L’iconico Arco di Sant’Andrea, noto anche come “arco dell’amore”, lungo la costa adriatica di Melendugno, nel Salento, è crollato proprio il giorno di San Valentino, simbolicamente dedicato agli innamorati. Secondo Giovanni Caputo, presidente dell’Ordine dei Geologi della Puglia, il cedimento non è però il frutto dell’incuria umana o del dissesto idrogeologico, ma il naturale esito di un processo millenario di erosione causato dal mare, dai venti e dalla pioggia. “Non si tratta di una formazione statica – spiega – l’arco si è sgretolato per la stessa azione erosiva che lo ha modellato nel tempo, un fenomeno che può riguardare anche altri siti come i faraglioni dell’Arco di Diomede”, dove ieri si è tenuta una manifestazione di cittadini e attivisti di Italia Nostra: siamo sempre in Puglia, a 400 chilometri di distanza da Melendugno, ma il problema è lo stesso.
Erosione costiera, corsa contro il tempo. Apprensione per l'arco di Diomede https://t.co/Fgm8S1cX2c.
Del resto un mese fa ci furono i crolli avvenuti a Tricase Porto e Marina Serra. Vista l’alta vulnerabilità della costa pugliese – il 53 per cento è a rischio erosione – Caputo sottolinea la necessità di mappare l’intero litorale, con l’apporto di geologi e ingegneri naturalisti, per individuare dove intervenire in sicurezza e, se necessario, delocalizzare costruzioni e insediamenti: “Non possiamo fermare gli eventi naturali, e non possiamo nemmeno continuare a definirli “eccezionali”, perché ormai stanno diventanto la normalità. Dove invece dobbiamo iniziare a parlare di dissesto è nelle zone interne, quelle popolate: è lì che dobbiamo preoccuparci”.
Il drone in volo sui resti dell'arco dei faraglioni di Sant’Andrea, noto anche come arco dell'amore, 24 ore dopo il suo crollo. Il simbolo della costa salentina si è sgretolato nelle prime ore di domenica 15 febbraio. pic.twitter.com/ivPelpEfoj
“In Puglia il 53 per cento delle coste è a rischio erosione e abbiamo censito 839 frane”, ribadisce Caputo. Colpa del climate change? Anche, certo. Eppure “non dobbiamo addebitare tutto ai cambiamenti climatici. Il clima sta solo amplificando criticità già presenti”. I numeri sono eloquenti: solo in Puglia 63mila persone vivono in aree interessate da frane, con circa 17.280 edifici, 5.752 imprese e 849 beni culturali esposti al rischio. Sul fronte alluvionale, sono 135.932 i residenti in zone potenzialmente allagabili, con 36.600 edifici e 409 beni culturali coinvolti. E poi c’è la Calabria, la Campania con il recente crollo in Costiera Amalfitana, l’Emilia Romagna, la Liguria, e ovviamente la Sicilia, dove quello che sta succedendo a Niscemi da settimane è sotto gli occhi di tutti.
Anche in Europa, questo inverno ha mostrato quanto i sistemi naturali siano sotto stress. Mai come in questo inverno, e in particolare tra gennaio e febbraio, l’Europa occidentale aveva sperimentato simili quantitativi di pioggia concentrati in poche settimane, con quattro tempeste in successione – Kristin, Leonardo, Marta e Nils – che hanno scaricato volumi d’acqua senza precedenti. Molte località della Spagna hanno superato i 400 millimetri di pioggia dall’inizio di febbraio, con punte di 500 millimetri in Castiglia e un record in Andalusia di 2.300 millimetri in 21 giorni: in pratica, la pioggia di un intero anno caduta in poche settimane. Piogge eccezionali hanno interessato anche la Francia, soprattutto nell’area dei Pirenei.
Il bilancio europeo parla di evacuati a migliaia, utenze elettriche interrotte, esondazioni diffuse e miliardi di euro di danni. Secondo le autorità, almeno 25 persone sono morte dall’inizio del 2026 in eventi meteorologici estremi legati a queste ondate di eventi – mareggiate, piogge intense, erosione costiera – la cui portata è amplificata dal cambiamento climatico. Dal Salento alle coste iberiche, dai Pirenei fino ai bacini fluviali francesi, l’Europa occidentale sta sperimentando un modello di precipitazioni estreme che mette sotto stress infrastrutture, ecosistemi e comunità.
Dissesto idrogeologico, una questione strutturale
Cambiamenti climatici più dissesto idrogeologico sono dunque due fenomeni che si autoalimentano (e che sono comunque dovuti entrambi all’azione dell’uomo). Qello che sta accadendo nel Mediterraneo e in Europa occidentale ha sicuramente anche un forte legame con la nuova dinamica climatica: alla base dell’anomala distribuzione delle precipitazioni ci sono i cosiddetti fiumi atmosferici, enormi nastri di aria carichi di vapore acqueo provenienti dalle latitudini subtropicali che trasportano quantità eccezionali di umidità verso l’Europa.
— Subdelegación del Gobierno en Soria (@Soria_Gob) February 18, 2026
Ma come detto il crollo dell’arco salentino e tutti gli altri fenomeni di dissesto sono fenomeni che vanno letti ognuno per il proprio significato. Per quanto riguarda l’erosione costiera per esempio“Servono monitoraggio e analisi geologica costanti”, sottolinea Caputo. “È necessario eseguire studi di stabilità per valutare le cause dei crolli, implementare interventi di ingegneria naturalistica e lavorare sulla stabilizzazione della costa”. Tra le misure possibili: ripristino della vegetazione costiera (e su questo l’Italia sta lavorando per recerire il regolamento europeo) barriere frangiflutti, opere leggere di protezione e un piano integrato che coinvolga geologi, ingegneri, biologi marini e amministrazioni locali. Ma anche educazione e sensibilizzazione, per far comprendere la fragilità degli ecosistemi costieri e l’importanza di una gestione sostenibile del territorio. Il punto, avvisano gli esperti, è che l’intensificazione delle piogge, concentrata in eventi brevi e violenti, agisce su territori già vulnerabili per consumo di suolo, urbanizzazioni in aree a rischio e manutenzione insufficiente dei bacini idrografici. E il risultato è un aumento esponenziale delle frane, delle alluvioni improvvise e dell’erosione costiera.
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