La Corte dei Conti certifica i ritardi del nostro Paese, i geologi ambientali propongono attestati di pericolosità, monitoraggio, educazione nelle scuole.
L’allarme della Corte dei Conti sul dissesto idrogeologico
Per la prima volta la magistratura contabile ha messo insieme i dati di quattro banche dati pubbliche diverse: Ispra-Idrogeo, la piattaforma nazionale open data per consultare, condividere e scaricare le mappe e dati sul dissesto idrogeologico; il Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo (Rendis) il sistema Bdap-Mop (che incrocia la banca dati delle amministrazioni pubbliche e il Monitoraggio delle opere pubbliche) e la piattaforma ReGiS che monitora il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per seguire ogni intervento contro il dissesto idrogeologico dall’inizio alla fine: dalla mappatura del rischio fino alla realizzazione dell’opera.
🪨 Frane, alluvioni, valanghe, erosione costiera. Il IV Rapporto ISPRA sul #dissesto idrogeologico in Italia documenta l’evoluzione del fenomeno nel triennio 2022-24, fornendo dati e analisi essenziali per affrontare con consapevolezza le sfide future.
— ISPRA – Ist. Sup. Protezione e Ricerca Ambientale (@ISPRA_Press) July 30, 2025
Il risultato è la fotografia di un paese che investe più di prima, ma costruisce alla stessa velocità di sempre: vale a dire, troppo lentamente. Su oltre 28mila interventi censiti in ReNDiS, i finanziamenti sono cresciuti parecchio negli ultimi anni, anche grazie al programma ProteggItalia, il Piano nazionale contro il dissesto idrogeologico, e al Pnrr. Ma più soldi non hanno significato più opere concluse. Guardando 5.463 interventi anche dal lato finanziario, la Corte trova che su oltre 3,17 miliardi di euro finanziati, i pagamenti effettivi coprono poco più del 41 per cento delle risorse. E va peggio proprio dove servirebbe andare meglio: gli interventi contro alluvioni e frane, quelli che si mangiano la fetta più grande dei fondi, sono anche i più lenti ad avanzare.
Il Pnrr non fa eccezione: dei 1.350 progetti seguiti attraverso ReGiS, per un valore di circa 1,9 miliardi di euro, gli impegni di spesa arrivano al 79 per cento delle risorse, ma i pagamenti reali si fermano al 44,4 per cento. La lettura della Corte è chiara: il problema non è la mancanza di soldi, ma l’incapacità del sistema pubblico di trasformarli in cantieri finiti, frenata dalla frammentazione delle competenze tra i diversi livelli di governo e da dati ancora troppo incompleti.
Per Antonello Fiore, presidente nazionale di Sigea, il vero problema non è tanto quello che dice il referto 2026, ma il fatto che dica le stesse cose di quello del 2021. A cinque anni di distanza, dice, il quadro è quello di un sistema Paese ancora fermo, e la crisi climatica in corso non fa che peggiorare le cose.
Il confronto tra i due documenti, secondo Sigea, è impietoso. Già nel 2021 la Corte segnalava che le risorse stanziate non accendevano i cantieri; oggi la storia si ripete identica. Nel 2021 si chiedeva di unificare le piattaforme di monitoraggio; oggi ReNDiS, BDAP-MOP e ReGiS restano tre mondi separati, tanto che la Corte ha dovuto incrociarli a mano per ricostruire la storia dei singoli cantieri. La proliferazione di cabine di regia e commissari denunciata cinque anni fa non ha accelerato nulla, e i tempi medi restano fermi a 4-5 anni per intervento. Manca ancora personale tecnico nei comuni piccoli, e la gestione del rischio continua a rispondere alle emergenze invece che prevenirle.
Sigea non si ferma alla denuncia. L’associazione ha già consegnato al ministro per la Protezione civile Nello Musumeci un manifesto in tre punti pensato, sottolineano i geologi, senza chiedere un euro in più, che verrà presentato ufficialmente in autunno a Roma. E i punti sono questi:
Attestato di Pericolosità Naturale (APeN): obbligatorio in ogni compravendita immobiliare, basato sulle cartografie ufficiali di Ispra, Ingv, Cnr e Autorità di Bacino, per far sapere a chi compra casa quanto quell’immobile è esposto a frane, alluvioni, terremoti ed erosione costiera.
Educazione al rischio nelle scuole: l’1 per mille delle risorse per gli interventi strutturali destinato a campagne informative e programmi educativi nelle scuole, gestiti a livello regionale con Uffici Scolastici e associazioni ambientaliste.
Monitoraggio continuo e programmazione trentennale: un Fondo di Rotazione per i rilievi geologici pre-progettuali negli enti locali, più un Fondo Trentennale per le opere di difesa del suolo, con priorità decise solo in base a evidenza scientifica e popolazione esposta.
L’idea, in sostanza, è smettere di rincorrere le emergenze e cominciare a prevenirle, usando meglio i soldi che ci sono già.
L’accordo che forse è un primo passo
Un primo risultato, non sappiamo quanto strettamente legato all’analisi della Corte dei Conti, è giù giunto: pochi giorni dopo, infatti, il governo ha firmato un nuovo accordo con Sogesid per accelerare gli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. Il 29 luglio scorso, meno di due settimane dopo il referto, il Dipartimento Casa Italia ha firmato un Accordo quadro con la società di ingegneria ambientale dello Stato, per affidarle il supporto tecnico agli interventi contro il dissesto idrogeologico. Alla firma, a Palazzo Chigi, c’erano anche i ministri Pichetto Fratin e Musumeci: se questo accordo aiuterà a sciogliere quel nodo, o si aggiungerà semplicemente a un sistema già troppo frammentato, lo scopriremo solo con il prossimo referto.
Dal 28 marzo c’è allarme in Abruzzo, si rischia un nuovo caso Niscemi: gli esperti parlano di “paleofrana”. Sullo sfondo lacune non locali ma nazionali.
Il problema è sociale, non scientifico: il caso dell’alluvione delle Marche del 2022 è lo specchio del rischio di disastri ambientali causati da abusivismo edilizio e mancata cura del territorio.
Almeno il 30% del patrimonio edilizio esistente è vuoto, la popolazione è in calo, ma si continua a costruire. Serve una legge per arrestare il consumo di suolo: l’appello arriva anche dalla Corte dei conti.