Il viaggio di PJ Harvey tra i dimenticati di A dog called money

Il docufilm A dog called money, dal 21 maggio nei cinema “virtuali”, è un viaggio musicale e interiore di PJ Harvey tra Kosovo, Afghanistan e le periferie più povere di Washington.

Esce il 21 maggio in Italia, sulla piattaforma digitale Wanted zone e su altri “schermi immaginari” della sale cinematografiche, il documentario A dog called money che vede protagonista la cantante e musicista britannica PJ Harvey. La pellicola, realizzata dai produttori di Nick Cave – 20.000 days on earth e diretta dal pluripremiato fotografo irlandese Seamus Murphy, qui alla sua prima regia, cattura il processo creativo dietro il lavoro di PJ Harvey e in particolare del suo ultimo album del 2016, The hope six demolition project.

Lo sguardo di PJ Harvey tra musica e fotografia, poesia e umanità

La genesi di A dog called money risale all’inizio del 2015, quando Polly Jean visita i sobborghi di Washington D.C., accompagnata dall’amico Seamus e dal giornalista Paul Schwartzman, che le mostra i lati più nascosti, problematici e contraddittori della capitale statunitense. Da quella visita inaspettata l’artista trae ispirazione per i primi brani del suo nono album, che viene registrato alla Somerset House di Londra grazie all’allestimento di uno studio sperimentale dalle pareti vetrate attraverso cui il pubblico, per un mese, osserva PJ e i suoi musicisti all’opera. Una sorta di scultura sonora, completata dalle esperienze raccolte nei viaggi insieme all’inseparabile Murphy nei territori martoriati del Kosovo e tra le popolazioni povere dell’Afghanistan.

Durante i suoi viaggi tra il 2011 e il 2014, PJ Harvey annota tutto ciò che vede in un taccuino. Gli appunti e i pensieri, con le foto scattate da Seamus Murphy in vent’anni di reportage da zone di guerra, arricchiscono prima un intenso libro di poesie e immagini, Il cavo della mano, edito in Italia da La nave di Teseo, quindi il documentario. A dog called money prende il nome dal cane di Paunie, una ragazza tosta incontrata a Washington che gira per strada con il suo cane, temuta e rispettata da tutto il quartiere.

Immagini drammatiche e decadenti, seppur discrete, dei bambini di Kabul o dei migranti al confine con la Grecia, si alternano ad aneddoti più gioiosi durante le sessioni musicali, accompagnando lo spettatore nei 94 minuti del rockumentary. “Raccontare il dolore del mondo, le guerre, le disuguaglianze ma anche l’opposizione e la resistenza a tutto questo fa parte dell’essere un’attivista per i diritti umani. PJ Harvey lo è, e non da oggi”, scrive Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che patrocina il film.

La quarantena di PJ Harvey

In questi mesi, artisti di ogni Paese lanciano appelli per supportare l’industria creativa, una delle più colpite dalla crisi e tra le ultime ad essere contemplate nei piani di rilancio. Così anche PJ Harvey, che secondo molti raccoglie l’eredità rock di Patti Smith, ha firmato come Nick Cave una lettera della Creative industries federation (Cif) rivolta al governo britannico per un fondo a sostegno dell’arte.

Nel frattempo, per trascorrere meglio il confinamento in casa, ha condiviso una playlist intitolata Petals have fallen, come il primo pezzo di Coby Sey presente nella sua selezione. Tra gli altri, ce ne sono quattro di Colin Stetson e uno di Thom Yorke.

Articoli correlati
Rock Files Live! Rock writer a confronto

Mercoledì 15 luglio appuntamento con i Rock Files Live! di LifeGate Radio. Con Ezio Guaitamacchi allo Spirit de Milan, Cristiano Godano e i Perturbazione.