antico centro di origine sannitica. Ancora oggi si possono visitare le mura del castello medievale, da cui si ha un panorama mozzafiato a tutto tondo. Il paese è conosciuto per la tradizionale lavorazione della pietra: alla figura del selciatore è stato addirittura dedicato un monumento che si trova nella Villa Comunale, il cui giardino è popolato da numerose specie botaniche. Escursione: Monte Meta

Barrea

Con case disposte a muraglia impenetrabile nei pressi della foce del fiume Sangro, il borgo medievale ancora integro di Barrea si arrocca su uno sperone alto 1.066 metri. Si affaccia sul lago di Barrea, uno sbarramento del fiume Sangro, ed è circondato da alcune delle più belle montagne d’Abruzzo. Non a caso il paese è noto come “la perla del Parco” ed è uno dei più antichi. Da vedere, prima di incamminarsi per le tante possibili escursioni in natura, la Torre Rotonda e la Torre Quadrata, che ancora “sorvegliano” il borgo. Imperdibile la vista al tramonto sul lago. Escursione: Lago Vivo

Villetta Barrea

Villetta Barrea è un borgo adagiato lungo il Sangro. Grazie alle mura megalitiche di epoca sannitica, un castello del 1.300 con una torre difensiva ancora visibile e case signorili del Cinque-Seicento le bellezze architettoniche non mancano. Neanche quelle naturalistiche: il paese è circondato da aree verdi che non sono solo meta di escursionisti, ma anche “casa” di numerosi cervi che di tanto in tanto si avventurano a passeggiare nel paese e nel suo bosco lungo il fiume. Escursione: Monte Mattone/Pineta

Bisegna

Bisegna è un piccolo paese montano immerso nel verde, via di passaggio per gli animali selvatici. Dal centro servizi del Parco di Bisegna partono alcuni bellissimi cammini alla scoperta dei boschi circostanti: il sentiero dell’acero, del pino, del melo e del faggio. Sono percorsi storici naturalistici e della piccola chiesa di San Giovanni, o della fabbrica francese del ferro, in funzione nel 1800. Da visitare vicino al campanile è un acero secolare. Escursione: La Valle di Terraegna

Scanno

Per il suo centro storico medievale molto ben conservato e le sue attività artigianali – qui si lavorano ancora la filigrana e il “tombolo” – Scanno è tra i borghi più caratteristici del Parco. Noto anche come “paese dei fotografi”, è stato infatti immortalato negli scatti di diversi professionisti dell’obiettivo. Nel suo territorio, c’è il sentiero del Cuore, una camminata che porta alla scoperta del lago di Scanno, il lago naturale più grande della regione, che da un punto panoramico assume appunto la forma di cuore. Escursione: Il Sentiero del Cuore

Civitella Alfedena

La parola d’ordine del paesino più piccolo dell’alta Valle del Sangro è “ecoturismo”: qui sorge il Museo e l’Area faunistica del lupo, pietra miliare della riabilitazione culturale e sociale del lupo appenninico, a livello locale e nazionale. Da qui parte una passeggiata pedonale che attraverso la pineta porta al lago di Barrea. Alle spalle del borgo, si apre invece l’anfiteatro della Camosciara, zona di riserva integrale. Escursione: Camosciara

Villavallelonga

Villavallelonga è nota soprattutto per essere la “casa” dei faggi più antichi d’Europa, la faggeta della val Cervara, patrimonio Unesco. Da qui passa anche la Via dei lupi, un cammino che da Tivoli arriva nel cuore del Parco, con l’obiettivo di parlare del lupo, nonché promuovere il territorio e un turismo lento. Villavallelonga è l’undicesima tappa del cammino, l’entrata al Parco. Escursione: Prati d’Angro

Lecce nei Marsi

Il paese si trova nel cuore della Marsica fucense ed è composto da un’area urbana a 740 m s.l.m e da un centro più antico, Lecce Vecchio, a quasi 1.300 metri. Nel suo territorio si trovano aree dall’altissimo valore ambientale, in particolare Selva Moricento, una delle cinque faggete vetuste del Parco, Patrimonio mondiale dell’umanità Unesco. Escursione: Valle della Cicerana – Selva Moricento

Ortona dei Marsi

Il borgo di Ortona sorge a circa 1.000 metri di altitudine, alle pendici del monte Parasano nella valle del Giovenco, ed è circondato da terreni coltivati con piante da frutto, soprattutto meli. Qui si può scoprire cosa significa fare agricoltura di conservazione. Il paese ha origini antiche: tra due delle sue dieci frazioni si trovano ancora i resti della città marsa di Milonia, distrutta dai Romani nel I secolo a.C. Da vedere, prima di addentrarsi tra i sentieri del Parco, le architetture medievali.

Gioia dei Marsi

Il paese si adagia sulla sponda est dell’altopiano del Fucino, un lago che si è definitivamente prosciugato nel 1800. Rappresenta l’entrata nord del Parco ed è composto, oltre che dal centro storico, da altre tre frazioni: Casali d’Aschi, Sperone, vero paese fantasma “svuotatosi” dopo il terremoto della Marsica nel 1915, e Gioia Vecchio, famoso e suggestivo punto di osservazione della fauna selvatica, dietro la Chiesa di San Vincenzo. Escursione: Canyon di Gioia

Chi viene nel Parco deve sapere che si trova in un posto speciale.

4. Il versante molisano

Rispetto agli altri versanti, quello molisano è il più roccioso, si è quindi subito abbracciati dalla costante presenza della roccia levigata da secoli di storia, e allo stesso tempo offre moltissime attività per le attività outdoor.

I comuni di questo versante sono solo cinque. Si trovano tra il gruppo montuoso delle Mainarde e l’alta valle del fiume Volturno e sono insediamenti diffusi, quasi tutti con il nucleo più antico arroccato su una cima e poi piccole dimore sparse sul territorio. E hanno una caratteristica: le tracce del passato, qui, sono più evidenti che altrove.

Si intravedono nelle vie murate di Filignano, cioè muretti a secco che delimitano i sentieri tra boschi e campi. O nelle rovine dell’antica Abbazia di San Vincenzo al Volturno, tra Rocchetta e Castel San Vincenzo. I monaci benedettini la fondarono nel V secolo. Quella che si vede oggi è un’abbazia nuova, che risale al XII secolo e che gli ecoturisti possono visitare nelle escursioni che comprendono anche le passeggiate al vicino lago.

Ma le tracce di un passato più recente si vedono anche nelle case abbandonate dalla metà degli anni Settanta, quando questa zona ha dovuto fare i conti con lo spopolamento del Mezzogiorno e con il terremoto in Val di Comino nel 1984.

Il passato però è anche in alcune attività che si svolgono ancora oggi nel versante. Come la fabbricazione delle zampogne, tipici strumenti musicali a fiato, in alcune botteghe di Scapoli.

Filignano

Più che un borgo, si tratta di un insieme di piccoli insediamenti distribuiti su un territorio molto ampio in cui la vera protagonista è la roccia. Da vedere, durante le passeggiate nel bosco, sono infatti le vie murate, ovvero sentieri limitati dai famosi muretti a secco che collegano tra loro gli abitati e ne segnano i confini. In queste vie ci sono le mura di Mennella, costruzione medievale diroccata che emerge tra gli alberi. Qui chi mantiene i sentieri puliti e promuove il territorio è l’associazione sportiva dilettantistica di mountain bike Iapca Iapca. Escursione: mura di mennella

Scapoli

Il borgo medievale si è sviluppato intorno al Palazzo Marchesale dei Battiloro con le sue mura a strapiombo sulla roccia. Dall’androne del palazzo, detto Sporto, parte il caratteristico cammino di ronda, un percorso che segue a 360 gradi il profilo della roccia e che permette di ammirare il panorama attorno al paese. Nella piazzetta sotto il palazzo, la statua dello zampognaro ricorda il motivo per cui è famosa Scapoli: le botteghe in cui si fabbricano zampogne, cui tra l’altro è dedicato anche un museo.

Rocchetta e Castelnuovo a Volturno

Il borgo di Rocchetta ha due nuclei: quello medievale, detto Rocchetta alta (o vecchia), abbandonato dal 1890 per dissesto idrogeologico ma suggestivo da visitare, e Rocchetta nuova, a una quota più bassa. Una sua frazione è Castelnuovo a Volturno, famosa per Gl’Cierv: la pantomima dell’uomo-cervo, un rito antico che si tiene ogni carnevale e che mette in scena il rapporto tra uomo e animale, male e bene, e la rinascita della natura. Escursione: Il monte Marrone e la capanna Moulin

Castel San Vincenzo

Come molti paesi del Parco, anche questo borgo dell’Alta valle del Volturno ha una storia antica legata ai Sanniti. Imperdibile è il lago di Castel San Vincenzo, azzurro glaciale e accerchiato dalle Mainarde. Una visita d’obbligo è l’abbazia benedettina di San Vincenzo, con la cripta di Epifanio che ospita pitture uniche. Escursione: In canoa sul lago di Castel San Vincenzo

Pizzone

Il paese è considerato l’ingresso molisano del Parco. Si trova sul monte Mattone, tra il pianoro erboso di Vallefiorita e i monti della Meta, circondato da boschi di faggio e acero. Qui si può scoprire cosa significa fare apicoltura naturale. Nel borgo sono ancora visibili le tre porte che servirono a “contenere” il paese, formato da diversi nuclei abitativi nel X secolo: Porta Lecina, verso ovest, Porta dei Santi a Santa Liberata e Porta Borea o “Vorea” verso San Rocco. Escursione: Valle Fiorita – Valle Pagana

Qui il lavoro dell’uomo si vede in ogni angolo della natura.

5. Il versante laziale

Il versante laziale si può riassumere in due parole: agricoltura e natura, e la fusione di queste due. Questo angolo di Parco è dove le tradizioni legate alla terra rimangono e si fanno sentire più forti.

Qui si incontrano le persone che portano avanti questi lavori, dai pastori agli agricoltori e i produttori di formaggi e vino. Farlo nel Parco significa anche trasmettere i valori naturali di queste pratiche. Uno dei luoghi migliori in questo senso è l’antico casolare Le case Marcieglie, l’azienda agricola di Elisa Cedrone che esiste sin dal Seicento e oggi è anche una fattoria didattica.

Il versante si trova tra la Val Comino e la Val Canneto. Oltre ad avere una natura bellissima e borghi antichi da visitare, come il resto del Parco, è quello più ricco di produzioni gastronomiche, grazie alla sua varietà di climi. Le produzioni tipiche del versante sono diverse, come il torrone di Alvito o il tartufo di Campoli. Ma soprattutto, qui nel versante si producono i formaggi, come il pecorino, tipico di Picinisco.

San Donato Val Comino

Il borgo ha due rioni: il più antico, racchiuso nelle mura della rocca, è il Castello, mentre oltre le mura si trova il Rione Valle. Le passeggiate organizzate in paese permettono di scoprire le opere realizzate dagli scalpellini locali, come gradinate, portali barocchi e fregi decorativi, le chiavi di volta ed i mascheroni sui portali. Escursioni: La roccia dei tedeschi

Alvito

Si tratta di un borgo di origine medievale a mezza costa del Monte Morrone. Da vedere, in questo paese dalla caratteristica pianta a ferro di cavallo, le piazzette e i vicoli stretti e l’antico castello che domina il territorio e verso cui sono organizzate escursioni guidate. Da non perdere: le passeggiate alla scoperta dei “paesi fantasma” e soprattutto il torrone, vera leccornia tradizionale del borgo.

Campoli Appennino

L’area faunistica dell’orso bruno non è l’unica attrazione nella natura incontaminata che circonda Campoli: il paese si adagia su una dolina carsica ed è proprio la roccia scavata dall’acqua a dominare i sentieri, come il canyon del Vallone Lacerno, dove si organizzano escursioni e visite guidate. Specialità tipica del borgo è il tartufo, di qualità è paragonabile alle varietà più famose di Alba o Norcia. Escursione: il Vallone Lacerno

Vallerotonda

Il borgo, distrutto e riedificato più volte, fu costruito come rifugio per la popolazione in fuga dalle orde barbariche. Il paese è noto per la lavorazione del legno e del ferro battuto e ha tra i suoi monumenti principali la chiesa di Santa Maria dell’Assunzione, la cui campana reca incise immagini sacre e lo stemma civico. Dal paese, partono le escursioni nella vicina pineta, tra le più grandi del Lazio, e verso il lago di Cardito, ai piedi del massiccio delle Mainarde.

San Biagio Saracinisco

Il paese, di pochissime case, si trova al confine tra Lazio e Molise. Prende il nome da una chiesetta di San Biagio attorno alla quale sorse il primo nucleo del borgo, e dal fatto che, in epoca medievale, nel territorio erano presenti i Saraceni. Il luogo, però, fu abitato già dai Sanniti, come testimonia una necropoli trovata sul territorio dagli archeologi. Dal paese partono diverse escursioni verso i monti vicini e il lago La Selva.

Settefrati

Il borgo, sorto su un vicus preromano, deve il suo nome ai sette figli di Santa Felicita, uccisi a Roma durante le persecuzioni contro i cristiani nel 164 d.C. Le fortificazioni che ancora si vedono in paese sono state semidistrutte dal terremoto del 1915 e dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Da qui partono diverse escursioni, come quella verso il santuario di Canneto, meta di un antichissimo pellegrinaggio. Escursione: Val Canneto

Picinisco

Il borgo, di origine medievale, è noto anche come “la terrazza sulla Val Comino”: la piazza principale si affaccia sul territorio in cui natura e agricoltura si fondono, circondati da faggi, castagneti e boschi di querce. Il paese, in cui si possono ancora ammirare i resti del castello dei Conti d’Aquino, le mura merlate e le porte monumentali, fu d’ispirazione per il romanzo “La ragazza perduta” di D.H. Lawrence. Specialità del borgo sono il pecorino di Picinisco e il vino, entrambi a marchio DOP, e l’olio. Escursione: Prati di Mezzo

Il lavoro che facciamo qui serve a trasmettere questi posti intatti alle generazioni che seguiranno.

6. La storia è il futuro del Parco

Le premesse dell’istituzione del Parco, spiegate da Erminio Sipari, uno dei fondatori nonché primo presidente del Parco d’Abruzzo, in una relazione da lui redatta e diventata un manifesto visionario per la storia dei Parchi, erano pionieristiche già per l’epoca. La visione includeva natura e uomo come due elementi che bilanciano l’equilibrio dell’area, ognuno beneficiando dall’esistenza dell’altro. È un inno alla conservazione attiva che getta le basi per uno sviluppo sostenibile delle aree naturalistiche, e della loro fruizione.

Una nuova forma di Parco, quella in cui si proteggono la natura e le sue bellezze, si migliorano le condizioni delle terre, dei paesi e degli abitanti, si sviluppa il concorso, si offre l’attrazione.

Erminio Sipari, fondatore e primo presidente del Parco nazionale d’Abruzzo

Questi sono visioni che risuonano fino ai giorni nostri, e che abbiamo ritrovato nel nostro viaggio all’interno del Parco. Sono presupposti ancora attuali e che devono essere il motore principale di questo ecosistema chiamato Parco. Ci deve essere la conservazione da un lato, la valorizzazione del territorio e una consapevole fruizione da parte delle persone. Con l’obiettivo di crescere e garantire uno sviluppo sostenibile dell’area.

Cento anni di Parco significano avere intrapreso questo cammino, significa aver provato cosa funziona e cosa no, significa avere instaurato un profondo legame con il territorio e con le persone, avere tanta conoscenza e la consapevolezza che c’è ancora molto da fare. Avere un secolo di storia significa poter guardare al futuro con coscienza e convinzione, rinnovando quella lungimiranza che ha dato vita a tutto questo. I Parchi non sono solo confini dove si chiude dentro la natura. I Parchi sono luoghi aperti di accoglienza. I Parchi sono casa.

Chi vive qui ci ha raccontato che la propria vita cammina insieme ai camosci, agli orsi e ai lupi e che spera che da un viaggio nel Parco le persone tornino cambiate. Noi lo siamo profondamente, con gli occhi pieni di meraviglie e il cuore pieno di natura e persone.

Ai prossimi cento anni.


Un ringraziamento al contributo editoriale di Chiara Boracchi e l’instancabile supporto dell’ufficio Comunicazione e promozione del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise