Cosa respiriamo davvero, dentro e fuori casa

Cosa respiriamo davvero, dentro e fuori casa

L’inquinamento è alle stelle, anche negli spazi indoor, e getta ombre allarmanti sul nostro benessere psicofisico. Cambiare rotta è possibile, per vivere una smart life e ritrovare il proprio equilibrio

Novanta litri d’aria pulita. Li respira nei dieci minuti di lettura di questo articolo un fortunato individuo in Svezia, a Umeå, città europea prima in classifica tra le meno inquinate dalle polveri sottili. Duemilacinquecento chilometri più a sud, in metropolitana o in un comunissimo interno italiano, insieme all’ossigeno inaliamo particolato e acari, pollini e formaldeide. Una lunga lista di “inquilini” invisibili a cui siamo esposti per ventidue ore al giorno, il tempo medio trascorso al chiuso secondo una ricerca globale di Yougov.

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, infatti, l’aria che circola in case, uffici, scuole e persino automobili è cinque volte più insalubre di quella esterna. Dall’aumento delle allergie alle difficoltà di apprendimento, le conseguenze immediate e a lungo termine sulla salute dell’uomo dovrebbero bastare a farci buttare la chiave e traslocare in campeggio, eppure siamo ancora qua. Sedentari e disconnessi dalla natura più di ogni altra generazione prima di noi. Ma il vento sta cambiando, e non possiamo che esserne felici. In caduta libera verso un’esistenza sempre più artificiale, in molti hanno scelto di aprire il paracadute e planare su un orizzonte a misura d’uomo. Smart life la chiamano gli esperti: neuroscienziati, ingegneri, psicologi, allergologi e osteopati che traducono la complessità di questo scenario in azioni possibili e consigli pratici, utili a migliorare ogni giorno la qualità della nostra vita, in sintonia con il pianeta. Negli anni Settanta il filosofo e fondatore del movimento dell’ecologia profonda Arne Ness scriveva “Siamo l’aria che respiriamo”. L’evoluzione può (ri)partire da qui.

Smart life

La definizione più completa di cosa significhi vivere una smart life si trova in un documento della Commissione europea. “È una tendenza che comprende una serie di soluzioni originali e innovative mirate a rendere l’esistenza più efficiente, controllabile, economica, produttiva, integrata e sostenibile”. Digitalizzazione e natura, device sempre più interconnessi e radici vive nella terra. I tempi sono maturi per liberare un potenziale di vita più autentico e consapevole: a partire dalle scelte quotidiane possiamo costruire un nuovo paradigma del comfort. Da dove partire quindi? In equilibrio tra natura e tecnologia, ecco dieci scelte smart per il benessere quotidiano:

  1. Monitorare la qualità dell’aria in casa e negli spazi chiusi con particolare focus sulla concentrazione di CO2, Cov e particolato e sui livelli di temperatura e umidità.
  2. Assicurare una corretta ventilazione degli ambienti indoor arieggiando le stanze e utilizzando un purificatore d’aria dotato di filtro Hepa.
  3. Per arredi e tessuti, preferire materiali organici e di provenienza certificata così da ridurre l’esposizione a potenziali allergeni.
  4. Lavare regolarmente materassi, tende e limitare l’uso di tappeti in modo da tenere sotto controllo la presenza di acari e pollini.
  5. Privilegiare l’uso di prodotti per la pulizia della casa di origine naturale o fatti in casa. Non solo non creano inquinamento indoor, ma rispettano l’ambiente: basta utilizzarli nelle dosi consigliate.
  6. Evitare tempi prolungati di sedentarietà, alternando postura seduta a momenti di moto e postarsi in bicicletta o con mezzi in condivisione.
  7. Impostare un corretto work-life balance, rispettando dei momenti quotidiani di disconnessione da mail e chiamate di lavoro.
  8. Nell’arco della giornata, integrare l’illuminazione naturale a quella artificiale nel rispetto del ritmo circadiano (cicli sonno/veglia).
  9. Dedicare micro-pause quotidiane o brevi sessioni settimanali al relax “attivo” che sia yoga, esercizi di respirazione profonda o ginnastica dolce.
  10. Passare più tempo possibile a contatto con la natura: gli studi scientifici confermano che, oltre ai benefici fisici, abbia un effetto rigenerante sul cervello e aumenti i livelli di attenzione.

Vediamo più approfonditamente come mettere in pratica questi consigli.

Generazione indoor

Dal 1° febbraio 2022 in Belgio vige il diritto alla disconnessione. Lo sancisce una legge secondo cui i dipendenti pubblici non saranno più tenuti a rispondere alle e-mail o alle telefonate fuori orario, se non per motivi “eccezionali”. Una misura che punta a ripristinare l’equilibrio vita-lavoro, reso precario dal recente boom del lavoro da remoto.

Ora che le aziende sono pronte a riaccogliere in sede i dipendenti, in molti temono di dover rinunciare a conquiste preziose, come una certa flessibilità negli orari e il risparmio sul commuting time, ovvero il tempo necessario a raggiungere l’azienda. Una formula ibrida tra distanza e presenza sembra essere la soluzione più sostenibile: per l’ambiente (meno smog in città, minor consumo di dati ed emissioni di CO2) e per la nostra salute. Uscire di casa e pedalare per raggiungere la scrivania o i banchi di scuola, riappropriarci del nostro tempo libero, lontani da serie tv e videogiochi, renderebbe tutti un po’ meno sedentari, raddrizzerebbe schiene curvate da mesi di postura scorretta e dotazioni da scrivania improvvisate. La riapertura di cinema, teatri, locali e palestre invita a tornare alla normalità, ma l’affluenza dei tempi pre-covid è una circostanza ancora lontana. Voglia di socialità e bisogno di sicurezza per molte persone continuano a trovare il loro habitat prediletto tra le mura domestiche. Programmi di fitness online personalizzati e un’offerta di intrattenimento delle piattaforme in streaming ogni giorno più ricca confermano il primato del salotto di casa come cuore pulsante della nostra quotidianità. Anche il ritmo degli incontri con amici e parenti è scandito da nuove abitudini: dal delivery gourmet alla pratica ai fornelli, i mezzi non mancano per offrire cene e aperitivi (quasi) come al ristorante.

Mettere più spesso il naso fuori casa e diventare più consapevoli di cosa c’è davvero nell’aria che respiriamo contribuirebbe a scrollarci un poco di dosso la meritata etichetta di “generazione indoor”: passiamo il 90 per cento del tempo in ambienti chiusi anziché all’aperto o nelle campagne. Questo significa che probabilmente una persona di quarant’anni ne ha trascorsi trentasei indoor. Non serve essere degli scienziati per sentire i campanelli d’allarme. Ma ascoltare il loro messaggio aiuta a fare chiarezza su rischi e soluzioni.

La tecnologia non tiene lontano l’uomo dai grandi problemi della natura, ma lo costringe a studiarli più approfonditamente

Antoine de Saint-Exupéry

Respiro bene ergo penso bene

“In casi di esposizione prolungata alla CO2 riscontriamo sempre di più effetti di natura cognitiva”, spiega il neuroscienziato e psicologo Andrea Bariselli, Ceo della tech company Strobilo. La sede dell’azienda appena fuori Brescia si occupa di monitorare la qualità dell’aria indoor e valutare gli effetti attuali e futuri sulla salute delle persone.

“Anche a basse concentrazioni – continua – diminuiscono le abilità decisionali, di problem solving, le funzioni esecutive, di planning strategico e working memory”. Indispensabile, quest’ultima, per ricordare un numero di telefono o come usare la grammatica e applicare una formula matematica. Lo conferma anche uno studio condotto dall’università di Harvard, che al variare dei livelli di anidride carbonica, Cov (composti organici volatili), illuminazione, rumore e ventilazione ha riscontrato una riduzione proporzionale delle capacità cognitive. Anche temperatura e umidità fanno la loro parte: oltre gli intervalli 18-24°C (dati Oms – Organizzazione Mondiale della Sanità) e 30-60 per cento di umidità (secondo Epa) si rischia di innescare il cosiddetto thermal stress, che aumenta i sintomi come problemi alle vie respiratorie inferiori, tosse, problemi alle vie respiratorie superiori, secchezza delle mucose, irritazione degli occhi, faticabilità e difficoltà di concentrazione, mal di testa.

“Inevitabilmente questo incide sul comfort percepito dai lavoratori e sulla produttività”, commenta Bariselli, “le aziende con cui collaboriamo iniziano a comprendere la gravità della situazione e si stanno attivando per sanificare gli ambienti”. Un intervento che, ancor prima dell’investimento economico, richiede un cambiamento culturale. In questo senso, assicurano da Strobilo, è in atto una propagazione virtuosa, complici l’uso della tecnologia a servizio del benessere umano e dell’ambiente.

Psicologo e neuroscienziato, Andrea Bariselli lancia la sua prima azienda dopo anni di lavoro nell’ambiente della ricerca clinica. Quindici anni fa, mentre si trovava in Canada per una conferenza, incontra uno dei primi dispositivi Eeg e la storia ha inizio: Andrea sognava di portare per la prima volta le neuroscienze fuori dai laboratori clinici. Nel 2018 con la sua azienda sbarca negli Stati Uniti e per quattro anni lavora a San Francisco, in California. Le neuroscienze lo avvicinano al tema centrale del rapporto tra uomo e natura e, in definitiva, alla sua vera passione: le montagne. Nel febbraio 2021 lascia la sua prima azienda per iniziare definitivamente questo nuovo viaggio con Strobilo, dove lo scopo è usare la tecnologia per riportare l’uomo alle sue antiche radici e fare la differenza salvando il pianeta.

Principali sostanze inquinanti e allergeni indoor

La mappa del nostro nuovo mondo sarà disegnata in parte da processi naturali che restano misteriosi, ma più definitivamente dalle mani dell’uomo

David Wallace-Wells

Il polline non fa più primavera

Ben vengano gli algoritmi e le piattaforme per tradurre i dati in azioni sinergiche a lungo termine, ma con la stagione delle allergie da pollini alle porte per i singoli “La difesa più immediata arriva da una corretta profilassi ambientale, ancor prima della terapia farmacologica”, raccomanda Rossana Cannas, allergologa e medico partner di Plant Based Clinic. “Acari della polvere, epitelio degli animali e muffe sono alcuni dei principali allergeni presenti negli spazi indoor. A questi si aggiungono i pollini, che introduciamo dall’esterno nelle nostre case attraverso vestiti e capelli”.

Ai suoi pazienti Cannas suggerisce alcuni accorgimenti semplici ma efficaci che contribuiscono a creare un ambiente più salubre e a prevenire le fasi acute delle reazioni allergiche: “Tenere le finestre chiuse tra le ore 10 e le 16 circa e utilizzare aspirapolvere e purificatori dotati di filtro Hepa”. Sul mercato esistono sistemi di filtrazione sempre più sofisticati, come l’Hepa 13: completamente sigillato, assicura che l’aria non fuoriesca dal filtro e blocca qualsiasi potenziale punto di perdita attraverso cui l’aria sporca potrebbe entrare nel flusso indoor.

Anche comprendere le sfumature stagionali della qualità dell’aria può aiutarci a identificare i modi per ridurre l’esposizione all’inquinamento atmosferico nella vita quotidiana. D’estate, ad esempio, con l’aumento delle ristrutturazioni si registra un’impennata dei livelli di formaldeide. Gas incolore dall’odore penetrante della famiglia dei Cov viene rilasciato in particolare da materiali isolanti, resine, pitture e vernici ma è presente anche in alcuni abiti e cosmetici, come gli smalti. La sua presenza, oltre i valori guida indicati dall’Oms pari a 0,1 milligrammi per metro cubo su trenta minuti di esposizione, è sufficiente a causare irritazione oculare, nasale e della gola, con tosse, affaticamento e, nei casi più gravi, eritema cutaneo. Non a caso, questa sostanza è la principale indiziata nello sviluppo della sindrome da edificio malato, le cui manifestazioni cliniche insorgono dopo alcune ore e si risolvono in genere rapidamente. Questo può portare a sottovalutarle, con rischi aggravamento o cronicizzazione di patologie come la rinite allergica. “La qualità dell’aria domestica può influire non soltanto nello sviluppo di questa patologia”, spiega Cannas, “quando è scarsa, può rappresentare un fattore peggiorativo anche in altri ambiti, ad esempio nei pazienti con dermatiti atopiche o da contatto e persino nelle allergie alimentari”. All’inizio si tende a trascurare i sintomi, specialmente nei casi di allergopatie respiratorie: quello che viene derubricato come un semplice raffreddore si rivela a volte un disturbo invalidante al punto da compromettere buon riposo e attività lavorative, specialmente da remoto o in uffici privi di ventilazione adeguata. 

Tavola dei principali pollini allergenici in Italia, suddivisi per area geografica e mese. A causa del cambiamento climatico i confini fra le diverse fioriture non sono più così marcati e si sovrappongono pollini di stagioni diverse © Anallergo/Immunotherapy research

Forse un “ricambio d’aria” è ciò di cui avrebbero bisogno anche le città italiane: su 102 capoluoghi di provincia, nessuno rispetta i valori limite dell’inquinamento atmosferico suggeriti dall’Oms. A scattare la fotografia è Legambiente, che nel suo rapporto annuale fa il bilancio di particolato (PM10, PM2.5) e biossido di azoto (NO2). Il quadro è preoccupante, ma c’è una nota positiva: il tempo trascorso al chiuso e l’utilizzo della mascherina hanno temporaneamente tenuto a bada le allergie outdoor, proteggendo i soggetti a rischio dall’esposizione a sostanze inquinanti e pollini. Tra graminacee e betulacee i bollettini settimanali degli allergeni si sprecano e rilevano continue anomalie stagionali. Da tempo, infatti, gli scienziati hanno notato un allungamento del periodo dei pollini, anche a causa del riscaldamento globale. 

Contro le allergie fuori casa sono poche le contromisure che si possono adottare, proprio perché queste variano in funzione del clima. Tra le accortezze – oltre alle mascherine – meglio evitare di uscire nelle prime ore del giorno quando la pollinazione è più intensa e, se ci si sposta in auto, è opportuno ricordarsi di pulire i filtri. In realtà l’ideale sarebbe inforcare la bici e fare un po’ di moto nel tragitto verso l’ufficio: un gesto quotidiano capace di invertire la curva in salita della sedentarietà che, stando alle ultime ricerche, mette a dura prova il benessere del nostro organismo.

Rossana Cannas è medico specialista in Allergologia e immunologia clinica. Si occupa della diagnostica e terapia delle malattie allergiche: rinocongiuntivite allergica ed asma bronchiale, allergie alimentari, allergie cutanee, allergie a farmaci ed a veleno di imenotteri. In particolare, il suo campo di specializzazione si focalizza in ambito respiratorio sull’educazione del paziente a una corretta profilassi verso gli allergeni e uno stile di vita equilibrato, anche in campo alimentare.

Sitting is the new smoking

In un momento in cui si discute che forma dare al lavoro da remoto, considerare le tracce che ha lasciato sul nostro corpo allarga la visuale per chi la pensa come Giorgio Germano, osteopata: “Mal di schiena e dolore al collo e alle articolazioni sono l’eredità dello remote working. Sono sintomi muscoloscheletrici che nascondono i problemi reali di questa esperienza: abbiamo passato più tempo davanti allo schermo e siamo diventati più sedentari. Solo un equo work-life balance può risolvere i disturbi alla radice”.

Ai suoi pazienti, consiglia di alternare la posizione seduta a quella in piedi, approfittandone per sciogliere le articolazioni. “Gli inglesi la chiamano ‘tecnica del pomodoro’: ogni 25 minuti trascorsi sulla sedia o sul divano, alzati e muoviti per altri cinque”. Peggio del fumo di sigaretta, l’eccesso di postura assisa aumenta il rischio di obesità, diabete, problemi cardiovascolari, trombosi, ansia e depressione, rilevano i ricercatori di Mayo Clinic. Basta alzare gli occhi dallo smartphone per sentire come tutto sia connesso: emozioni, respiro, postura, visione. Per milioni di bambini e adolescenti che trascorrono molte ore al giorno in spazi chiusi in dad o giocando al computer, il disturbo più comune coinvolge proprio gli occhi: visione offuscata o doppia, ma anche bruciore, prurito, secchezza e arrossamento.

“Si parla di text neck syndrome: quando non vediamo bene involontariamente tendiamo ad avvicinare la testa al monitor per cercare di mettere a fuoco meglio. – spiega Germano – Al netto dei difetti visivi e della quantità di ore davanti a un device, il contesto conta: una buona qualità dell’aria e un’illuminazione corretta non possono che aumentare il nostro comfort a 360°”.

Giorgio Germano ottiene il diploma di osteopata presso l’Icom (International College of osteopathic medicine) nel 2010 e nel 2014 completa gli studi conseguendo la Laurea in Scienze Osteopatiche con il titolo di Master of science in osteopathy (MSc. Ost. U.K) presso il Siom (Surrey institute of osteopathic medicine at nescot) a Londra. La costante ricerca e l’attività clinica concorrono al raggiungimento del suo obiettivo deontologico e professionale: offrire prestazioni all’avanguardia in ambito osteopatico attraverso un atto di rispetto, serietà e responsabilità nei confronti del paziente.

Il pensiero per il futuro dev’essere fedele alla natura

Arne Naess

Mente e corpo insieme

I ritmi circadiani umani sono una cosa seria – ne deriva la salute complessiva dell’individuo – e sono influenzati dalla luce. “Funzionano come una specie di orologio biologico che regola le nostre attività fisiologiche durante la giornata”, spiega Camilla Di Pasquasio, psicologa e data-analyst per Strobilo. Nei cicli compresi tra le 20 e le 28 ore coinvolgono processi del nostro organismo come la regolazione della temperatura, la secrezione ormonale e il ciclo sonno-veglia.

All’interno degli ambienti chiusi l’obiettivo è integrare la luce artificiale a quella naturale per garantire dei cicli di illuminazione simili a quelli che avevano i nostri antenati.  In letteratura si parla di human-centric lighting, progettata sulle esigenze psicofisiche e in ottica di efficienza energetica. “Ad esempio, la luce calda o fredda, con gradazioni cromatiche dal giallo/arancio al blu viene utilizzata anche nelle terapie per curare forme di ansia e depressione, purtroppo sempre più frequenti nella “generazione indoor”, continua Di Pasquasio. Quando si tratta di fornire l’illuminazione giusta per le diverse attività nel corso della giornata, lo standard a cui fare riferimento resta comunque la luce naturale, fulcro della nostra evoluzione. “Al contrario, spesso le luci interne hanno la stessa intensità e lo stesso colore tutto il giorno, e questo può avere un impatto su come ci sentiamo e come funziona il nostro corpo”, conferma Karem Dawe, neuroscienziata e ricercatrice dell’università di Bristol in un’intervista per Dyson.

Che si tratti di lux, decibel o particelle per milione, l’invito è a sintonizzare le frequenze indivisibili di corpo mente su un ritmo più misurato, magari partendo dal respiro. Da un ambiente insalubre e sotto stimolante come quello chiuso può derivare, infatti, una sorta di appiattimento emotivo: fermarsi per pochi minuti al giorno, ascoltare l’aria che entra nelle narici e percepire le sensazioni corporee, come avviene nelle tecniche di mindfulness, è un buon punto di partenza per migliorare il proprio benessere psicofisico. Inoltre, raggiungere uno stato di rilassamento profondo prepara il terreno a un sonno ristoratore. “È da qui che tutto ha origine”, aggiunge Di Pasquasio, “rumori e luce artificiali insieme alla presenza di polvere, acari e CO2 in camera da letto possono disturbare il riposo a livello inconscio. E giorno dopo giorno sono umore e concentrazione a pagarne le spese”.

Psicologa specializzata in neuroscienze cliniche, Camilla Di Pasquasio, dopo due anni di ricerca ospedaliera nell’ambito dello studio dei meccanismi neurobiologici della depressione e del disturbo bipolare, nel 2021 pubblica il suo primo abstract sui meccanismi neuro-immunologici del disturbo depressivo. L’elaborato le fa vincere l’Excellence award al 34° congresso europeo di neuropsicofarmacologia a Lisbona. Nello stesso anno, dato il forte interesse per la sostenibilità e la natura, si avvicina allo studio delle neuroscienze ambientali. Da questo momento inizia ad approcciarsi alla psicofisiologia, intraprendendo i primi esperimenti con l’Eeg nello studio del rapporto tra uomo e natura, con lo scopo di promuovere il benessere dell’uomo avvicinandolo alla natura e di salvaguardare il nostro bene più prezioso: la nostra Terra.

Il respiro è il ponte che collega la vita alla coscienza, che unisce il corpo ai nostri pensieri

Thich Nhat Hanh

Aria di casa nostra

Per qualche strano motivo – istinto di autoconservazione, suggerisce qualcuno – si tende a non affrontare sul serio la contraddizione che porta gli italiani “attenti alla salute” a non informarsi sulla qualità dell’aria domestica. “Si può dire che in pochi pensano a cosa contiene la polvere”, afferma Dennis Mathews, microbiologo e senior research scientist presso Dyson, ”oltre ai componenti visibili, la nostra conoscenza generale degli elementi invisibili è relativamente limitata, sono proprio questi che possono influire sul nostro benessere”. Manca una legge che stabilisca dei valori limite per la protezione della salute umana negli ambienti indoor, sia pubblici che privati, ma l’elenco degli agenti inquinanti e delle loro fonti è noto da tempo al ministero della Salute. Scorrendo il glossario, diventa chiaro che l’aria di casa nostra non è così limpida come ritengono otto intervistati su dieci in un recente panel Toluna.

Dati della ricerca Toluna sulla percezione della qualità dell’aria in casa © Toluna
Può suonare strano, ma in Italia il fenomeno dell’inquinamento indoor è ancora sottovalutato. Lo dimostrano i risultati dell’indagine sulla percezione della qualità dell’aria promossa dal brand tecnologico Dyson in collaborazione con l’agenzia di ricerche di mercato Toluna. Su un campione di oltre 1.000 persone tra Milano e Torino, solo il 14 per cento percepisce pericolo quando si trova in casa rispetto a contesti come i mezzi pubblici o all’aperto.
Anche di fronte ai dati scientifici, solo un intervistato su due concorda che l’aria all’interno di spazi chiusi sia anche peggiore di quella esterna. Questo perché gli inquinanti che il campione ritiene più diffusi negli ambienti chiusi (funghi, muffe ed acari) non sono percepiti come particolarmente pericolosi. Invece fumo di sigaretta e polveri sottili, tema sensibile specialmente nel Nord Italia, non sono considerati inquinanti particolarmente diffusi indoor. Per completare il quadro, una parte importante del panel (il 50 per cento circa) dichiara che il tema dell’inquinamento domestico e delle possibili strategie per evitarlo saranno rilevanti nei prossimi cinque anni.

Tra agenti chimici come particolato (PM10, PM2.5) e fumo di tabacco, agenti fisici come il rumore, e agenti biologici quali acari e muffe, trovare un angolo di pace tra le mura domestiche sembra una sfida persa in partenza. Un’esposizione lenta e protratta nel tempo a queste sostanze, anche a basse concentrazioni, può far insorgere effetti cronici alla salute, rileva The Lancet. La realtà è meno drammatica e più complessa: come rabdomanti dell’aria pulita, proviamo a risalire alle fonti delle sostanze inquinanti e a tracciare una mappa stanza per stanza.

Tra i luoghi di ritrovo prediletti dei cosiddetti silent killer c’è senza dubbio la cucina. È qui che i processi di combustione per la cottura dei cibi contribuiscono all’aumento della concentrazione di ossido e biossido di azoto (NO ed NO2), anidride carbonica (CO2) e monossido di carbonio (CO). In particolare la cottura alla griglia, modalità tra le più diffuse nello Stivale, provoca importanti emissioni di idrocarburi aromatici policiclici (IPA), mentre dalle resistenze elettriche di forni e tostapane scaturiscono polveri sottili. “Quello che mi ha colpito di più è stato scoprire cosa si può nascondere nell’aria della nostra cucina: inquinanti che possono essere rilasciati dai fumi di cottura o da certi metodi di preparazione del cibo come la frittura e la doratura e dai prodotti di pulizia che usiamo e spruzziamo nell’aria”, afferma il Food Mentor Marco Bianchi. “Da quando ho acquisito maggiore consapevolezza di ciò che si nasconde nell’aria che respiriamo è diventato naturale per me accendere quotidianamente il mio purificatore d’aria. E come si arrabbia quanto tosto la frutta secca!”.

Nelle cucine con fornelli a gas sono state riscontrate alte percentuali dei Cov e particelle solide sufficientemente piccole da penetrare nei polmoni (di 2,5 micron o ancora più sottili, note come PM2.5). Ultimo ma non ultimo, il tema della muffa. Associata a fenomeni di condensa da ebollizione, compare in ambienti molto umidi e mal aerati: nei casi più gravi può provocare asma e altri disturbi all’apparato respiratorio. Altro che odore di fritto.

Marco Bianchi, classe 1978, è divulgatore scientifico per Fondazione Umberto Veronesi (FUV). Promuove i fattori protettivi della dieta e le regole della buona alimentazione attraverso consigli gastronomici che aiutano a prevenire le patologie più comuni. Da ormai 2 anni ha sposato la filosofia di Dyson e collabora insieme al brand, sensibilizzando sul tema della purificazione degli spazi indoor.

Palestra, ristorante, cinema, ufficio: negli ultimi anni la zona giorno è diventata il fulcro della nostra vita domestica e questo ha senza dubbio determinato un calo della qualità dell’aria. Dopo una sessione di fitness, ad esempio, o un pranzo in famiglia, in assenza di ventilazione adeguata l’aria si deteriora. La causa sono i cosiddetti bioeffluenti e l’anidride carbonica emessi dal corpo umano: non raggiungono quasi mai delle concentrazioni nocive per la salute ma rendono l’aria “viziata”. Le persone sono anche sorgenti di contaminanti biologici soprattutto attraverso l’emissione di goccioline di saliva immesse nell’ambiente con la fonazione, la tosse o lo starnuto e spesso veicolo di agenti infettivi. Anche peli, forfora, saliva e urina di animali domestici una volta essiccati, frammentati e sospesi in aria nella polvere, diventano una fonte importante di allergeni indoor. Mentre riscaldamento e combustione di biomasse nelle stufe a legna e caminetti in caso di scarsa manutenzione possono essere responsabili del rilascio di inquinanti chimici pericolosi, come monossido di carbonio (CO), particolato fine carbonioso (soot), idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) e Cov. Questi ultimi sono presenti in special modo nei materiali edilizi e per l’arredamento. Il più pericoloso è la formaldeide: secondo lo Iarc tra i cancerogeni per l’uomo nel gruppo 1, si trova in resine, colle e vernici.

Composti organici volatili
Noti anche con l’acronimo inglese Voc, (Volatile organic compounds), sono miscele complesse di origine chimica contenenti, cioè, molecole di carbonio. Se ne conoscono più di 300 ma, stando all’elenco dell’Istituto superiore di sanità, almeno 170 sono presenti abitualmente nei nostri ambienti quotidiani come appartamenti, scuole, uffici e supermercati e nei luoghi di lavoro. Comprendono gli idrocarburi aromatici come il benzene, gli idrocarburi alifatici, i terpeni, gli idrocarburi clorurati, gli alcoli, gli esteri, i chetoni e le aldeidi. In quest’ultima classe di componenti rientra la formaldeide. Varie sono le sorgenti di inquinamento Cov nell’aria degli ambienti indoor: gli “occupanti” attraverso la respirazione e la superficie corporea, i prodotti cosmetici o deodoranti, i dispositivi di riscaldamento, i materiali di pulizia e prodotti vari (es. colle, adesivi, solventi, vernici,), abiti trattati recentemente in lavanderie, il fumo di sigaretta e strumenti di lavoro, quali stampanti e fotocopiatrici. Altre importanti fonti di inquinamento sono i materiali da costruzione e gli arredi.

“Dove riporre i vestiti usati ma non ancora da lavare” è una delle domande più gettonate su Google. Di sicuro non in camera da letto, a meno che non si vogliano introdurre volontariamente pollini e altri agenti potenzialmente inquinanti. Impossibili da sloggiare (ma facili da ridurre) i piccolissimi insetti artropodi comunemente noti con il nome di acari: si annidano principalmente nella polvere domestica, in materassi e guanciali e i loro escrementi contengono allergeni. D’estate, attenzione agli impianti di condizionamento CO2 e Cov (per scarso numero di ricambi orari o eccesso di riciclo) e alle sostanze biologiche derivanti da una scarsa manutenzione. E poi il rumore, responsabile dell’inquinamento acustico indoor: il consiglio è di non superare la soglia di circa 80 db(A). Vicini permettendo.

Per valori di CO2 compresi tra 1.000 e 1.400 ppm gli studi stimano una riduzione del 10 per cento nelle abilità di decision making, problem solving, funzioni esecutive e working memory

Una soglia di illuminazione di 200-500 lux può portare benefici come maggiore produttività, migliori qualità del sonno e visione

Temperature inferiori o superiori a 18-24°C e livelli di umidità oltre il 30-60 per cento possono causare uno stress termico

Meritano un paragrafo a parte i prodotti per la pulizia e la cura della casa. Quelli profumati possono esporci a una concentrazione di polveri sottili pari a una strada in cui transitano 28.000 veicoli al giorno. “I dati disponibili non permettono ancora di stabilire se i due livelli di tossicità siano comparabili”, precisa Nicola Carslaw dall’università di York nel Regno Unito. Mentre la scienza fa il suo corso, quello che sappiamo ad oggi è che candele profumate e i bastoncini di incenso accesi per un tempo prolungato sprigionano quantità insalubri di particolato, fuliggine, CO2 e formaldeide, mentre detergenti e spray sono fonte di Cov nocivi come alcool etilico e benzene. Persino sotto la doccia c’è poco da stare allegri: cantando, si corre il rischio di inalare il limonene dallo shampoo agli agrumi, l’alcool benzilico dal balsamo o l’etanolo dalla crema idratante, come riporta un esperimento condotto in Gran Bretagna, ma “con un lungo risciacquo le emissioni si abbassano”.

In uno scenario in cui anche la cura di sé assume nuovi significati, per farsi del bene occorre alzare lo sguardo da terra, dallo schermo-appendice che sempre distrae. Una tecnologia “amica”, a servizio dell’uomo, partecipa al cambio di prospettiva. Dati, ricerche e device all’avanguardia ci rendono più consapevoli dei pericoli di una vita dimentica delle nostre radici. Raccolgono domande, seminano risposte. A noi il compito di farle fiorire in una smart life.

Le cuffie per la purificazione dell’aria sono l’ultima invenzione di Dyson

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