Coronavirus

La cartolina dei Selton. Dall’isolamento nasceranno tanti progetti e nuova musica

Anche le circostanze più difficili si possono affrontare col sorriso. Parola dei Selton, band brasiliana di nascita e milanese d’adozione. Ecco la loro cartolina.

Hanno iniziato la loro carriera musicale al Parc Güell di Barcellona, dove suonavano il repertorio dei Beatles seduti su una panchina. Oggi i Selton  Ramiro Levy (chitarra, voce e ukulele), Eduardo Stein Dechtiar (basso e cori) e Daniel Plentz (batteria e percussioni, chitarra e cori) – sono radicati a Milano, stanno lavorando al loro sesto disco e nell’arco dell’ultimo decennio hanno calcato i palchi di tutt’Italia, facendosi apprezzare per il loro eclettismo, il loro mood solare e i loro testi fantasiosi che mischiano italiano, inglese e portoghese.

Nelle giornate surreali in cui la città è deserta per le rigide misure di contenimento del coronavirus, abbiamo raggiunto su Skype Ramiro Levy, che sta trascorrendo il periodo di isolamento nel quartiere che la band ha ribattezzato “Loreto Paradiso“, con buona pace dell’immaginario comune che lo vuole un po’ triste e grigio. Ci ha raccontato cosa significa, per un gruppo che ha fatto della condivisione la propria cifra distintiva, trovarsi all’improvviso a vivere questa fase di stallo e solitudine. E quali sono gli spunti positivi da trasformare in musica e nuove idee per il domani.

Selton, Brasile
I Selton sono originari di Porto Alegre, in Brasile, ma vivono a Milano da oltre dieci anni © Giulia Rosco

Com’è la situazione nella vostra città?
Qui a Milano la situazione è molto particolare, secondo me ci renderemo conto solo più avanti di quello che stiamo vivendo. Per dire, l’altro giorno sono andato al supermercato e per la prima volta ho indossato la mascherina: anche se l’avevo già vista addosso agli altri, quando me la sono messa io è stata una sensazione assurda, da fine del mondo. Noi almeno abbiamo la fortuna di vivere in un palazzo di ringhiera, che ci permette di vedere altre persone, salutare i vicini.

Lei viene dal nord, lui viene dal sud, cerchi a Loreto il paradiso anche tu. Far away from the sea for the rest of my life, no island is just paradise.Loreto Paradiso, Selton

Come state trascorrendo le vostre giornate?
In realtà in questo periodo ci teniamo molto occupati, perché prima che partisse il decreto eravamo in studio a ultimare il nostro nuovo disco. Per fortuna eravamo già a buon punto e avevamo già fatto le cose più impegnative – come registrare le batterie e le chitarre – quindi siamo riusciti a organizzarci per portare il lavoro nel nostro home studio. Ora, da casa, stiamo rifinendo le voci, sistemando i testi, facendo un po’ di post-produzione e di mix, collaborando a distanza con il produttore. Questa è un’altra fortuna: con il disco da finire, abbiamo molto da fare e da progettare.

In che modo state coniugando questo isolamento con il vostro lavoro?
Per fortuna io e Daniel viviamo nello stesso palazzo e quindi riusciamo a comunicare di più. Dudu (Eduardo, ndr) vive sempre a Nolo (North of Loreto, ndr) ma in un altro palazzo, quindi siamo sempre collegati su Skype. Abbiamo trovato il nostro modo per portare avanti le cose. Credo che in questo momento sia molto importante continuare comunque a progettare, a fare. Già la situazione è molto pesante psicologicamente: se non hai degli obiettivi, diventa ancora più difficile.

Cosa vedi dalla finestra di casa Selton?
Vedo un bellissimo cortile, perché Casa Selton si trova nel classico palazzo milanese di ringhiera. Per noi è diventata una tradizione organizzare una festa qui a ogni uscita di disco. Per Loreto Paradiso abbiamo portato tre tonnellate di sabbia per creare una spiaggia, con palme e sedie a sdraio. Proprio l’altro giorno era l’anniversario e ci ha fatto un po’ di impressione guardare lo stesso cortile dove quattro anni fa erano passate duemila persone, e vederlo vuoto. Allora abbiamo fatto la nostra prima diretta su Instagram, a sorpresa, senza avvisare nessuno. È stato molto bello perché i vicini hanno iniziato ad affacciarsi piano piano, la diretta si è trasformata in una sorta di concerto per loro e alla fine erano tutti sui ballatoi. Dopo siamo rimasti tutti lì a parlare, ciascuno fermo davanti alla sua porta, come se fosse un grande salotto. Ci siamo resi conto di quanto le persone abbiano bisogno di contatti con gli altri.

Pensi che, quando la situazione tornerà alla normalità, ci saranno grandi cambiamenti nel nostro modo di vivere?
Spero davvero di sì, spero che per tutti noi questa sia la volta buona per prendere coscienza di tante cose. Ci sono tanti input che secondo me possono essere incorporati al nostro modo di vivere. Banalmente, se ogni azienda facesse lavorare i dipendenti da casa almeno un paio di volte alla settimana, ridurremmo tantissimo le emissioni. Credo anche che tutta questa distanza e questa solitudine ci portino a cercare ancora di più i nostri contatti lontani. Mi sembrano piccole cose molto positive. È vero che l’essere umano tende a dimenticare tutto troppo facilmente, però è arrivato un momento in cui dobbiamo cambiare stile di vita. Spero che questo grande schiaffone che ci ha dato la natura – perché alla fine è lei che comanda – ci faccia almeno imparare un bel po’ di cose.

Qual è la prima cosa che ti piacerebbe fare quando tutto questo sarà finito?
Una cena con gli amici, questa sicuramente è la prima cosa! Poi vorrei tanto andare al mare, correre all’aperto, sdraiarmi sotto il sole. L’aria, ecco cosa mi manca tanto.

In questo periodo tutti (compresi gli artisti) siamo “costretti” a usare ancora di più i social. Che rapporto avete con questi media?
Noi facciamo parte di una generazione che non è nata coi social, abbiamo imparato a usarli strada facendo. Ovviamente ci divertiamo e proviamo a sfruttarli nel migliore dei modi, ma notiamo una differenza rispetto ad altri artisti che già li usavano da ragazzini e sono “influencer naturali”. Noi in questo senso siamo un po’ timidi: ci piace condividere, ma preferiamo selezionare di più senza comunicare costantemente la nostra vita, perché ci piace mantenere un minimo di poesia.

Ascolta la playlist realizzata dai Selton per LifeGate su Spotify

Nelle vostre canzoni è centrale il tema del viaggio e dell’incontro tra culture. Questa condizione di isolamento sta facendo nascere qualche nuova riflessione che un domani magari diventerà musica?
Sì, in verità sì. Anche se il disco era già praticamente chiuso, in questi ultimi giorni abbiamo scritto una nuova canzone perché sentivamo il bisogno di parlare di quello che stiamo vivendo adesso. Vedremo…

Suonate insieme da più di dieci anni in cui siete cambiati molto, ma è rimasto sempre costante un atteggiamento positivo e sorridente. È una cosa che vi viene naturale o è un messaggio che volete lanciare a chi vi segue?
Ci viene assolutamente naturale. Quando siamo arrivati in Italia abbiamo fatto un po’ di fatica a comunicarlo, perché il nostro primo disco in italiano (Selton, 2010) è uscito nel periodo di Vasco Brondi, Dente e Afterhours, che proponevano una musica molto cupa. Tanti ci prendevano quasi per scemi, ma con il tempo abbiamo provato a far capire che il sorriso non equivale a essere superficiale, anzi, serve tante profondità per riuscire a essere positivi. Ti guardi attorno e vedi che il mondo sta cadendo a pezzi, ma riesci comunque a chiederti “Io cosa posso fare di buono?”. Credo che questo atteggiamento sia dovuto anche al nostro bagaglio brasiliano. Gli italiani hanno un po’ la tendenza a lamentarsi, mentre in Brasile ci sono persone che vivono nelle favelas ma comunque, appena ne hanno l’occasione, escono a cantare e ballare con gli amici per strada. È un qualcosa che si respira nell’aria.

Selton, Manifesto Tropicale
Il disco più recente dei Selton è Manifesto Tropicale (2017), liberamente ispirato al Manifesto Antropofago del poeta brasiliano Oswald De Andrade © Giulia Rosco

Hai già detto che c’è un disco in lavorazione, dobbiamo aspettarci qualche novità nei prossimi mesi?
In questo momento i tempi sono un mistero per tutti, ma stiamo ultimando il nostro nuovo disco e ne siamo molto contenti, perché è davvero particolare ed è anche il primo con la nuova formazione. Abbiamo scelto di realizzarlo insieme a produttori diversi, in parte in Italia e in parte in Brasile. Anche se è un disco super collettivo in cui abbiamo scritto tantissimo insieme, c’è più spazio per ognuna delle nostre tre personalità. Prima era tutto un po’ più annacquato, ora invece c’è più Daniel, ci sono più io e c’è più Dudu, e al tempo stesso siamo ancora di più un gruppo. Per noi è stato un processo incredibile di riscoperta, è come se fossimo una nuova band.

 

 

 

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Di recente avete collaborato con tanti artisti (Dardust, Malika Ayane, Francesca Michielin ecc). Cosa vi è rimasto da queste esperienze? È una strada che volete continuare?
Ci è sempre piaciuto collaborare con gli altri. Da quando siamo arrivati in Italia abbiamo suonato con Enzo Jannacci, Daniele Silvestri, Dente, più di recente con Marco Mengoni e Francesca Michielin. Visto che la nostra band già di per sé è una contaminazione di tante cose, l’idea di fare musica con altre persone ci piace tantissimo perché ci permette di imparare tanto. Anche nel disco ci saranno alcune partecipazioni molto interessanti, ma non posso ancora anticipare nulla!

 

Foto in apertura © Giulia Rosco
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