Le piccole iene degli Afterhours

Lunga e ricca di eventi la carriera degli Afterhours; l’abbiamo seguita dalla melodia agrodolce di “Pop kills your soul”, la versione italiana di “Ossigeno”, e poi “strategie”, lo stupore di fronte alla grandezza di “Hai paura del buio?” e poi “Non è per sempre”, “Quello che non c’è” del 2012 fino ad arrivare a “Ballate per piccole iene”.

Chi sono queste piccole iene?

“Ballate per piccole iene” è un album che ha a che fare
con la presa di coscienza dell’esistenza della mediocrità.
Le iene mi sembravano gli animali più vicini a quello che
avevo in mente: persone che fanno tutto solo per convenienza ma in
realtà sono fintamente felici, ridono in modo falso
approfittandosi delle situazioni di debolezza degli altri.

Intervista agli Afterhours

 

Qual è il collegamento, se esiste, tra il
precedente album, “Quello che non c’è”, e “Ballate per
piccole iene”?

G. Il punto di collegamento è rappresentato dai testi
di Manuel. Da “Quello che non c’è”, che parlava della
mancanza di punti di riferimento, si passa a “Ballate per piccole
iene” in cui è emersa la consapevolezza definitiva di questa
mancanza, insieme a una forma di accettazione di questa situazione.
Si traduce in un disco più d’impatto, più rabbioso
rispetto a “Quello che non c’è” che è maggiormente
riflessivo.

M. Sono due dischi molto scuri, però questo è
molto più reattivo, più frizzante, come dice Giorgio,
è molto più rabbioso; fatto di una rabbia forse
più disperata, dovuta proprio alla presa di coscienza che
certe domande che ci facevamo là, non hanno avuto
risposta.

 

L’industria discografica sembra gravemente malata,
almeno in Italia. Così dicono. Potrebbe essere l’occasione
per radere tutto al suolo e ripartire da zero, anzi, dalla
musica?

C’era questo ideale nichilista all’inizio del punk:
“Distruggiamo tutto perché tutto è *****, se non lo
distruggiamo non cambierà mai”; un po’ quello che succede
nei cicli delle guerre. Radere al suolo e ricominciare. E’ un
grosso pericolo: non ho ancora visto grandi passi in avanti nel
ricominciare. Fino ad ora ricominciare non è stato ripartire
veramente da zero. Sono molto scettico sul fatto di radere al suolo
tutto e… ricominciare da cosa?

 

E sul versante musicale?

Ci sono dei buchi di creatività dovuti a una crisi
profonda, e non funziona niente; quindi gli standard crollano,
perché se non funziona nulla è inutile dipendere
dagli standard che ti vengono imposti. Anche nella testa della
gente dovrebbe esserci più libertà di fare veramente
quello che si vuole con la musica, è una nostra occasione.
Qualcuno lo sta facendo, però vedo che nel novanta percento
dei casi è un’occasione persa.

 

Chi dovremmo tenere sott’occhio nella musica in
Italia?

Gli One Dimensional Man è uno dei gruppi che sta
facendo un discorso più naturale, ricco di grande talento,
con rimandi agli anni ’80, però gli anni ’80 che preferisco.
Anche i Perturbazione, che sono della nostra stessa “scuderia”,
fanno cose molto delicate senza essere post-rock, leggere ma non
innocue, non svuotate da certi contenuti carnali che sono
ciò che mi emoziona di più nella musica.

 

Anche noi crediamo fortemente che “Vivere male prima o
poi ci fa male”. Che cosa può scatenare un cambiamento visto
che avvengono solo “Rivoluzioni che non fanno male”?

Non c’è rivoluzione che valga, le rivoluzioni sono solo
un momento di esaltazione collettiva e forse servono solo ad
alimentare la speranza che servano a qualcosa, ma dalle rivoluzioni
che sono avvenute non vedo un fine. Vedo solo un’ulteriore
regressione. Il cambiamento anche nelle nostre vite può
essere fatto solo quotidianamente, comunicando le nostre
esperienze. Che è poi quello che cerchiamo di fare tutti,
chi in piccolo, chi in grande.

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