Covid-19

Dall’Amazzonia alle vette dell’Himalaya, la pandemia non ha risparmiato nessuno

Geograficamente isolati e assenti dalle statistiche, i popoli indigeni pagano a caro prezzo la pandemia. Accade nell’Himalaya come in Brasile.

Per definizione, si parla di pandemia quando una malattia infettiva si diffonde rapidamente in vaste aree del Pianeta, contagiando un grande numero di persone. La Covid-19 risponde alla perfezione a questo identikit. Se è vero che i confini sono totalmente incapaci di arginare il virus, però, è vero anche che spesso e volentieri fanno la differenza nel modo in cui viene gestito. Nel bene e nel male. Ne è la prova il fatto che, mentre i paesi occidentali mettono il turbo alla campagna vaccinale, nei luoghi più remoti del Pianeta i popoli indigeni siano vulnerabili e dimenticati. Accade nelle vette dell’Himalaya così come nel cuore della foresta amazzonica.

L’isolamento dei villaggi dell’Himalaya

Un reportage del Guardian ci accompagna fino a Pagna, sperduto villaggio dell’Himalaya che un tempo era una meta vacanziera per i colonialisti britannici. Le notizie drammatiche in arrivo dalle metropoli indiane hanno destato parecchia preoccupazione tra i 16mila abitanti della vallata, che possono fare affidamento solo su due centri medici sottodimensionati. L’ospedale più vicino, nella città di Gopeshwar, dista una quarantina di chilometri. Un’enormità, considerato che le strade non sono asfaltate e un taxi impiega circa 2 ore a fronte di una tariffa di circa 60 euro, esorbitante per i magri stipendi degli abitanti della zona. Circa otto abitanti della vallata su dieci hanno mostrato sintomi influenzali nelle ultime settimane, curandoli con tisane alle erbe e coi pochi farmaci disponibili. Fortunatamente per ora non sono stati segnalati decessi per Covid-19, ma la tensione resta palpabile.

villaggi dell'himalaya
Gli abitanti di alcuni villaggi dell’Himalaya impiegano ore per raggiungere l’ospedale più vicino © Rish Agarwal/Unsplash

Amazzonia, si teme per le tribù incontattate

Luisa dos Santos Lobato. È questo il nome della prima persona indigena ufficialmente morta per Covid-19 in Brasile. Era il 19 marzo 2020, fa sapere Survival international. Hanno subìto la stessa sorte anche personalità di rilievo come Aritana Yawalapiti, capo della comunità degli Yawalapiti, Paulinho Paiakan del popolo Kayapó, e Amoim Aruká, ultimo superstite maschio del popolo Juma.

Stando a uno studio indipendente commissionato dal Coordinamento delle organizzazioni indigene nell’Amazzonia brasiliana (Coiab), i dati ufficiali diffusi dal governo di Brasilia sono decisamente parziali. Uno dei loro maggiori limiti sta nel tenere in considerazione solo i popoli che vivono nei territori indigeni ufficialmente riconosciuti, tagliando fuori quel 36 per cento che abita in aree urbane. Per la precisione, i morti sarebbero 670 (e non 330 come comunicato dal governo) e i contagi 25.356 (e non 22.127). Cosa ancora più allarmante, il tasso di mortalità degli indigeni è più alto del 110 per cento rispetto alla media nazionale. Particolarmente vulnerabili sono le tribù incontattate, cioè quelle che non hanno alcun contatto con la civiltà moderna. Da qui l’appello a proteggerle istituendo appositi check point sanitari.

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