Serendipity. Ecco come fa il cervello a raggiungere un obiettivo mentre ne persegue un altro totalmente diverso

Potrebbero esser state individuate scientificamente le basi neurali della serendipity. Una ricerca italiana spiega l’intuizione casuale: ecco come funziona nel nostro cervello.

Le basi neurali della serendipity

Adesso, parlare di serendipity non sarà più cosa da romantici cinefili, vaghi sognatori e sognatrici, viaggiatori fantasiosi in cerca di posticini incantevoli e inaspettati. Sono infatti state individuate scientificamente le basi neurali della capacità di fare scoperte inaspettate mentre si sta cercando qualcosa di totalmente diverso.

Per trovare qualcosa di inatteso mentre si sta cercando qualcos’altro – il vero significato di serendipity – serve dunque quel misto di fortunata coincidenza e guizzo dell’ingegno, che talvolta è pure alla base di rivelazioni felici nella vita quotidiana, o magari anche di invenzioni o scoperte scientifiche.

Di questo meccanismo misterioso – il cui nome è stato coniato da Horace Walpole in una lettera e che forse è stato reso ancor più celebre dal film ‘Serendipity, quando l’amore è magia’ di Peter Chelsom – aveva parlato tra i primi il fisiologo Walter Bradford Cannon definendolo come “la facoltà di trovare le prove a sostegno di un’ipotesi in modo del tutto inaspettato, o la capacità di scoprire nuovi fenomeni o relazioni tra fenomeni diversi senza avere avuto l’esplicita intenzione di scoprirli”. La scienza si era già attivamente interessata dunque a questa filiera di combinazioni e di casualità.

Ricercatori italiani individuano i meccanismi che nel cervello favoriscono la serendipity

La capacità di fare scoperte inaspettate dipende da un meccanismo cerebrale che potenzia l’osservazione cosciente. Lo dice uno studio della Sapienza di Roma che è appena stato pubblicato su “Cortex”. I ricercatori, coordinati dal docente di neuropsicologia Fabrizio Doricchi, in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia di Roma, hanno studiato il fenomeno, con esiti molto interessanti e inediti.

L’idea era dimostrare come la capacità di elaborare coscientemente degli stimoli visivi fosse significativamente incrementata quando l’osservazione attiva del mondo esterno non è guidata da aspettative probabilistiche e temporali rigidamente definite.

Il cervello produce tale potenziamento del livello di coscienza amplificando e prolungando, nella corteccia visiva secondaria, la durata delle fasi di
immagazzinamento e di elaborazione delle tracce sensoriali visive che precedono l’elaborazione cosciente.

Il fenomeno chiamato in inglese serendipity, e tradotto a volte con “serendipità”, potrebbe avere precise basi neurofisiologiche. A suggerirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Cortex.
Il fenomeno chiamato in inglese serendipity, e tradotto a volte con “serendipità”, potrebbe avere precise basi neurofisiologiche. A suggerirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Cortex.

Esperimento serendipity: flash di lettere in 300 millisecondi

L’esperimento dei ricercatori italiani è consistito nel sottoporre un gruppo di volontari ad alcuni tipici test sull’attenzione presentando su uno schermo, in un punto fisso, una serie di lettere a brevissimi intervalli di tempo. Come è ben noto in questo settore di studi, le persone hanno difficoltà a percepire uno stimolo, per esempio la lettera X, quando è presentata a un intervallo di tempo inferiore alla soglia di 300 millisecondi da un precedente stimolo, per esempio la lettera A.

Il riferimento è The “serendipitous brain”: Low expectancy and timing uncertainty of conscious events improve awareness of unconscious ones (evidence from the Attentional Blink); Lasaponara S, Dragone A, Lecce F, Di Russo F and Doricchi F. (2015); Cortex doi:10.1016/j.cortex.2015.05.029

I ricercatori hanno osservato, per la prima volta, che la capacità di percepire coscientemente stimoli che normalmente sfuggirebbero migliora a certe condizioni. In particolare, se gli stimoli “facili” da vedere, quelli dopo l’intervallo di tempo di 300 millisecondi, venivano presentati in modo imprevedibile, senza una particolare regolarità, i volontari miglioravano notevolmente nel percepire anche quelli “difficili”.

“La serendipità sembra quindi prodursi – afferma Fabrizio Doricchi, coordinatore della ricerca – quando l’attenzione di un osservatore attivo non è strettamente focalizzata su ciò che, in base all’esperienza di eventi passati coscientemente percepiti, ci si aspetta di osservare in futuro”.

Questi risultati forniscono la prima descrizione dei meccanismi neurali e cognitivi che sono alla origine delle scoperte di tipo “serendipico”.

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