Il fenomeno che ha coinvolto il Molise, con forti ripercussioni anche in Puglia, era noto da tempo. Secondo i geologi si sarebbe potuto intervenire.
La frana avvenuta il 7 aprile a Petacciato, in Molise, ha letteralmente spaccato la regione, tagliando anche fuori dalle comunicazioni ferroviarie e stradali la Puglia con il resto della dorsale adriatica d’Italia. Una situazione che ha causato danni gravi (almeno 400 milioni di euro come stima preliminare da parte della Regione Molise), disagi e, per fortuna, nessuna vittima. Peccato che non si sia trattato di una frana improvvisa e imprevista, anzi: il termine giusto per definire la frana di Petacciato non è “avvenuta”, ma “riattivata”.
Che quel territorio sia fragile e dissestato non è infatti una novità per chi conosce quel tratto di costa molisana: il movimento franoso è documentato sin dai primi anni del Novecento e nelle ultime decadi si era già rimobilizzato nel 1991, nel 2009 e nel 2015. Ogni volta, la stessa dinamica: piogge non eccezionali per intensità, ma prolungate e ben distribuite nel tempo, capaci di infiltrarsi in profondità e mettere in pressione gli strati acquiferi sotterranei fino a far scivolare un versante che non aspettava altro. Questa volta il fattore scatenante è stato il ciclone Erminio.
Il risultato è stato immediato e brutale: l’autostrada A14, la linea ferroviaria adriatica e la SS16 interrotte in un colpo solo. La Puglia, di fatto, isolata per giorni dal resto del Paese per i collegamenti stradali e ferroviari verso Nord. A peggiorare il quadro, il crollo di un ponte sulla SS16 in prossimità della foce del fiume Trigno, al confine tra Molise e Abruzzo, dove le ricerche di un uomo disperso proseguono con l’ausilio di mezzi navali e sommozzatori della Guardia Costiera.
A Petacciato una frana che si conosce ma nessuno ferma
La geologia della frana di Petacciato è nota con precisione. Vincenzo Simeone, ordinario di Geologia applicata al Politecnico di Bari e studioso di questo versante dal 1990, la descrive come “un movimento che si sviluppa in depositi limoso-argillosi con interstrati sabbiosi, deformati dalle spinte tettoniche dell’Appennino, in corrispondenza di uno dei thrust sepolti del suo fronte”. Dove per thrust si intende un fenomeno tettonico che determina la sovrapposizione meccanica di masse rocciose (unità tettoniche), scollate dal substrato, su altri terreni adiacenti.
La frana ha uno spessore di diverse decine di metri, si estende dalla sommità del rilievo su cui sorge l’abitato fino al mare, e nelle sue rimobilizzazioni più intense arriva a sollevare il fondale marino. Il meccanismo è quello delle sovrapressioni interstiziali: l’acqua si accumula negli strati sabbiosi profondi fino a superare la pressione del suolo sovrastante, lubrificando di fatto le superfici di scorrimento. Una volta che le pressioni si dissipano, il movimento rallenta e tende a stabilizzarsi, ma il versante resta cronicamente esposto a ogni nuovo ciclo di piogge abbondanti. Il problema, come sottolinea Simeone, è che lungo la fascia bassa di questo versante corrono le tre infrastrutture più importanti dell’asse adriatico. Non è una coincidenza sfortunata: è la geografia del territorio. E ogni rimobilizzazione le colpisce tutte e tre.
Un cantiere aperto da troppo tempo
Il presidente della Regione Molise Francesco Roberti ha stimato in oltre 400 milioni di euro i danni complessivi dell’emergenza, una cifra destinata a precisarsi con l’attivazione delle piattaforme tecniche attraverso cui ogni comune potrà censire le perdite subite alle infrastrutture e al sistema produttivo. I movimenti franosi hanno colpito non solo Petacciato, ma anche i centri abitati di Salcito e Civitacampomarano, con criticità che rischiano di prolungarsi nel tempo. Sul fronte delle responsabilità, emerge però una storia che fa riflettere. Già nel 2021 la Regione Molise aveva annunciato una gara per il consolidamento idrogeologico del versante, con uno stanziamento di oltre 40 milioni di euro: uno degli investimenti più consistenti mai previsti in Italia per questo tipo di intervento.
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Tuttavia, come ricorda il geologo Antonello Fiore, presidente della Società italiana di Geologia ambientale, il bando per l’affidamento congiunto di progettazione esecutiva e realizzazione è stato pubblicato soltanto a dicembre 2025. Nel mezzo, quattro anni di iter burocratico, coerenti con la media nazionale che, secondo le statistiche della Corte dei Conti, porta a cinque anni il tempo medio tra progettazione e realizzazione delle opere di mitigazione del rischio. “Il cambiamento climatico accelera la frequenza e l’intensità dei fenomeni meteorologici estremi”, afferma Fiore. “Il sistema amministrativo e le procedure di pianificazione risultano spesso incapaci di sostenere la rapidità con cui si manifestano i disastri”. Il caso di Petacciato è, in questo senso, emblematico: il rischio era noto, i fondi erano stati stanziati, ma l’opera non era stata realizzata in tempo.
Il rischio idrogeologico non ha confini
L’isolamento della Puglia, a differenza di quanto accadde nel 2010 con la frana di Montaguto, non ha questa volta alternative viarie praticabili. Le ripercussioni si sono estese ad Abruzzo e Puglia, con effetti immediati su trasporti, logistica e mobilità quotidiana. Giovanni Caputo, presidente dell’Ordine dei Geologi della Puglia, ha colto l’occasione per sollevare una questione strutturale: il rischio idrogeologico non si ferma ai confini amministrativi, eppure le istituzioni continuano a gestirlo in modo frammentato, regione per regione, senza una visione integrata.
Nei giorni successivi all’evento, la situazione della viabilità ha cominciato lentamente a sbloccarsi. E il governo ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza, per la durata di dodici mesi per Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia, colpite da fenomeni analoghi nel giro di poche settimane, con uno stanziamento complessivo di 50 milioni di euro. Ma resta aperta la questione di fondo: le riaperture parziali e lo stato di emergenza sono un sollievo, ma non una risposta. La frana di Petacciato si è rimobilizzata nel 1991, nel 2009, nel 2015, e ora nel 2026. E si rimobilizzerà ancora, a meno che gli interventi strutturali oggi finalmente avviati vengano portati a termine, e che il Paese impari, una volta per tutte, che prevenire costa meno di ricostruire.
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