HOT TUNA, un’amicizia in musica

Intervistiamo gli HOT TUNA..

HOT TUNA, un’amicizia in musica

La storia di Jorma Kaukonen e Jack Casady, almeno dall’esterno,
sembra davvero una meravigliosa avventura: amici da tutta la vita,
insieme e da protagonisti hanno attraversato la stagione della
psichedelia e della rivoluzione per ritrovarsi, dopo mezzo secolo,
ancora fianco a fianco con lo stesso entusiasmo dei due adolescenti
che trascorrevano i pomeriggi provando i pezzi di Buddy Holly in
garage.
Dopo aver partecipato con i Jefferson Airplane a tutti gli eventi
musicali più importanti del nostro tempo, dal festival di
Woodstock a quello di Monterey, i due abbandonarono gradualmente
l’acid rock per dedicarsi anima e corpo agli Hot Tuna, formazione
concepita dapprima come semplice progetto collaterale e che
finì per instradarli lungo un percorso più
esplicitamente ispirato al blues e spesso acustico, illuminato dai
precetti del Rev. Gary Davis e Lightnin’ Hopkins.
Un viaggio a ritroso che li ha portati a stabilire un contatto
sempre più profondo con le radici della musica americana e
nel 1998, per poter contribuire più attivamente alla
preservazione e rigenerazione delle stesse, li ha convinti a creare
il “Peace Fur Ranch” a Pomeroy, Ohio, sorta di santuario della
tradizione all’interno del quale tengono corsi di musica e
concerti. Un ranch dove “si allevano chitarristi e non animali”,
volendolo descrivere con le parole di Kaukonen.
Prima, durante e dopo, intorno ai loro nomi hanno gravitato quelli
di personaggi come Little Anthony and the Imperials, Janis Joplin,
Jimi Hendrix, Grateful Dead, Gov’t Mule… e persino il
nostrano Angelo Branduardi che, in cerca di sonorità
particolarmente sanguigne per il suo “Si può fare” del 1992,
invitò Jorma Kaukonen e Zachary Richard a prender parte alle
registrazioni.

Se a Jorma e Jack va riconosciuta la paternità degli Hot
Tuna, dal 1969 a oggi le braccia della famiglia si sono spalancate
più volte ad accogliere nuovi membri… e a partire dal
2002 si è unito a loro Barry Mitterhoff, mandolinista tra i
più quotati della nuova scena bluegrass, i cui interessi
spaziano dalla musica da camera alle tecniche corali brasiliane,
dal Western Swing alla tradizione celtica, napoletana ed ebraica.
Giusto per capirci, Barry si esibisce regolarmente con gruppi come
Margot Leverett and the Klezmer Mountain Boys, ma compone anche
colonne sonore per Hollywood e registi come Joel ed Ethan Coen.

Questa è la premessa. Volendo stare ai fatti, dico che li
incontro a Varese giusto prima che salgano sul palco del Black and
Blue Festival, appuntamento conclusivo del breve tour italiano. E
aggiungo che è una grande emozione.

MB: Nel 1959 avete formato la vostra prima band, The
Triumphs, e da allora non vi siete separati più… la
vostra storia sembra il ritratto di una meravigliosa amicizia lunga
una vita, i nomi di Jorma Kaukonen e Jack Casady sono praticamente
una cosa sola!

JC: Durante la nostra carriera ci siamo dedicati anche a progetti
individuali e, chissà, forse questo ha contribuito a
mantenere “fresco” il rapporto! Recentemente Jorma ha pubblicato
una serie di album solisti, l’ultimo dei quali risponde al
titolo… (guarda Jorma)
JK: “River of Time”.
JC: Per quale etichetta?
JK: Per la Red House Records (ride).
JC: Grazie. E nel 2003 anch’io ne ho inciso uno intitolato “Dream
Factor”, il primo. Stesso dicasi per l’eclettico Barry Mitterhoff
qui con noi in tour, che ha collaborato e registrato con una serie
infinita di artisti della scena bluegrass ma anche classica e
klezmer. Penso che a legare Jorma e me agli Hot Tuna sia stata la
possibilità concessaci da questa formazione di esibirci nel
mondo in così tanti posti diversi mantenendo intatta la
consistenza del nostro amore per la musica.

MB: Jorma, se torniamo indietro al 1964 ti troviamo al
fianco di Janis Joplin… come documentato dal bootleg
“Typewriter Tape”.

JK: Vero. Non è che abbiamo suonato insieme a lungo, e certo
è curioso che dopo così tanti anni qualcosa di
casuale come quella registrazione abbia assunto una tale
importanza. Eravamo a casa e stavamo preparandoci per lo
show… con Margareta, la mia prima moglie, che batteva una
lettera alla macchina da scrivere. Comunque sia, la buona notizia
è che esiste… altrimenti come avresti potuto
ascoltarla (ride)?
Janis era fantastica, davvero fantastica. Sono stato fortunato a
suonare con lei. Era una donna diretta, veniva dal Texas ed era
diversa da qualunque persona da me incontrata sino a quel
giorno… se qualcosa di te non le andava a genio, eri il primo
a saperlo. Immediatamente (sorride)! Con questo non intendo dire
che fosse cattiva, non lo era affatto… lei era molto forte,
semplicemente, e le proprie opinioni non amava tenerle per
sé. Janis è stata una delle più grandi
cantanti di tutti i tempi.

MB: Jack, il tuo stile al basso è stupefacente e
ti va riconosciuto il merito di essere stato tra i primi a portarlo
fuori dalla sezione ritmica all’interno della quale era
tradizionalmente confinato. In più, è accreditato in
una delle più belle e famose canzoni della storia del rock:
“Voodoo Child”, di Jimi Hendrix, nella versione contenuta in
“Electric Ladyland” del ’68…
JC: C’è un
elemento di cui bisogna tener conto, ovvero l’attitudine dei
musicisti a ritrovarsi e suonare insieme, di tanto in tanto. Stiamo
parlando di altri tempi e, non esistendo attrezzature come il
registratore digitale che hai davanti a te, veniva naturale farlo
in uno studio. Quell’evento specifico è stato assolutamente
fortuito e reso possibile da una serie di coincidenze: i Jefferson
Airplane erano a New York e dopo il nostro show – televisivo, credo
– andammo a sentire Steve Winwood e la sua nuova band, i Traffic,
anche loro in città. Jimi Hendrix si prese una pausa dalle
sue registrazioni, c’incontrammo tutti quanti e tornammo in studio
con l’idea di passare un po’ di buon tempo. Verso le 7:30 del
mattino Jimi disse «Suoniamo un blues insieme!». Niente
di più. Non credo ci fosse l’intenzione di includere il
pezzo nell’album, ma dopo un paio di settimane ricevetti una
telefonata, mi chiesero il permesso di farlo e risposi
«Certo!». Molte cose capitano semplicemente
perché è divertente farle.

MB: Che ricordo hai di quelle sessioni?
JC: Ricordo ogni singolo minuto di quella giornata (ride)! Ci siamo
divertiti, siamo andati avanti per tutta la notte… eravamo
giovani e potevamo reggere! Conoscevo Jimi e Mitch Mitchell, per
via del fatto che Bill Graham era il nostro manager a San
Francisco, era un buon amico con cui avevo suonato spesso. Tra i
musicisti che gravitavano intorno al Fillmore era normale si
venissero a creare rapporti personali, specialmente in occasione di
festival o sistemazioni comuni.

MB: Gli anni ’60 hanno diffuso la stagione psichedelica
da costa a costa, stimolando gli artisti all’esplorazione delle
nuove frontiere. Stiamo parlando di un periodo tanto significativo
per la creatività da essere forse irripetibile e di cui i
Jefferson Airplane furono una delle band più
rappresentative. Come ci si sentiva a stare al centro di tutto quel
fermento?
JK: Be’, è ovvio che finché sei
nel bel mezzo di qualcosa non ne hai la stessa percezione di quando
ti trovi a ripensarci, ma certo è stato molto eccitante. Ora
come ora però non saprei dire quanto sia stato creato di
davvero nuovo, ad eccezione dei lunghi assoli che oggi associamo
alle jam bands di allora: quelle cose per i jazzisti saranno anche
state la norma, ma registrarle era una novità. Diciamo che
se vogliamo considerare gli anni ’50 di Eisenhower in bianco e
nero, col decennio successivo arrivò il colore. Fu un
periodo davvero più felice e libero.
Per quanto concerne la creatività… sino a quel momento
se avevi il tuo materiale ed entravi in contatto con una casa
discografica, prima di cominciare a fare sul serio ti veniva detto
cosa suonare. Non è stato così per noi e molti dei
nostri contemporanei, quando si è trattato di registrare
abbiamo fatto davvero ciò che volevamo. Prima un artista
poteva anche andarsene in giro con una propria band, ma se metteva
piede in uno studio ne trovava lì pronta una diversa ad
aspettarlo. Il sistema cambiò completamente, insomma.
È abbastanza interessante che, parlando del country, ad
abbattere quella barriera sia stato Merle Haggard, tra i primi a
incidere con la sua formazione e non con la gente di Nashville. Lo
stesso avrebbero fatto i musicisti rock.

MB: La musica oggi sembra essere molto più
omologata rispetto ad allora, secondo voi qual è la
ragione?

JK: Siamo tutti in attesa della prossima Grande Cosa e, se solo
sapessi immaginarla, sarei io a farla. Più che rock ‘n’ roll
contemporaneo ascolto bluegrass e cose simili… ma non
assistiamo a una vera svolta da molto tempo, ormai. Credo si tratti
solo di una questione commerciale legata al business… però
prima o poi qualcosa accadrà, e spero di esserne parte.

MB: Avete partecipato ai più importanti eventi
musicali della nostra storia: Monterey, Woodstock… qualcosa
andò storto ad Altamont, Marty Balin fu colpito sul palco e
credo che il documentario “Gimme Shelter” sia il più
inquietante che mi sia mai capitato di vedere. Vi va di parlare di
quei giorni?
JC: La causa del disastro che oggi
Altamont rappresenta fu una cattiva organizzazione. I giornalisti
poi si son dati un gran daffare a contrapporre la positività
di Woodstock alla negatività di Altamont, con il solo
risultato di conferire a quel concerto più rilevanza di
quanta ne avrebbe meritata. Se oggi è una sorta di simbolo
è anche grazie al loro lavoro, forse dovremmo semplicemente
dimenticarcene.
Riguardo i fatti in sé, la sede fu cambiata all’ultimo
momento… il resto della storia lo conoscono tutti. Ed
è davvero così che andò.
JK: C’erano diverse band importanti, ma l’attrazione principale
erano i Rolling Stones e il loro nome ha un enorme impatto
mediatico… dubito che in loro assenza la tragedia avrebbe
assunto una tale importanza. Non intendo negarne la gravità,
ma se oggi ce ne ricordiamo è perché la si associa
agli Stones. In occasione di un concerto degli Who a Cincinnati
morirono 11 ragazzi per il crollo di una tribuna… ma non se
ne parlò a lungo.

MB: Lo chiedo perché fa una certa impressione
vedere i Jefferson completamente circondati da quella gente armata
di bastoni…

JK: E pensa che io e Jack non abbiamo mai smesso di suonare
(ride)!

MB: I rivoluzionari di ieri sono la classe dirigente di
oggi… e abbiamo un movimento no-global in continua crescita.
Vedete qualche similitudine?
JK: Questa è la
vita, no? Jack una volta disse: «Più invecchi e
più diventi conservatore, perché hai più cose
da conservare.». Non sarà sempre vero, ma trovo che
sia un’affermazione molto profonda. Diciamo che stiamo aspettando
la nuova onda, e che qualcosa accadrà.
JC: L’interazione con internet e la comunicazione determina
cambiamenti a livello globale che tutti sono in grado di osservare
dall’esterno, e ora hanno un loro ruolo persino i popoli di nazioni
i cui confini prima erano particolarmente chiusi. L’informazione
è davvero la chiave. A volte è cattiva informazione o
addirittura disinformazione… ma scorre come un fiume, vedremo
se ci ritroveremo in balia delle rapide o se sarà in grado
di elevare la nostra società a un luogo migliore in cui
vivere.

MB: Che mi dite dell’esperienza del “Fur Peace Ranch” a
Pomeroy, Ohio? Nel cuore delle colline degli Appalachi avete
costruito un riferimento per tutti i musicisti e gli appassionati
di musica roots!

JC: Quello è il Nirvana!
JK: È un Paradiso. Abbiamo questo ranch nella parte
sud-orientale dell’Ohio, con una piccola scuola di musica aperta da
marzo a novembre dove cerchiamo di preservare e rendere accessibile
la musica tradizionale tenendo seminari di banjo, chitarra, basso e
altro.
La fattoria è completamente isolata dalle altre, quindi una
volta là non puoi fare altro che suonare… in questi
tempi di stress è un buon posto in cui scrollarsi di dosso
il resto del mondo!

MB: “Live at New Orleans House” e “Uncle Sam Blues”:
qualcuno non sarebbe disposto a scommettere sul titolo… ma
tutti ricordano la “canzone col bicchiere che vola”! Nei vostri
dischi, e mi riferisco ai live come alle registrazioni in studio,
avete la capacità di catturare quella particolare
spontaneità che si tende ad associare alla musica
roots.
JC: Ci proviamo, a noi è così che
piace. E Barry, quando si è unito a noi 7 anni fa, ha
portato con sé molto materiale che è finito nel
repertorio degli Hot Tuna. Il pubblico ama vedere quel tipo
d’onestà su un palco, e lo trova guardandoci interagire
eseguendo le canzoni in modo forse un po’ diverso ogni sera, ma
sempre rispettoso dello spirito originario.
JK: C’è qualcosa di eccitante nella musica dal vivo e ogni
volta che ti trovi in studio riprodurre quella sensazione è
una sfida… a volte il risultato è soddisfacente, altre
meno.
In “Blue Country Heart” il produttore non ha voluto alcun
rimaneggiamento, suonavamo separati e nemmeno ci siamo incontrati,
ma quei ragazzi sapevano il fatto loro.

MB: Che mi dici di “River of Time”, il nuovo album? Sei
spalleggiato da una formazione davvero notevole, Levon Helm in
testa.

JK: “River of Time” è prodotto da Larry Campbell, un
musicista brillante e il tipo d’uomo che, con chiunque si trovi a
lavorare, sa sempre esattamente cosa fare.
Abbiamo avuto bisogno di alcune sovraincisioni, ma perlopiù
siamo andati in presa diretta… abbiamo cercando di mantenere
quella sensazione “live” che è l’essenza stessa dell’album.
Prendi Levon: è arrivato, si è seduto, ha fatto quel
che doveva fare e… buona alla prima!
Solo lavorando con le persone giuste puoi ottenere la giusta
alchimia, qualcosa di magico altrimenti impensabile.

Varese, 25 luglio 2009 ©Massimo Baraldi
www.massimobaraldi.it

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