In Iran la repressione continua. Nuova condanna per la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi

Narges Mohammadi è stata condannata a sette anni di carcere per il suo attivismo contro il regime dell’Iran. Prosegue intanto la repressione nel paese dopo le proteste di inizio anno.

La premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi è stata condannata ad altri sette anni di carcere da un tribunale dell’Iran. Mohammadi, già condannata a tredici anni per il suo attivismo per i diritti delle donne nel paese, era stata scarcerata a fine 2024 per motivi di salute ma lo scorso dicembre era stata nuovamente arrestata. Per diversi giorni ha portato avanti uno sciopero della fame e non le viene consentito di mettersi in contatto con la famiglia. Intanto il regime iraniano continua la sua repressione dopo le proteste che a inizio gennaio hanno scosso il paese, mentre sono ripresi i colloqui con gli Stati Uniti.

L’arresto di Narges Mohammadi

Narges Mohammadi è nata nel 1972 nella città di Zanjan in Iran, e sin dai tempi dell’università si è battuta per i diritti delle donne e dei prigionieri politici nel suo paese, oltre che per l’abolizione della pena di morte. Nel novembre 2021 è stata imprigionata nel carcere di Evin, a Teheran, a causa del suo attivismo e le è stata comminata una pena superiore a tredici anni per collusione contro la sicurezza dello Stato e propaganda contro il governo.

Anche durante la prigionia Mohammadi è riuscita a far sentire la propria voce, in particolare nell’autunno 2022 quando ha sostenuto le proteste anti-regime nel paese a seguito dell’uccisione da parte della polizia religiosa di Mahsa Amini. Nell’autunno 2023 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace per “la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e la sua lotta per promuovere i diritti umani e la libertà per tutti”.

Nel tempo Mohammadi ha avuto problemi di salute in carcere a causa di una malattia alle ossa. Per questo motivo, a dicembre 2024 il regime iraniano ha deciso di sospendere la sua pena per tre settimane, facendola uscire dal carcere. Alla fine, grazie anche alle pressioni internazionali, Mohammadi non è tornata in stato prigionia. Fino allo scorso dicembre, quando è stata nuovamente arrestata durante una cerimonia commemorativa per Khosro Alikordi, un avvocato sul cui decesso gli attivisti per i diritti umani, Mohammadi compresa, chiedevano alle autorità di fare chiarezza.

Una nuova condanna

A un anno dalla liberazione, Mohammadi è tornata così in un carcere gestito dai Guardiani della rivoluzione, il corpo armato del regime dell’Iran. Da quel momento non le è stato più permesso di mettersi in contatto con la famiglia e le uniche informazioni disponibili sono quelle, saltuarie, raccolte dal suo avvocato.

A inizio febbraio la premio Nobel per la Pace ha iniziato uno sciopero per la fame “per protestare contro la sua detenzione illegale e le terribili condizioni in cui è tenuta”, ha evidenziato la fondazione che porta il suo nome. I familiari hanno lanciato l’allarme sulle sue condizioni precarie di salute e sull’urgenza di garantirle cure e riportarla in libertà. L’8 febbraio, però, un tribunale iraniano le ha comminato una nuova condanna a sette anni di carcere, che si aggiunge a quella a tredici anni che sta già scontando. “È stata condannata a sei anni di carcere per associazione a delinquere e collusione, a un anno e mezzo per propaganda e a due anni di divieto di viaggio”, ha dichiarato il suo avvocato. Le autorità iraniane, per il momento, non hanno commentato la nuova sentenza.

Repressione e negoziati

La condanna contro Narges Mohammadi, una delle voci più forte in Iran per quanto riguarda i diritti umani, arriva in parallelo alla forte repressione in atto nel paese dopo le proteste delle scorse settimane.

Le manifestazioni erano iniziate negli ultimi giorni del 2025 a causa delle difficili condizioni economiche, aggravate dall’inasprimento delle sanzioni internazionali dopo il breve conflitto dello scorso giugno con Israele. I primi a protestare erano stati i commercianti del mercato di Teheran ma con il passare dei giorni le manifestazioni si erano estese alle università e al resto della popolazione, coinvolgendo decine di città e trasformandosi in una sollevazione popolare contro il regime. Quest’ultimo aveva bloccato l’accesso a internet e represso duramente le proteste in un modo senza precedenti nella storia del paese. Non si è mai arrivati, finora, a un bilancio definitivo ma le stime parlano di oltre 30mila morti.

Negli ultimi giorni il regime ha messo gli occhi sulle persone che, in qualche modo, potrebbero aver dato sostegno ai manifestanti, o anche solo averli coperti. Tra questi i medici e il personale sanitario, accusato di aver registrato diversi feriti con nomi falsi e di aver fornito cure a domicilio per evitare che le persone che si recavano in ospedale potessero essere arrestate dalle guardie rivoluzionarie a presidio degli edifici. Sono state arrestate decine di persone impiegate nel mondo della sanità e il bilancio degli arresti dall’inizio delle proteste avrebbe superato quota 50mila, tra cui diverse figure politiche più riformiste. Intanto il 6 febbraio, in Oman, sono ripresi i colloqui tra il governo iraniano e gli Stati Uniti. Al centro delle discussioni c’è la repressione attuata dal regime nel paese, dopo le minacce di Trump di un intervento militare, ma anche la questione del nucleare.

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