La frana di Silvi non è iniziata adesso, e soprattutto non è ancora finita

Dal 28 marzo c’è allarme in Abruzzo, si rischia un nuovo caso Niscemi: gli esperti parlano di “paleofrana”. Sullo sfondo lacune non locali ma nazionali.

Sembra passata una vita, dal 28 marzo scorso, ma la frana che ha interessato il comune di Silvi, in Abruzzo, a distanza di più di dieci giorni in realtà non si è ancora fermata, anzi: anche per le giornate di Pasqua e Pasquetta, la Protezione civile abruzzese aveva diramato un allerta per nuove potenziali frane, anche se fortunatamente poi le festività sono trascorse senza (nuovi) problemi particolari.

Ma mentre i sopralluoghi dei tecnici comunali, dei geologi e della Protezione civile si susseguono senza sosta, i rilievi delle ultime ore mostrano una situazione che si sta aggravando: lo smottamento, partito dalla collina sottostante la strada provinciale SP 29b, sta ora progredendo pericolosamente verso la zona sovrastante, risalendo in direzione del borgo storico di Silvi Paese. Con il rischio di una Niscemi-bis.

Le conseguenze sono immediate e concrete: nuove abitazioni evacuate, la scuola primaria chiusa perché ricade nell’area a rischio, e il 9 aprile un consiglio comunale straordinario convocato d’urgenza con un unico punto all’ordine del giorno — trovare un piano d’azione per il ripristino della viabilità e la messa in sicurezza del territorio.

Cosa sta succedendo a Silvi

A ricostruire cosa sta succedendo dal 28 marzo scorso (ma anche da prima) a oggi è Nicola Sciarra, ingegnere, professore ordinario di Geologia applicata all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti e socio fondatore dell’Associazione Italiana di Geologia Applicata (Aiga), che era sul posto già il 31 marzo insieme ai team della Protezione Civile regionale e nazionale. “Le condizioni geologiche predisponenti risiedono nella presenza di una paleofrana”, spiega Sciarra: in sostanza, il versante di Silvi aveva già ceduto in passato, probabilmente a causa del crollo di porzioni di roccia dalla sovrastante Rupe di Silvi Alta. Quel materiale antico (conglomerati cementati ma fortemente fratturati) costituisce uno strato instabile tra i 7 e i 9 metri di profondità.

Le piogge abbondanti di questo inverno hanno fatto il resto: l’acqua si è infiltrata nel terreno, ha saturato le sabbie limose superficiali e alimentato un flusso sotterraneo sovrabbondante. Il 28 marzo il versante ha accelerato improvvisamente: tre abitazioni sono crollate, la strada provinciale si è spaccata con rigetti di oltre due metri e mezzo. L’estensione del fenomeno è notevole: circa cento metri alla corona superiore, per oltre duecento metri verso valle, e il fronte continua ad allargarsi.

Tra le urgenze più immediate c’è quella dei bambini. Con la chiusura forzata dei plessi scolastici di Silvi Paese (scuola dell’infanzia e primaria) l’amministrazione comunale sta valutando l’allestimento di moduli prefabbricati a Silvi Marina, nella zona costiera, per garantire agli studenti spazi sicuri e funzionali nell’attesa che il versante venga consolidato. Una soluzione emergenziale che dice molto sulla profondità della crisi in atto.

Perché casi come Silvi si ripetono

Abbiamo accennato all’analogia con il recente caso di Niscemi, in Sicilia: la frana di Silvi non è un incidente isolato. È il prodotto di una combinazione di fattori che si ritrovano in tutto il territorio italiano: geologia fragile, precipitazioni sempre più intense a causa della crisi climatica, urbanizzazione storica poco attenta ai rischi del suolo.

“L’intensificazione dell’uso del territorio e delle risorse naturali espone sempre di più le comunità ai rischi legati a fenomeni franosi e alluvionali, aggravati dagli effetti dei cambiamenti climatici”, sottolinea Monica Papini, geologa, professoressa ordinaria di Geologia applicata al Politecnico di Milano e presidente nazionale dell’Aiga (Associazione italiana di geologia applicata e ambientale), prima donna a ricoprire questo ruolo dal 2024.

Il problema non è solo il clima. È anche una pianificazione territoriale che raramente ha tenuto conto davvero della geologia del suolo, costruendo su versanti storicamente instabili e sottovalutando segnali che la terra manda da decenni.

Mancano geologi: un paradosso pericoloso

C’è un’ironia amara in tutto questo. Mentre i rischi geologici aumentano, le università italiane registrano un calo preoccupante delle iscrizioni ai corsi di laurea in geologia. “Emerge con forza l’urgenza di valorizzare la figura del geologo, professionista fondamentale per supportare le scelte di pianificazione territoriale e garantire uno sviluppo sostenibile e sicuro”, dice la professoressa Papini.

Senza geologi, non ci sono mappe del rischio aggiornate. Senza mappe del rischio, si continua a costruire dove non si dovrebbe. E quando arriva la pioggia, che ormai arriva sempre più intensa e concentrata, i versanti cedono, le strade si spaccano, le scuole si chiudono. Silvi dunque è una storia di geologia, di clima e di pianificazione. Ma in questo momento è soprattutto la storia di una comunità che aspetta risposte, dalla politica, dai tecnici sul campo, e da un paese che deve ancora imparare a fare i conti con la fragilità del territorio su cui è costruito.

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