Cosa sta succedendo in Iran, dove le repressioni non fermano le proteste contro il regime

Da fine dicembre in Iran sono esplose profonde proteste. La miccia è stata la crisi economica ma ora i manifestanti chiedono la fine del regime, che ha risposto con la violenza.

La repressione del regime dell’Iran contro le proteste di piazza si fa sempre più violenta. Le manifestazioni sono iniziate negli ultimi giorni del 2025 a causa delle difficili condizioni economiche in cui versa il paese, messo in ginocchio da un inasprimento delle sanzioni internazionali dopo il breve conflitto dello scorso giugno con Israele. I primi a protestare sono stati i commercianti del mercato di Teheran ma con il passare dei giorni le manifestazioni si sono estese alle università e al resto della popolazione, coinvolgendo decine di città. Le autorità iraniane hanno bloccato l’accesso a internet e hanno represso nel sangue le proteste, con il bilancio provvisorio che parla di oltre 500 morti e 10mila persone arrestate. E dopo il blitz in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, ora il presidente statunitense Donald Trump sta valutando di intervenire militarmente anche in Iran.

L’origine delle proteste in Iran

Le proteste in Iran sono cominciate il 28 dicembre. A innescare la miccia è stata l’ennesima svalutazione del rial, la moneta iraniana, che si inserisce in una crisi economica che va ormai avanti da parecchio tempo.

Lo scorso giugno l’Iran è stato impegnato in un breve conflitto con Israele, a sua volta sostenuto dagli Stati Uniti. La “Guerra dei 12 giorni” si è contraddistinta per operazioni aeree contro apparati e personalità politiche militari dell’Iran, che a sua volta ha risposto con massicci attacchi missilistici e di droni contro Israele. Questo confronto ha portato a un inasprimento delle sanzioni internazionali contro Teheran, in particolare quelle degli Stati Uniti e dell’Onu. Questo ha messo in difficoltà un’economia già di per sé poco prestante e la conseguenza diretta è stata il crollo della moneta locale e l’impennata dell’inflazione.

Nel secondo semestre del 2025 il rial ha perso il 56 per cento del suo valore e questo si è tradotto in un aumento pesante del costo dei beni, soprattutto quelli alimentari. L’aumento dell’inflazione nel 2025 è stato del 50 per cento rispetto all’anno prima e nel comparto dei beni alimentari l’incremento è stato addirittura del 70 per cento. La conseguenza è che la popolazione ha iniziato a spendere molto di più per comprare cibo e che i commercianti hanno iniziato a guadagnare sempre meno visto che anche i prezzi all’ingrosso sono aumentati vorticosamente. Di fronte all’ennesima svalutazione del rial, a fine dicembre i commercianti del mercato di Teheran hanno messo in atto prime sporadiche proteste contro il governo.

Migliaia di persone in piazza

All’inizio il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha mostrato una certa comprensione per le proteste. Ha respinto la posizione di chi attribuiva le manifestazioni a una regia estera, in particolare gli Stati Uniti, e ha sottolineato come il governo debba essere considerato l’unico responsabile della difficile situazione economica in cui versa il paese. Per questo ha annunciato alcune piccole riforme, come una ridefinizione del contestato sistema di sussidi ai dipendenti pubblici per alleggerire il tasso di cambio e un aumento degli stipendi. Ma nel frattempo le proteste si sono allargate alle università e al resto della popolazione, non limitandosi più alla sfera economica ma trasformandosi in una contestazione diffusa del regime come non si vedeva dagli anni 2022-2023, la stagione delle proteste scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini.

Migliaia di persone da oltre due settimane scendono in strada nella capitale Teheran e in altre città del paese invocando il rovesciamento del regime. I muri degli edifici si sono riempiti di scritte contro la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, e le altre principali autorità del paese, in strada si bruciano le immagini della classe dirigente ed è stato dato l’assalto agli uffici governativi. Con l’intensificarsi delle proteste le alte autorità del paese hanno messo da parte l’approccio accomodante dei primi giorni. I manifestanti sono stati bollati come nemici interni guidati da paesi stranieri, internet è stato bloccato per impedire l’organizzazione delle manifestazioni ed è iniziata una dura repressione da parte della polizia e delle forze di sicurezza.

Un bilancio drammatico

Le poche informazioni che sono uscite dall’Iran in questi giorni di blocco di internet hanno permesso di ricostruire in parte la drammaticità della situazione. Il New York Times ha confermato la veridicità di alcune immagini che mostrano sacchi pieni di cadaveri fuori dal Centro di diagnostica forense di Kahrizak, una cittadina alla periferia di Teheran. Intorno a loro diverse persone, probabilmente amici e familiari, sono stati ripresi mentre ravanavano tra i corpi per individuare i loro cari scomparsi.

Altri video verificati da Bbc e dai principali media internazionali mostrano le forze di sicurezza sparare contro i manifestanti ad altezza uomo dai ponti o negli scontri per strada. Skylar Thompson, vicedirettore dell’organizzazione per i diritti umani HRANA, ha detto che gli ospedali sono così pieni di morti e feriti che hanno dovuto respingere i nuovi arrivi. Ad altre persone gravemente ferite sono state negate le cure in ospedale e sono state trasferite nei centri di detenzione del paese. Secondo le poche informazioni disponibili sono almeno 10mila le persone già arrestate nelle proteste di questi giorni. L’ong HRANA parla di circa 500 manifestanti uccisi e della morte di circa 50 membri del personale di sicurezza. Proprio per questi ultimi le autorità dell’Iran hanno decretato tre giorni di lutto nazionale, accusando i manifestanti di terrorismo.

Le minacce di Trump

Mentre il regime iraniano ha accusato gli Stati Uniti di aver avuto un ruolo nell’intensificarsi delle proteste delle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno detto di essere pronti a intervenire militarmente nel paese se le violenze dovessero andare avanti.

“L’esercito ci sta pensando e stiamo valutando alcune opzioni molto valide”, ha risposto Donald Trump ai giornalisti che gli chiedevano se, dopo l’intervento in Venezuela con la cattura dell’ormai ex presidente Nicolás Maduro, gli Stati Uniti potrebbero intervenire anche in Iran. Nella giornata del 12 gennaio è stata fissata una riunione tra il presidente statunitense e i suoi consiglieri per mettere tutte le opzioni sul tavolo e capire come muoversi. 

L’Iran, dal canto suo, ha fatto sapere per voce del presidente del parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, che “in caso di attacco all’Iran, i territori occupati (Israele) e tutte le basi e le navi statunitensi saranno il nostro obiettivo legittimo”. Sulla situazione nel paese ha preso parola anche il Segretario dell’Onu, António Guterres, che ha intimato alle autorità iraniane di cessare l’uso della forza contro i manifestanti.

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