Violenza contro le donne

La lettera di Luciana Littizzetto allo Stato sul tema del femminicidio

“Caro Stato, tu fai cose bellissime, ma c’è una cosa su cui dovresti impegnarti di più”. A Che tempo che fa, Luciana Littizzetto lancia un appello contro il femminicidio.

L’ultima puntata del noto programma televisivo che, il venerdì sera su Rete 4, approfondisce la cronaca italiana, non fa che suscitare un sentimento: indignazione. Gli spettatori hanno potuto votare riguardo al caso di Ciro Grillo e dei suoi tre amici, accusati di violenza sessuale di gruppo. Hanno votato per far sapere se credessero nell’innocenza dei ragazzi o alla versione della presunta vittima. Qualcuno l’ha persino accusata di essere alla ricerca di visibilità.

Proviamo a metterci nei panni di quella giovane donna, pensando a come si può essere sentita leggendo quelle frasi. C’è da stupirsi se denunciare un atto di violenza è così difficile? In un paese dove, nonostante le belle parole, si finisce sempre per incolpare la vittima? Ciò non significa in alcun modo affermare che Ciro Grillo e i suoi amici siano colpevoli, nulla è ancora stato dimostrato, ma per questo esistono i tribunali. Saranno gli avvocati e il giudice a cercare di stabilire la verità. Compito che, di certo, non spetta a un programma tv.

Alla televisione, piuttosto, spetta il compito di dar voce a chi non ce l’ha, provando a generare una riflessione su temi che meritano l’attenzione di un pubblico ampio. Per questo è stato emozionante ascoltare la lettera che Luciana Littizzetto ha indirizzato allo Stato durante la trasmissione della domenica sera su Rai 1.

Perché sono le donne a dover fuggire, a doversi rifugiare nei centri antiviolenza? Sono gli uomini violenti che dovrebbero essere messi nella condizione di non poter più fare del male. “Correre il rischio” non è ammissibile. Limitarsi a misure incapaci di garantire la sicurezza di chi denuncia, non è ammissibile. Come non è ammissibile dire “Cosa vuoi che sia una pacca sul culo, è capitato a tutte una volta nella vita di riceverla” vedendo il video della giornalista di Toscana tv molestata da un tifoso nel dopo partita di Empoli-Fiorentina.

Cosa vuoi che sia. Una telefonata di troppo, un messaggio di minacce, cosa vuoi che siano. È arrabbiato, gli passerà. Eppure, sono proprio questi “cosa vuoi che sia” che ogni giorno stroncano delle vite, o le rovinano per sempre.

Il discorso integrale di Luciana Littizzetto

Caro Stato, non gassoso, non interessante, ma stato dei diritti dove il diritto di ciascuno è a sentirsi protetti, e per copia conoscenza ai 622 deputati e deputate che lunedì non erano presenti al discorso della ministra Bonetti.

Caro Stato, tu fai cose bellissime, come la campagna di vaccinazione, i bonus bebè, i posti auto per i disabili, i calendari dei carabinieri, ma c’è una cosa su cui dovresti impegnarti di più.

Sai quante sono le donne in Italia? Il 51,3 per cento. E tante, tantissime di loro ogni giorno sono picchiate, minacciate, calpestate e spesso uccise da un compagno o un marito violento. Si chiama femminicidio.

E il femminicidio, caro Stato, non è quasi mai un evento imprevedibile. Per questo le donne, quando denunciano, devono essere credute e protette da subito, perché mentre la giustizia è lenta, la violenza è molto, molto veloce.

Le donne possono fare il primo passo denunciando, ma poi non puoi dare a loro la responsabilità di salvarsi: sei tu che lo devi fare, Stato mio.

Sono 109 le donne uccise fino ad oggi, praticamente più o meno come la platea di persone che ho davanti questa sera. Fanno qualcosa come una donna uccisa ogni tre giorni, l’8 per cento in più rispetto al 2020. Di queste donne, 93 sono state uccise in ambito familiare o affettivo: questo significa che il mostro non è là fuori, ma in casa.

Però poi sono le donne che, dopo aver denunciato, devono nascondersi, scappare, andare nelle case rifugio, frequentare i centri antiviolenza – che Dio li benedica e lo Stato li sostenga –, cambiare identità e città. Ma perché? Perché a pagare una doppia pena è sempre la vittima e mai il carnefice? Dovrebbero essere gli uomini violenti ad andare in un centro antiviolenza. Sei violento, e noi ti insegniamo a non esserlo più, ma in un posto chiuso, dove resti finché non impari.

Scusa, eh, ma se c’è un leone libero in città, scappato dallo zoo, chi mettono in gabbia appena possibile? Il leone, o i cittadini che sono in pericolo? Non è logico? E caro Stato, non bastano le misure intermedie, tipo il divieto di avvicinamento. Ma cosa vuoi che gliene freghi ad un pazzo violento che vuole a tutti i costi ucciderti del divieto di avvicinamento? Cosa pensi che faccia, che vada in giro col metro a calcolare la distanza come un geometra del catasto? Non ci deve poter arrivare a quella casa lì, altrimenti a me donna passa la voglia di denunciare, lo capisci?

Dovete mettervi intorno ad un tavolo, e trovare nuove strade, perché ora in quella zona grigia tra la denuncia e la condanna i violenti compiono massacri, uccidono le donne, pure i figli, e famiglie intere. Quindi ti prego, Stato, appena la donna denuncia, il compagno violento deve essere messo in galera, o in uno spazio nuovo, che ci inventiamo apposta: una comunità di recupero, un centro di accoglienza, un luogo controllato che gli impedisca di nuocere. Però bisogna toglierli dalla circolazione subito, perché sono criminali, persone che non possono vivere in mezzo agli altri come se avessero preso una multa per divieto di sosta.

Oppure dobbiamo realizzare dei programmi di protezione rigorosi. Tu, Stato, lo fai per i mafiosi che decidono di collaborare: fallo anche per le donne. È impossibile? Allora metti alle donne minacciate una guardia del corpo, subito. Oltre al bonus bici, al bonus terme, un bonus bodyguard, che piantona la casa, difende e protegge. I politici ne hanno tre o quattro a testa, e le donne minacciate di morte no. Perché no?

Ci sono guardie persino davanti a Zara, dove non ho mai visto nessuno alzare le mani se non per arraffare un golfino in saldo. Togli qualche buttafuori dal Papeete, non lo so. Dici che non ci sono le forze? Troviamole, stanziamo dei soldi, formiamo delle persone che possano fare questo nuovo mestiere. Ci siamo inventati il green pass che ci invidiano in tutto il mondo, e presto anche il super green pass, perché non inventiamo anche un no-pass pass, in carne ed ossa, un no-pass grande e gross?

Hai 365 giorni per combinare qualcosa, caro Stato, ma devi farlo con la stessa velocità con cui mandi le cartelle esattoriali perché sappiamo bene che, quando vuoi, il culo lo muovi.

Il rosso è il colore delle vittime delle violenze. Ecco, caro Stato, vogliamo che tra un anno il rosso torni ad essere solo qualcosa di bello: il colore delle fragole, delle ciliegie, e dei vestiti da donna di Valentino.

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