Le donne nigeriane che stanno salvando il Santuario della fauna selvatica del Monte Afi

Un collettivo di donne in Nigeria sta contrastando le attività illegali, portate avanti da uomini, nell’area protetta. E il modello si sta diffondendo in altri villaggi.

Nel sud-est della Nigeria c’è una riserva naturale che ospita specie rare e a rischio di estinzione. Si chiama Santuario della fauna selvatica del monte Afi e tra la sua vegetazione si possono trovare il gorilla del Cross River, tra i primati più rari al mondo, ma anche scimpanzé e numerose altre specie animali. Negli ultimi anni però il disboscamento illegale, la caccia e l’inquinamento dei fiumi hanno messo a rischio la conservazione di questa biodiversità. È così che un gruppo di donne del villaggio di Ulum nel 2023 ha dato vita a un’associazione per la tutela ambientale che attraverso diverse iniziative sta riportando importanti successi nel campo della salvaguardia del Santuario della fauna selvatica del monte Afi. Tanto che in altri villaggi stanno nascendo iniziative simili.

 

Il Santuario della fauna selvatica del Monte Afi

Il Santuario della fauna selvatica del Monte Afi è situato nello Stato di Cross River, nel sud-est della Nigeria. Si estende per oltre 100 km² caratterizzati da pianure, aree submontane e picchi che raggiungono i 1.300 metri di altitudine. Ed è abitato da specie animali in via di estinzione come il gorilla del Cross River, considerato in pericolo critico, lo scimpanzé della Nigeria-Camerun, il drillo e il gallo cedrone dal collo grigio. L’area è peraltro frequentata dalle rondini comuni europee migratrici, che in alcuni periodi arrivano a contare 20 milioni di esemplari.

Il Santuario è stato istituito nel 2000 proprio per offrire protezione a questa fauna molto fragile. Oggi la supervisione è affidata alla Commissione Forestale dello Stato di Cross River di concerto con il Ministero del Cambiamento Climatico e delle Foreste. Ma nonostante gli sforzi non mancano le attività illegali che nel corso degli ultimi anni hanno continuato a mettere a repentaglio un habitat così prezioso.

Nell’area protetta viene praticata la caccia illegale, è possibile imbattersi in coltivazioni abusive di banana e cacao e vengono anche innescati incendi volontari tanto per liberare nuovi terreni agricoli quanto per stanare la selvaggina. A tutto questo si aggiunge il disboscamento illegale che va a braccetto con quello regolamentato, visto che le autorità hanno stretto diversi accordi con i commercianti di legname. E per finire c’è anche un problema di inquinamento dei fiumi a causa delle attività illegali che tormentano il Santuario della fauna selvatica del Monte Afi.

Attivismo femminile

Sono sedici i villaggi ricompresi nell’area del Santuario della fauna selvatica del Monte Afi, per una popolazione totale di circa 27mila persone. Da tempo queste comunità si impegnano con iniziative e partnership strategiche per ostacolare le pratiche ambientali illegali e per tutelare la biodiversità che li circonda. E tra le realtà più importanti in questo senso c’è l’Ulom Women’s Conservation Collective.

Nato nel 2023 dall’iniziativa di Ofre Mary, 42 anni, si tratta di un gruppo di donne che si sono riunite per la prima volta per contrastare la pesca illegale nei fiumi del Santuario e che nel corso degli ultimi tre anni sono diventate un punto di riferimento per la tutela ambientale e per la lotta alle pratiche illegali portate avanti esclusivamente da uomini

Il collettivo si riunisce due volte al mese per elaborare le strategie di azioni e svolge anche attività di pattugliamento, in collaborazione con le autorità, alla ricerca degli autori di possibili infrazioni ma anche per fare da deterrente. Akan Grace per esempio alcuni anni fa ha perso la fattoria di famiglia a causa di un incendio boschivo causato dalla negligenza umana. Questo l’ha portata nel mondo dell’attivismo e oggi è la responsabile delle pubbliche relazioni del gruppo Ulom. 

Come sottolinea il media Mongabay, che è stato nel villaggio di Ulom, le donne nel 2024 hanno fatto pressione sulle autorità locali per bloccare un accordo sul legname che avrebbe esposto il Santuario a pratiche di disboscamento dannose. La cittadinanza è stata mobilitata con blocchi stradali e forme di sabotaggio in replica di quanto fatto nel 2021, quando un’altra mobilitazione delle donne del villaggio, ancora non riunite nel collettivo, aveva portato a bloccare un altro accordo sul legname.

Un modello da emulare

Il lavoro dell’Ulom Women’s Conservation Collective si basa anche sulla sensibilizzazione. Nelle case e nelle strade del villaggio vengono organizzate iniziative e dibattiti per accendere i riflettori sull’importanza della preservazione dell’habitat del Santuario. E il passaparola, così come il successo delle loro battaglie, hanno fatto sì che iniziative simili siano nate anche nei villaggi circostanti.

Nei villaggi di Buanchor e Katabang sono nate realtà che, come sottolinea Mongabay, “hanno replicato, se non addirittura superato, il successo di Ulom”. Questo è successo anche perché i collettivi si sono parlati tra loro sin dall’inizio, con tanto di trasferte nel villaggio di Ulom per cercare di capire i punti di forza dell’attivismo ambientale femminile e le modalità per replicare questa esperienza al meglio. È così che le donne di Buanchor nel 2024 sono riuscite a bloccare un accordo sul legname approvato dagli uomini. Negli ultimi mesi donne provenienti da altri villaggi hanno fatto visita all’Ulom Women’s Conservation Collective per creare iniziative simili.

Se da una parte la lotta delle donne sta contribuendo a preservare la biodiversità del Santuario, dall’altra le sta esponendo a rischi non irrilevanti. Alcune hanno dovuto interrompere la propria attività a causa delle minacce dei mariti mentre la raccolta dei fondi necessari per le loro azioni incontra sempre più resistenze culturali e ostruzionismo. L’ampliamento dell’attivismo a nuovi villaggi è però un messaggio chiaro sulla volontà di non arrendersi e di essere sempre più incisive.

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