C'è la storia del mondo, in questa storia. Le radici sono nella disgregazione dell'Urss. Enormi arsenali smettono di avere importanza strategica e i portoni blindati delle polveriere si schiudono. Enormi quantità di armi in vendita, al miglior offerente. Personaggi intraprendenti, spregiudicati e intelligenti si fanno mediatori tra gerarchi militari ex-sovietici e mercati esteri, mettendo le mani su carichi d'armi da esportare in tutto il mondo.
Questa disponibilità eccita il bisogno di armi di guerriglieri, paramilitari di ogni sperduta regione, ma anche degli eserciti regolari di paesi poveri immersi in guerre civili o scontri con bande di rivoltosi.
La Somalia è uno di questi.
La Somalia è un paese povero. Non ha disponibilità finanziarie. Ma ha le coste, i terreni. Si compra le armi con le coste e i terreni, in cui si possono seppellire rifiuti tossici dei paesi industrializzati costosissimi da smaltire altrimenti.
C'è tutto il peggio del mondo, in questa storia. Contrabbando di armi in cambio del permesso di sepoltura di veleni mortali, trasportati via mare.
Ci sono le navi dei veleni, in questa storia. Il nome emblematico è Jolly Rosso, che il governo italiano ha dovuto noleggiare nel 1989 per andare a recuperare in Libano 9532 fusti di rifiuti tossici nocivi esportate in quel luogo illegalmente da aziende italiane. Forse Ilaria Alpi stava rintracciando queste rotte.
Ci sono i pareri ufficiali della commissione d'inchiesta italiana 2004-2006, secondo cui la giornalista è morta per una disgrazia fortuita, mentre era in vacanza, lì con l'operatore Miran Hrovatin.
Ci sono i cantieri della Garowe-Boosaso, la strada della cooperazione, in costruzione tra la città portuale e il capoluogo della regione del Puntland, i cui terrapieni forse sono colmi di rifiuti radioattivi.
Ci sono i servizi segreti militari, i cui funzionari negano d'aver mai ricevuto rapporti sull'omicidio, e negano i contatti con i faccendieri italiani e locali. Salvo poi trovarsi con loro a cena.
Cosa manca, in questa storia, in questo libro? Manca la verità.
Stefano Carnazzi